UZEDA – Un panZer di ghisa E D’acciAio

Italia, primi anni Novanta: la Lombardia aveva gli Afterhours e il Piemonte i Marlene Kuntz.

I più fortunati, una volta tanto, sono i Siciliani: loro hanno gli Uzeda.

Gli Uzeda nascono tra l’epoca “Toscano” (Rock 86) e l’epoca “Virlinzi” (Cyclope) e nascono dall’incrocio fra due fra le migliori band della “nuova onda” catanese: i Candida Lilith di Cesare Basile e i Boyler capeggiati da Agostino Tilotta.

È proprio la compagna di quest’ultimo ad assumere il ruolo di vocalist di questa nuova creatura a cinque teste che inaugura nel 1991 il catalogo della intraprendente e ormai defunta A.V. Arts. Out of Colours è, fra i dischi della formazione catanese, l’unico a risentire maggiormente dell’ombra lunga, seppur deformata, del post-punk inglese. Strutture ed effettistica ricordano più i Banshees, i Chameleons e i Cocteau Twins che le formazioni di area noise americana che imiteranno prima e supereranno nel breve volgere di pochi anni registrando una delle metamorfosi più sorprendenti con cui la fauna rock ci abbia mai stupito.

Porta Uzeda si apre così: un po’ in ritardo sui tempi, che le fauci del post-punk si sono richiuse da tempo. Ma da quella porta passerà di lì a poco un vento destinato a sferzare Catania per lunghissimo tempo.  

                                                                                 

I cinque ragazzoni catanesi cominciano presto a guardare sempre più lontano, verso quell’America prodiga di chitarre cariche di violenza, di impalcature ritmiche sempre più rigorose, di escursioni termiche tra rumore bianco e grigio silenzio.

Credono in quello che fanno, fino in fondo.

Fino a chiedere a Steve Albini di produrre il loro secondo disco.

Steve accetta e vola fino a Catania, per mettere mani e cervello dentro “Waters”.

Nessun refuso di stampa.

Nessuna svista.

Proprio così: Albini va dagli Uzeda e non viceversa.

Non so cosa voglia dire, ma è giusto precisarlo.

“Waters” viene registrato a La Nuova Ciminiera di Catania e pubblicato ancora una volta per la sfortunata A.V. Arts ed è un diavolo di disco.

Un suono carico di violenza trattenuta che esplode episodicamente in veri e propri tornado di decibel di cui Pushing All the Clouds rappresenta il manifesto più immediato, con questa massa di chitarre in perenne movimento.

Banalità geofisica a parte, sembra di guardare l’America dei Sonic Youth attraverso lo sfintere dell’Etna.

La voce di Giovanna Cacciola è totalmente immune dal morbo melodico/persuasivo tipico della tradizione culturale italiana così come dal terribile, forzato urlo finto-rock che tante signorine imbellettate portano sul palco nel tentativo di rovinarsi la reputazione. Dal canto suo tutta l’armatura strumentale e ritmica fa volentieri a meno della tradizionale verbosità tipica sia del noise più cerebrale che del rock più ortodosso, preferendo spesso lavorare sull’alternanza e sovrapposizione di elementi minimali: I‘m Getting Older, Roaming World o It Happened Here sono costruite proprio in questo modo.

Tied riduce il gioco a una versione portatile per solo basso e voce.

“Waters” è disco di taglio e caratura mondiale, in grado di fare le scarpe anche al “vicino” Rid of Me della signorina Harvey e di infilare gli Uzeda prima nel vassoio di dolci italiani di Mr. John Peel e quindi versandone le gocce nel Sacro Graal del noise-rock universale.

 

Venti anni dopo la PFM sono infatti proprio gli Uzeda a potersi vantare di essere la seconda band italiana fra le oltre 2000 band in totale ad essere chiamata dal deejay inglese a registrare direttamente dentro gli studi della BBC dove conduce dal 1967 il suo radio show. E così l’8 Maggio del 1994 un panzer catanese fa il suo primo ingresso nei Maida Vale 4 e scarica punzonatrici, seghe circolari, scarificatori, martelli pneumatici, frese, trapani a colonna e un aspiratore per ripulire gli studi dagli scarti di lavorazione. Gli Uzeda sono pronti a registrare i sei pezzi che troveranno anche la gloria di una uscita discografica per la storica Strange Fruit. Tre panni sporchi tirati fuori dall’oblò di “Waters”, altre tre lastre di metallo appena sfornate e rivettate a velocità impressionante davanti ai nostri occhi e soprattutto sotto le nostre orecchie. Higher Than Me e Slow sono virulenti cicloni noise che preludono ai cataclismi vertiginosi di 4 e Different Section Wires. Da quelle Peel Sessions gli Uzeda non torneranno più uguali a quelli di prima.

 

4 come il numero di dischi incisi, anche se diversi per formato e durata. 4 come la nuova disposizione del plotone Uzeda che intanto è riuscito con un accurato lavoro diplomatico a superare le trincee americane e conquistare gli avamposti noise della Touch and Go. E adesso può dirlo al mondo licenziando 4: 4 come il numero di pezzi di questo E.P.

Gli Uzeda si confermano entomologi del rumore. Lo catturano e lo imbottigliano come fosse un coleottero costretto a scagliare la sua corazza sulle pareti fino allo sfinimento. Attorno a quella prigione, gli Uzeda si compiacciono dell’operazione e la documentano, registrandone il suono. Spasmi e contrazioni sono quelli che si ascoltano su questi 12 minuti di vertigine noise disegnata col compasso di Galileo.

C’è qualcosa di spietato che percorre la musica degli Uzeda. Ma non c’è disperazione. Tutto è sotto controllo come in una sala chirurgica.

Gli Uzeda tengono saldamente la Gorgone per i capelli e le mozzano la testa, poi si mettono in posa davanti alle tele del Caravaggio, l’unico che possa dipingere lo sgomento di quello che loro hanno portato in dono.

 

Se me lo avessero detto allora, che la sezione ritmica degli Uzeda sarebbe diventata da lì a pochissimi anni quella della Nannini, non ci avrei creduto neppure davanti a un notaio. E invece andò esattamente così.

Nel 1998 però, prima di quella lunghissima pausa che ne seguirà e che permetterà loro appunto di suonare con la cantante toscana, Davide Oliveri e Raffaele Gulisano sono ancora saldamente legati a Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta. Insieme sono probabilmente il corpo sonoro più duttile ma anche più robusto mai nato in Italia.

Sono ancora una volta loro quattro, stavolta senza la complicità di Giovanni Nicosia, a mettere mano a Different Section Wires, forse il capolavoro assoluto del noise-rock mai pensato da menti italiane. Un disco che arriva mentre la loro Indigena Records lavora a pieno regime (con le produzioni di 100%, Plank, Keen Toy e Jerica’s uscite praticamente una sopra l’altra) ma che può fregiarsi del logo Touch and Go sulla propria copertina, così come era stato per l’EP 4 di tre anni prima.

Quella tra l’etichetta di Chicago, la manovalanza artistica di Steve Albini e la musica del quartetto catanese è una delle combinazioni più riuscite e biologicamente naturali del rock contemporaneo. E Different Section Wires non tradisce le aspettative che questo connubio si trascina dietro.

La musica degli Uzeda diventa il borbottio gastrico di Polifemo, il rumore delle sue ossa mentre cerca di farsi spazio dentro la grotta dei ciclopi.

Non ha dimestichezza con le buone maniere.

È truce, snodata e infrangibile.

Corazzata come il corpo di un armadillo, si muove a scatti e a convulsi movimenti centripeti, fino ad azzannarsi la coda.

Attraverso la porta Uzeda passa il cavallo di Troia della più grande noise band italiana. Gran parte dell’Occidente viene abbattuto.

 

I grappoli di rumore di Wailing ci riportano, ad otto anni da Different Section Wires, dritto nell’intestino crasso degli Uzeda, per dirci che nulla è cambiato e che ciò che era paura allora, è paura ancora. E quel che era follia, follia rimane. Seppur lucidissima.  

Suoni spezzettati, scoscesi e lividi, massi di lava che cadono giù dal vulcano etneo. Enormi tizzoni di inferno che tracimano giù, spinti dalle mani titaniche degli Ecatonchiri. La musica degli Uzeda non è mai paga di nulla, neppure di se stessa. Vive in un perenne contrasto, si evolve e si protegge come una malattia autoimmune. È un accumulo di tensione pronta ad esplodere che a volte si riavvolge invece su se stessa, autoalimentandosi all’infinito, facendosi scudo mentre avanza colpendo. Stella ci restituisce la luce inquieta di uno degli astri-guida del firmamento noise mondiale. Noi da qui, alzando la testa, possiamo vederlo brillare come gli antichi i tuoni di Zeus.

 

Alla mia richiesta di una copia promozionale avanzata all’etichetta che si occuperà di stampare in Italia il quinto album degli Uzeda mi è stato risposto picche. Anzi, neppure quello. Nessuna riposta. A dimostrazione che in Italia la macchina della musica si inceppa già a livello comunicativo, chiusa su se stessa come un riccio, millantatrice di chissà quali libertà di espressione ma in realtà piccola e borghese.

E questo vale a tutti i livelli: etichette, agenzie di booking, distributori, riviste, musicisti.

Lo dico solo perché vi rendiate conto che quando qualcuno in questo microcosmo piange miseria, in realtà è spesso un miserabile.

È dunque grazie alla Temporary Residence se ho avuto il privilegio di poter ascoltare in anteprima il nuovo disco degli Uzeda, “stella” tricolore del noise che invece associamo istintivamente all’America “albina”.  

Se vi state chiedendo, leggendo il mio prologo, se questo abbia pregiudicato il mio ascolto e pregiudicherà dunque il mio giudizio, la risposta è NO: Quocumque jeceris stabit è un ritorno a livelli altissimi per la band dei coniugi Tilotta.

Basso e batteria sono cigoli robustissimi come non mai.

Ascoltate The Preacher’s Tale o Blind e capirete cosa intendo.

Protetti da questo perimetro di acciaio, Agostino e Giovanna possono permettersi di fare qualunque cosa.

E la fanno.

Basta già l’ascolto dell’inaugurale Soap per capire che non avranno timore di scendere nell’arena senza indossare alcuna corazza, armati solo di un maglio di ferro e di una voce che è il grido di un dolore che non conosce remissione, un dolore che lacera la carne ma non riesce a penetrare dentro, respinto da un corpo che resiste nonostante tutto. È l’urlo che si sente, ora convulso, ora lacerante, ora sommesso come un’esplosione soffocata in Red, The Preacher’s Tale o Mistakes.

È l’urlo degli Uzeda. L’urlo di mille uomini e mille donne siciliane che hanno attraversato la storia, vessati ma pazienti.

Un urlo gagliardo e fiero, laddove fiero diventa declinazione maschile di fiera.

                                       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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