BAUHAUS – The Bela Session (Leaving)  

E così quest’anno io e i Bauhaus celebriamo a distanza di poche ore un anniversario impreciso per numero matematico ma analogo per puzzo di vecchiume. Per chi è appassionato di cabala, c’è ancora un’altra curiosità: appartiene a loro questa mia 3.800ma recensione. Che è un bell’anello di fidanzamento, dopo gli anni del corteggiamento inconsapevole dei quattro ragazzi londinesi e il mio innamoramento giovanile dei primissimi anni Ottanta.

Il celebre profilo stilizzato opera di Oskar Schlemmer diventò negli anni Ottanta una delle figure più rappresentative del dopo punk grazie a quattro ragazzi di Northampton che decisero di ispirarsi alla scuola d’arte tedesca della Staatliches Bauhaus per battezzare il proprio progetto artistico: una band che debba fare male come un gruppo punk ma che penetri più in profondità. Che non si limiti a sfondare la carne come una spilla da balia, ma che si conficchi fin dentro le viscere, e lì rimanga.

E infatti lì rimane, l’aculeo dei Bauhaus, per quanti avranno la fortuna di incrociare la loro musica elettrica e scura, tenebrosa e claustrofobica.

Il primo vagito di quella abominevole creatura esce dopo pochi mesi dalla nascita della band.

Bela Lugosi‘s Dead dura, da sola, quanto 5 canzoni punk.

Viene registrata in presa diretta il 26 Gennaio del 1979.

È uno dei momenti massimi del post-punk tutto, iconograficamente e musicalmente parlando.

Una plumbea e incalzante marcia elettrica su cui la voce di Peter Murphy si materializza e penetra squarciando il velo dei clangori metallici e del rantolio del basso che la tormentano, come un tetro vampiro dallo feritoia di una finestra. Il rock teatrale dei Bauhaus diventa l’avamposto della new-wave meno compromessa con l’elettronica e le macchine. Non fossero così emaciati e foderati di cipria li si vedrebbe grondare sudore sugli strumenti.

Invece sono quattro vampiri di filigrana che suonano un glam rock iperamplificato figlio del Bowie più eccentrico e dell’impassibile art-rock dei Joy Division.

Dunque quarant’anni dai Bauhaus, quest’anno. E il prossimo Agosto quaranta dal fruscio d’ali del vampiro che li avrebbe per sempre identificati come i pipistrelli della scena post-punk inglese. Con Bela Lugosi’s Dead non nascono solo i Bauhaus ma l’intero movimento gotico e dark londinese che al rumore sinistro di quelle ali nere si ispirerà quando si tratterà di aprire le porte del Batcave, tre anni dopo.

A differenza delle ristampe “ufficiali” del catalogo ad opera della Beggars Banquet e in concomitanza con l’uscita delle reissues di The Sky’s Gone Out e del celebre live Press the Eject and Give Me the Tape, l’edizione in vinile con le prime session di registrazione dei Bauhaus esce per un’etichetta con base a Los Angeles, gestita da un fan di vecchia data dei quattro vampiri inglesi e presenta un paio di chicche assolute come gli inediti Some Faces e Bite My Hip mai pubblicati prima d’ora anche se la seconda, con testo e musica parzialmente modificati, uscirà tempo dopo sotto il titolo di Lagartija Nick.

Il suono dei quattro pezzi che accompagnano il titolo madre è paradossalmente meno simile a quello acuminato del disco di debutto quanto più simile a quello fortemente ritmico di Mask. La chitarra di Daniel Ash non ha ancora acquisito carattere, limitandosi a un rifferama elementare tutto giocato sul palm mute ora in fase discendente, ora in quella ascendente (come nel reggae di Harry, già ascoltata come bonus track nelle varie ristampe del catalogo Bauhaus).

Nessuno dei quattro pezzi, giacché tutti preziosi per completare il puzzle dell’affascinante storia di una delle band fondamentali per l’evoluzione del post-punk, vale tuttavia un solo minuto di Bela Lugosi’s Dead.
Eppure ancora oggi quando i quattro di Northampton si alzano in volo un brivido corre lungo tutta la nostra schiena.

Undead, undead, undead.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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