PRIMAL SCREAM – Give Out but Don’t Give Up: The Original Memphis Recordings (Sony Music)  

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L’album con la bandiera confederata degli stati del Sud. Come quella sventolata dai Lynyrd Skynyrd durante gli anni Settanta.

Che i Primal Scream stessero al Sud degli Stati Uniti come l’orso polare con il deserto californiano importava poco: Give Out but Don’t Give Up non voleva barare, dimostrando subito un segno di appartenenza, anche se d’adozione. Il ritorno in pista dei Primal Scream dopo l’elaborata fusione tra mondi di Screamadelica fu di una volgarità inaudita: chitarroni rollingstoniani e fiati da gruppazzo funk, come gli Aerosmith di Permanent Vacation. Un’abiura dalle piste da ballo che il precedente disco aveva dominato e un tuffo nel mare magnum del rock ‘n’ roll untuoso da autostrada americana che si apriva già impettito, con Jailbird e la successiva Rocks, destinate a raccogliere il timone della Rag Doll dei gemellini tossici che era stato l’asso pigliatutto del rock da classifica di qualche anno prima. Proprio come quella, le ammiraglie di Give Out but Don’t Give Up transitano sovente in radio trascinando con loro tutto il carico di luoghi comuni del rock americano di cui il disco è saturo e certe sue assonanze con il blue-eyed soul degli Aztec Camera di Love che il pubblico distratto non sente ma che li raggiunge in maniera subliminale in tante canzoni, Big Jet Plane su tutte.  

Questa nuova versione, precedente a quella poi diventata la copia madre del disco che conosciamo, dovrebbe mostrare una faccia inedita, più “acqua e sapone” di quel disco prima che l’intervento di George Drakoulias lo dirottasse su territori limitrofi a quelli calpestati dai Black Crowes.

Anche “struccato” Give Out but Don’t Give Up non si discosta dal risultato a tutti conosciuto, per cui chi si avvicinerà al disco sperando di trovarsi dentro una palude di rock ‘n’ roll sudicio e cattivo, con sporcizia blues disseminata ai bordi delle strade come nell’Exile Street degli Stones, sappia che se ne tornerà a casa deluso e con qualche soldo in meno: le canzoni avevano infatti una loro precisa identità e quella di Bobby era un’infatuazione reale per i suoni della tradizione americana del resto già ravvisabile nei dischi precedenti. Solo che adesso Bobby vuole realizzare un disco “classico”.

Come scritto in apertura, dunque Gillespie non stava bluffando.

La nuova edizione del disco dunque non regala nessun valore aggiunto a quel lavoro, soddisfacendo più i bisogni da voyeur che una reale esigenza di ripulire l’insieme dal superfluo che, anche scartavetrando la superficie, resta inappagata.  Un esito che non ne giustifica i costi di realizzazione, pur risparmiando sulle foto per la copertina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro