THE DUKES – …Get The Dukes (Mystery Scene)  

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Prendete tre ragazzoni tedeschi invasati per i Pretty Things e in generale per tutto il R ‘n B bianco coevo e permettete loro di registrare un disco, un solo disco, proprio mentre fuori impazza la grandine grunge, al riparo di un’etichetta gloriosa come la Mystery Scene (Wylde Mammoths, Crimson Shadows, Mistreaters, Untold Fables).

Il risultato, pubblicato nel 1991 è …Get The Dukes. Chitarre che ti sculacciano le natiche e armonica a bocca a strisciare sulle ferite che ti si aprono inevitabilmente sulla carne. Come succede in I’ll Come Back o I Got Something to Say.

Ma non solo, perché dentro l’unico album dei Dukes ci sono anche delle superbe ballate come We’ll Be Together, Bad Guy Indeed, Something on My Mind o It Would Have Been in Vain, intrise di blues e di quello spleen nordico che abbiamo imparato ad amare nei dischi dei Q65 e degli Outsiders, un quasi-Spencer Davis come The Old Hangman Is Dead e qualche cover d’ordinanza come You’re on My Mind dei superbi Birds o Roadrunner di nonno Diddley che aggiungono sapore al brodo, fino a farci venir voglia di leccare il piatto. Come bestie cui è concesso raramente di poter sorbire questo nettare prezioso.

Ciao Dukes, grazie per averci concesso di bere ancora dal Sacro Graal del rock ‘n’ roll.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

BAD MANNERS – Loonee Tunes! (Magnet)  

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Ritenuti sempre un fenomeno da circo più che una “seria” formazione musicale, i Bad Manners rappresentarono l’ala meno “politically correct” del revival ska inglese. Un’accozzaglia di uomini da pub il cui leader si vantava di bere dieci pinte di birra al giorno e di ingozzarsi di kebab fino a venir cacciato da ogni All You Can Eat della città, fin dove c’era spazio. E di spazio ce n’era. Uno che mostrava la lingua e il culo al pubblico. Magari dipingendoci sopra il simbolo della pace. Magari anche in trasferta, in diretta tv, dal palco del Festival di Sanremo dove arrivano per primi a portare la musica ska, anche se sono vestiti come degli operai metalmeccanici appena messi in cassa integrazione.

Adottando i colori nero e giallo del tipico giubbino in dotazione dagli agenti del traffico della capitale inglese, i Bad Manners si pongono da subito come la versione proletaria, sempliciotta e volgare del fenomeno 2-Tone (non incideranno mai per la label ma prenderanno parte al progetto Dance Craze assieme alla crema della scena ska inglese). Una versione da periferia dove ogni minoranza inglese viene rappresentata. Britannici, scozzesi, irlandesi, gallesi, immigrati africani. Nella line-up dei Bad Manners c’è un rappresentante per ognuno di loro, ad affondare le dita in un repertorio di musiche grasse: ska certamente, ma anche il suono delle big band, delle novelty song e dell’avanspettacolo sono il nutrimento base della band londinese. Ovviamente tutto “bagnato” da fiumi di luppolo.  

Se il disco di esordio è ancora troppo sbilanciato sul piatto delle canzoni-macchietta e degli scioglilingua demenziali (Ne-Ne Na-Na Na-Na Nu-Nu, Scruffy the Huffy Chuffy Tug Boat, Woolly Bully, Lip Up Fatty, King Ska-Fa) e quelli successivi scivolano gradualmente dentro un silos di merda caramellata, il secondo lavoro pubblicato a pochissimi mesi dal primo è invece un ottimo compromesso in grado di regalare momenti di spensierato delirio ska, R ‘n B, rocksteady come Suicide, Lorraine, Doris, The Undersea Adventures of Ivor the Engine, Spy I, El Pussycat, Just a Feeling.

Un dispenser di grassa salsa giamaicana da stendere sul kebab e da innaffiare di birra. Davanti alla faccia sgomenta dei naziskin, dei borghesi, dei comunisti e pure della vostra. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro