SUBSONICA – 8 (Columbia)  

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Negli anni Novanta i Subsonica riuscirono a monetizzare l’ibridazione stilistica dei Casino Royale chiamando all’adunata un popolo enorme, orfano o figlio di una cultura di estrazione e provenienza disparata, dai centri sociali ai rave, dagli amanti del reggae a quelli della techno passando per quelli dell’elettronica anni ’80 e della jungle. Numeri e cifre invidiabili e una formazione quasi invariata in venti anni di carriera (ad eccezione del basso di PierFunk, che mollerà dopo il secondo pregevolissimo Microchip Emozionale) che però si è concessa ampi margini di libertà individuale che hanno concesso ad un paio di loro di fare un salto nei cimiteri dove la musica va a morire (Sanremo e Amici).

Serrate nuovamente le fila, eccoli qui con l’ottavo album della loro carriera, presentato alla critica con quello stile insulso che solo le grandi etichette riescono ancora a tollerare (preascolto in cuffia dentro stanze simili a quelle degli obitori per una schiera di eletti, opportunamente e strategicamente selezionati) e al pubblico nelle consuete forme di mercato (singolo propedeutico in radio e relativo video in tv e lungo i Navigli per arare il campo alla semina, quindi interviste, sito internet dedicato e la distribuzione nell’ormai obbligatorio formato in vinile, quello pratico in digitale e quello buono ormai solo per i bottegai del cd).

Ma al di là dei termini tecnici e delle stronzate promozionali, com’è 8?  È un disco che ha ancora le “curve” e le “onde quadre” dei Subsonica, un labirinto elettronico che suona spesso e consapevolmente come un déjà-vu che ha in Fenice il suo punto di contatto col passato più macroscopico. Ci sono le tastiere a molla, certe curve reggae, i glitch elettronici che avevano fatto capolino su L’eclissi, i pattern di batteria mutuate dalla drum and bass, un collage molto urbano che si muove tra futurismo e modernariato new wave (cingendo in un unico abbraccio i Chrisma di Chinese Restaurant, i Gaznevada, la Bertè di In alto mare e i grandi Matia Bazar di Aristocratica) riadattando il tribalismo alle periferie e ai centri nevralgici delle metropoli europee ed europeiste.  

E c’è pure Carlo U. Rossi, spirito portato in spalla su Le onde per un’ultima traversata insieme. Come se davvero il tempo non fosse passato, portando a compimento estremo l’illusione dei Subsonica di 8.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro