GRANT-LEE PHILLIPS – Widdershins (Yep Roc)  

Ho perso le tracce di Grant-Lee Phillips una decina di anni fa. Per mia disattenzione, non per suo dolo. Ma qualche giorno fa ho fatto capolino sul sito della Yep Roc, per vedere come sta una fetta di mondo, quella che sta con un piede ben saldo nella tradizione musicale americana e cerca di trascinarla sulle moderne autostrade del nuovo continente. E così mi è venuta la curiosità di sapere cosa combina l’ex leader dei Grant Lee Buffalo. E nel volgere di qualche giorno mi sono ritrovato fra le mani il suo nuovo disco. Che è il disco di un uomo vivo che tuttavia verrà per sempre ricordato come l’uomo che visse solo due anni, dal 1993 al 1994. E ascoltando Widdershins me ne rammarico un po’, ché anche io faccio parte dei farisei.

Il suo nuovo lavoro, anche prescindendo da quanto di buono o di cattivo abbia fatto in tutta la sua lunga carriera inaugurata ormai più di trenta anni fa, è appunto un disco vivo. Un disco con canzoni tutt’altro che banali come Great Acceleration, Scared Stiffs, Walk in Circles, Liberation, Totally You Gunslinger, The Wilderness, Unruly Mobs che entrano ed escono dalla grande tazza del romanzo americano, qualunque sia la tazza cui stiate pensando. Un paese in cui la caccia alle streghe non è mai finita e che è sempre pronto a spianare i fucili per imporre o difendere una qualche forma di libertà, un paese che ha avuto il coraggio di eleggere un personaggio dei cartoon come Presidente, cortocircuitando la sua storia con quelle di Mickey Mouse e i Simpson, un paese in cui le grandi rivoluzioni tecnologiche si impaludano in grandissimi bacini di acque stagnanti dove il tempo pare essersi fermato in una cartolina di un secolo mai sepolto del tutto, come la Nashville dove Phillips ha cercato rifugio.

Widdershins ci parla di tutto ciò e lo fa senza piangersi addosso, offrendoci un catalogo di canzoni buone anche per le nostre domeniche europee, planando su un folk-rock spazioso come le praterie di Mamma America con un garbo misurato ma non lezioso e una rabbia sempre ben gestita da una pennata appena più vigorosa.   

Grant-Lee Phillips ci dimostra di non essersi ancora trasformato in un mezzo-busto di marmo. Non molti sono riusciti a dissimulare questa pretesa. Non moltissimi si sono salvati da questo destino.

Neppure il Mickey Rourke cui Grant-Lee somiglia tanto sulla copertina.

Neppure molti di noi.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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