THE SOAP GIRLS – Societys Rejects (autoproduzione)  

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Diciamo subito che abbiamo mooolto piacevolmente ingannato il tempo fra il primo album e questo nuovo Societys Rejects avendo trovato, le Soap Girls, un modo efficacissimo per abbagliare i maschietti, esibendo inguine, natiche, trucco da pornodive e colate di finto sangue vaginale ogni volta che se ne presenti l’occasione. E se non si presenta, creandola. Invitando ad una scorpacciata erotica che ha pochi precedenti, se non nell’ambiente pop ninfomaniaco delle varie Lady Gaga, Madonna e Miley Cyrus.

Diciamo pure che i loro post sui social hanno più visualizzazioni che ascolti, che la fica piace anche quando è muta. Ma il battage provocatorio, l’adescamento promozionale si è fatto più intenso con l’approssimarsi dell’uscita di questo loro secondo album, decisamente più aggressivo del precedente ma che non basta a scrollarsi di dosso l’effetto Hannah Montana nonostante il piglio alla Yeah Yeah Yeahs/Hole/Cycle Sluts from Hell che le due sorelle sfoggiano, sempre sculettando. A tratti non è neppure malaccio, se non si volesse far passare per anarchia punk frasi come Hey you, hey me, fuck you, fuck me o I had a boyfriend I hated that fuck I slapped him in his sleep every night.

Il porno è già stato sdoganato anni fa e fa girare un business di miliardi.

Non c’è nulla di punk nella sua ostentazione.

E neppure dentro la musica delle Soap Girls.

Fatto salvo questo, dentro Societys Rejects ci sono due/tre anthem perfetti per Virgin Radio e Radiofreccia che è il rock che vuole essere antagonista e invece si esibisce come ad una sfilata di Versace, solo con qualche centimetro di stoffa in meno e qualche linguaccia in più. Indignando lo stesso pubblico che si indigna per una tetta nuda ad un reality e passando solcando appena la pelle, senza penetrare nelle viscere. Neppure in quelle che le due Soap Girls sono ad un passo da esporre alla platea.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: scrivo questa recensione in maniera risentita da buon maschietto medio perché dopo otto mesi di attesa Camille e Noemi Debray non hanno ancora accettato la mia richiesta di amicizia su Facebook. 

 

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THE FLESH EATERS – I Used to Be Pretty (Yep Roc)  

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La formazione è identica a quella dello storico A Minute to Pray, A Second to Die: Chris D., Dave Alvin, Bill Bateman, John Doe, Steve Berlin, D.J. Bonebrake più la compagna di Chris Julie Christensen che fu vocalist nei dischi successivi dei Flesh Eaters e dei Divine Horsemen. Pure molte delle canzoni appartengono al passato della band (Pony Dress, Youngest Profession, The Wedding Dice, House Amid the Thickets, Miss Muerte, My Life to Live) mentre un altro paio dovreste conoscerle comunque, essendo state trafugate ai repertori incendiari di Gun Club, Sonics e dei giovani Fleetwood Mac. Si riducono dunque a due le canzoni del tutto nuove di questa reunion dei mitici Flesh Eaters, la più bella delle quali si stende come una sindone sull’ultimo quarto d’ora del disco, allungandosi come una gotica versione tex-mex dei Doors di When the Music’s Over o della Steal to the Sea di Crime + the City Solution tutta solcata da canti di strega e percussioni pigmee e attraversata da rassicuranti anfratti riecheggianti il sax di Steve Berlin. L’inaugurale Black Temptation ha invece un passo più deciso e un make-up anni Ottanta, come una versione swamp dei Sisters of Mercy di Floodland o dei Lords of the New Church, sorte che peraltro condivide con le rivisitazioni di Miss Muerte o My Life to Live.

L’uso prepotente delle marimba e del sassofono fanno risuonare lungo tutto il disco l’eco dei Bad Seeds e dei Morphine, riducendo l’effetto spettrale di pezzi come The Youngest Profession (che regala pure i break strumentali più belli, quasi Stoogesiani nella loro deformità violenta, NdLYS) o House Amid the Thickets ed addobbandolo come un abete alla vigilia di Natale, anche se fosse quello macabro di The Nightmare Before Christmas. Anche se a volte l’effetto parodia sembra far capolino, I Used to Be Pretty si fa ascoltare con piacere.

Un piacere nostalgico magari. Di quello:

“ah ma..suoni ancora?”

“si, certo, vieni a vederci, facciamo un sacco di pezzi vecchi e di cover”

“ah (un’ottava sotto), fammi sapere che magari vengo a vedervi e porto pure qualche vecchio amico”

“si dai, che poi parliamo dei tempi del liceo e di come dovevamo bruciare il mondo prima che ci adattassimo ad abitarci dentro”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro