99 POSSE – Curre curre guagliò (Esodo Autoproduzioni)  

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99 Posse, Radio Gladio, Lele Prox, Suoni Mudù, Bisca, Daniele Sepe, Maurizio Capone, Riccardo Veno, Mariano Caiano, Speaker Zou. I nomi sono elencati uno dopo l’altro, sul finale di Ripetutamente. Come fosse il verbale di un appuntato della stazione dei Carabinieri, dopo un fermo per sobillazione. Non sarebbe improbabile, che la 99 Posse in quegli anni (ma anche in quelli successivi) fa molta, molta paura. La guerra ai centri sociali è aperta, analoga a quella che oggi è stata dichiarata ai centri accoglienza. Posti che vanno sgombrati, disperdendo la feccia che vi si agita dentro. Coi manganelli o con le ordinanze, poco importa.

99 Posse è la voce dell’Officina 99, centro sociale occupato il Primo Maggio del 1991 nella zona di Poggioreale, Napoli Est mentre molti agenti di Polizia sono stati inviati a reggere le transenne al Concertone della CGIL mentre Vincenzo Mollica chiama sul palco i Litfiba e i Gang. E sono una voce sconcertante. Un megafono potente che usa l’hip-hop e il raggamuffin per fare denuncia sociale e raccontare la merda che si nasconde dietro le camicie nere, le divise blu, i polsini bianchi. Un microfono che parla dell’immondizia che soffoca Napoli, della voracità politica che si mangia ogni giorno un pezzetto di mondo, di dignità, di spazio vitale. Ne parla con odio verace, schietto e sincero (il “cuore” viscerale del disco: Odio, Curre curre guagliò, Rigurgito antifascista, Rappresaglia, Napolì) ma anche con sprezzante derisione e leggerezza (Ripetutamente, O’ documento, Tuttapposto).

Una voce contestataria e controcorrente, che vive fianco a fianco con quella della Napoli tradizionalista, moderata, conservatrice, istituzionalizzata, asservita alla mafia, allo Stato e alla Chiesa e le urla nelle orecchie, magari da uno striscione. Come nella bellissima copertina con due mondi che strisciano uno di fianco all’altro senza toccarsi, ignorandosi vicendevolmente.

Curre curre guagliò è il riadattamento in chiave hip-hop della fusion arrabbiata dei Napoli Centrale, ultima diapositiva della Prima Repubblica scattata un attimo dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio e lo scandalo Tangentopoli e un attimo prima che Berlusconi piantasse la bandiera di Forza Italia nel suo cuore ferito, uccidendola una seconda volta. Un grande album di musica popolare, quando ancora non sapevamo quanto l’hip-hop sarebbe diventato popolare.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BILLY BRAGG & WILCO – Mermaid Avenue (Elektra)  

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La casa di Woody Guthrie sulla Mermaid Avenue di Coney Island era una casa senza porte. Nora, una dei quattro figli avuti dal matrimonio di Woody con Marjorie Greenblatt, lo ricorda bene. Gente che entrava ed usciva senza soluzione di continuità, artisti come Odetta, Bob Dylan, Ramblin’ Jack Elliott, Leadbelly, Pete Seeger, Sonny Terry stavano lì per giorni, settimane, mesi. Non erano elemento di disturbo al ménage familiare ma erano essi stessi parte di quella famiglia allargata. Nora Guthrie non ha mai tradito quello spirito e, dalla morte del padre, si è sempre prodigata per “aprire le porte di casa”, distribuendo testi inediti dell’enorme repertorio di papà Woody custodendone la memoria senza esporla in una teca di vetro ma facendone cosa viva grazie alle mani di spiriti affini cui è stato affidato il compito di dare una forma musicale a quei testi.

Billy Bragg, uno che suona la stessa macchina ammazzafascisti del buon Guthrie, è stato convocato direttamente da Nora per dare un vestito a quelle parole, proprio come sua mamma faceva quando, negli ultimi anni della vita di Guthrie, si trovò a modificare i vestiti del marito per difendere quel po’ di dignità che il morbo di Huntington non aveva ancora distrutto. Un compito che Bragg ha accettato di buon grado ma che ha voluto condividere con altre anime elette.

Esce così fuori Mermaid Avenue, lavoro a più mani che vede Billy Bragg, i Wilco e Natalie Merchant pasturare in un pascolo comune regalandoci un piccolo miracolo di musica roots (seppur forse fin troppo levigata proprio nel tentativo di sfuggire alla trappola di realizzare un disco Guthriano fino al midollo, NdLYS) in cui i testi di Guthrie vengono imbastiti su strutture musicali che sono debitrici al folk del musicista newyorkese ma non ne sono affatto schiave. Dunque in canzoni come Ingrid Bergman, Way Over Yonder in the Minor Key o Eisler on the Go troverete più Billy Bragg di quanto possiate mai sognare di trovare, così come nella sublime One by One ritroverete l’essenza dei Wilco e più ancora quella degli Uncle Tupelo, avvolta in una malinconica patina di nostalgia che ben si adatta alla lirica dell’autore.

Nora Guthrie può continuare a tenere aperta la porta della casa di Mermaid Avenue, lasciando che il vento faccia dei fogli del padre delle piccole vele per volare sopra tutta l’America.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro