EMINEM – Kamikaze (Aftermath)  

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Deve averlo odiato lui per primo, il suo criticatissimo Revival dello scorso anno. Tanto che è lui stesso a calpestarlo, nel fotogramma conclusivo del suo video di Fall. E a seppellirlo in fretta e furia, costruendo un nuovo album in meno di otto mesi, nonostante lui stesso avesse dichiarato con amarezza su Castle: “si riprendano pure la fama, io non la voglio più, farò uscire questo album e poi basta così” .

E invece non è andata così: Kamikaze ritrova la ferocia che mancava sul disco precedente. Una doccia fredda di dissing e parolacce, come se tutte quelle critiche ricevute avessero colpito il rapper americano con frecce avvelenate che adesso Eminem si prende la briga di lanciare come un ultimo assalto prima del suicidio (speriamo solamente artistico) che il titolo scelto richiama, anche se è ben noto come quello sia l’appellativo che da un paio d’anni l’ex ossigenato ha attribuito a Trump, giunto a metà del suo mandato proprio mentre l’aero di linea EATME (3MTA3) adesso trasformato in un caccia SUCKIT (TIKCUS) si sta per schiantare nuovamente su qualcosa. O ad esplodere, che la copertina come il suono che inaugura il disco lasciano volutamente aperta ogni interpretazione. Il tributo ai Beastie Boys di Licenced to Ill finisce lì, ad ogni modo. Chi venisse da queste parti cercando qualche riffone tamarro in odore di metal e hard-rock sappia che tornerà a casa deluso.  

Chi invece volesse semplicemente trovare Eminem, lo riconoscerà da subito.

Ma chi è Eminem? Eminem è la macchina da scrivere dell’hip-hop mondiale. Metaforicamente ma anche tecnicamente.

Uno che scrive lettere minatorie condite da una serie infinita di offese e le spedisce al destinatario recitandole ad una velocità assurda. Una cartucciera di volgarità sparate come un mitra giocando a bissare, triplicare, decuplicare la velocità del beat come succede in Lucky You o nella progressiva accelerazione di The Ringer, dando l’impressione che Eminem voglia sfidare se stesso nella corsa al record per la lingua più veloce del rap. Il che rappresenta il vero limite dell’Eminem di oggi: così concentrato a superare costantemente se stesso in termini di velocità e di verbosità che sembra di assistere ad una puntata dello show dei record o ad una pantomima simile a quelle dei lottatori di wrestling.

Una pioggia di proiettili talmente intensa che pare di sentirle pronunciare anche in italiano, quelle parolacce che tuttavia non bastano come ingrediente unico per costruire una “canonica” bella canzone. Neanche se vivi nel Bronx e usi “bitch” come Mark Twain le virgole su Huckleberry Finn.

Pur nei limiti che si è autoimposto (anche perché quando ha tentato di uscire fuori dai canoni, come avvenuto lo scorso anno, il risultato è stato pateticamente vicino alle merda sintetica che scende e sale lungo le fognature delle pop-charts) anzi proprio per questo Kamikaze è puro Eminem al 100%. Beats e parole in rima. Filastrocche logopediche per chi, abile in inglese, vuole curare la dislessia. Ma che per tutti gli altri si riduce ad un esercizio ritmico passivo. Come quelli che a bordo campo guardano quelli che fanno fitness in palestra, ovviamente commentando con colori accesi le natiche delle atlete ed esaltando le presunte abilità anche in altre attività. Che menar vanto anche delle proprie fantasie è diventato arte dentro e fuori la comunità hip-hop.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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