DARK POLO GANG – Trap Lovers (Triplo 7 Entertainment)  

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Tre cani.

O come diavolo si scrive.

Si, insomma, l’estate scorsa il più noto dizionario di lingua italiana aggiorna come sempre il suo lessico arricchendo il nostro con l’aggiunta del neologismo “bufu” ovvero: “per noi puoi andartene affanculo” (avevano inserito anche quello, probabilmente dopo la morte di Leopardi). L’origine non è greca e non è latina. Il termine è stato coniato (conato + una i) dalla Dark Polo Gang ovvero la combriccola di pischelli più conosciuta del trap madrepatrico (per adesso Word mi sottolinea il termine, ma lo lascio in attesa venga accettato come neologismo, NdLYS) che arriva adesso al vero e proprio debutto collettivo, dopo una serie di mixtape e di dischi che della Dark Polo portavano l’hashtag.

Album attesissimo, questo Trap Lovers, dopo una stagione di sovraesposizione televisiva (addirittura una serie TV, come i Monkees nel ‘66) e radiofonica culminata con la nomination a giudici della nuova edizione di StraFactor. Un disco che conferma la DPG nel suo ruolo, che è essenzialmente la versione 2.0 di quella del Piotta all’interno della scena hip-hop di venti anni fa. Un incrocio tra il mondo dei cartoon e quello dei truzzi di città.

Quello che viene fuori da Trap Lovers è un universo di figli di papà che hanno poche cose da desiderare e che difendono l’unico valore che conoscono: quello del portafogli di papà, appunto.

Dark Polo Gang, come molti loro coetanei, hanno pochissimi idoli, pochissimi punti di riferimento, una mitologia che si può riassumere dal civico 1 al civico 48/a di Via dei Condotti. Sono un po’ dei cartelloni pubblicitari che si muovono ciondolanti pubblicizzando griffe e grandi firme, una versione finto-gangsta della Ferragni.

Come dei Pu Yi chiusi dentro la loro città proibita, i piccoli imperatori romani della trap consumano i loro giorni tra alberghi di lusso, auto di lusso, troie di lusso, ristoranti di lusso, barche di lusso. E scrivono di quello che sanno. Che non è molto distante dal mondo magari meno desiderabile del contadino che vive in una catapecchia senza confrontarsi col resto del mondo.

Difendono il loro piccolo impero di carta. Cavalcano l’onda del loro stesso successo.

Giocando tuttavia in difesa, ché dentro il disco non c’è una vera genialata, un vero passo che possa costringere la scena a farne uno altrettanto lungo per raggiungerli, lo scarto che in qualunque ambito separa i condottieri dai condotti (c’ho lavorato un po’ ma sono riuscito a creare la rima con Via dei Condotti. Sono un cane anch’io, NdLYS).   

Trap Lovers riconferma il loro cattivo gusto elevato a modello di vita, la capacità di saper bluffare con la freddezza dei grandi bari. Portando nessun messaggio ma facendolo scivolare dentro la consueta “trap”pola di beat elettronici arricciati.

Moderni, certo.

Ma non più di quelli di due o tre anni fa. Come se alla fine nella trappola ci siano rimasti imprigionati anche loro che si vantavano di averne le chiavi.

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ELEONORA BAGAROTTI – Simon & Garfunkel. Un ponte su acque agitate (Vololibero)  

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Un ponte su acque agitate è il racconto di un abbraccio, di un abbraccio traslato e contagioso. È l’abbraccio del figlio dell’autrice regalato alla mamma, sulle note di Still Crazy After All These Years gustata e vissuta in coppia al concerto di addio di Paul Simon ad Hyde Park che contiene in se l’abbraccio che Simon & Garfunkel hanno regalato al loro pubblico. In qualche modo, glielo restituiscono, amplificato, vibrante di amore filiale.

È un volume di quelli rapidissimi, il libro della Bagarotti. Centotrenta pagine, spurgate dall’appendice discografica di ordinanza, che si bevono tutte d’un fiato. Buono anzi perfetto per chi in quella location fotografata sulla copertina del primo album della coppia newyorkese ci passa buona parte della propria giornata, pendolando da una città a l’altra, da una stazione all’altra, da una periferia di una città qualsiasi al suo centro e ritorno. Cronistorie rapidissime sulle vicende artistiche, congiunte e separate, di Paul Simon e Art Garfunkel, una carrellata sulle loro produzioni in studio e due interviste, una delle quali già pubblicata a suo tempo sul quotidiano cui l’autrice presta la sua penna entusiasta, un veloce reportage dello storico concerto al Colosseo del 2004 costituiscono scheletro e muscoli di Un ponte su acque agitate. Sebbene l’apparato critico risulti quasi azzerato dando l’idea che ogni singolo disco, forse addirittura ogni canzone, sia a suo modo un capolavoro la semplicità di linguaggio e la disamina appassionata del canzoniere dei Tom & Jerry del folk americano è piacevole alla lettura.

Proprio come un abbraccio.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro