THE BLACK CROWES – Milk Crow Blues

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Sudista e sudato. 

Shake Your Money Maker è un’Operazione Nostalgia assolutamente ben fatta.

Roba da lacrimoni blues e fiotti di sperma rock ‘n’ roll.

Jeans sdruciti e capelli sozzi. Come nella tradizione locale di Allman Brothers e Lynyrd Skynyrd e quella importata dal Vecchio Continente di Rolling Stones, Faces, Free. Gentaglia che si divertiva a misurare la lunghezza del pene e bere Southern Comfort, con i letti pieni di sorca e l’alito cattivo e un canzoniere in cui le macchine corrono sempre troppo veloci e le donne hanno il cuore a forma di portagioielli, come nella vita vera.

Come dentro le prime canzoni dei Black Crowes.

Che sono giovani e adulte al tempo stesso.

Non hanno la stessa urgenza teppista dei Guns n’ Roses.

Non hanno fretta di morire. 

Sono cariche di soul.

Quella roba che ti fa ridere di dolore.

Come l’amore non corrisposto. 

Come l’amico del cuore che ti vende per trenta danari.

Quanto costava una birra ai tempi di Cristo?

Quanto costava ai tempi dei Black Crowes?

Quanto costa, adesso, una birra?

Più di un amico.

Meno di un disco dei Crowes.

 

Il southern rock che sconfina nel soul.

Un fiume straordinario di chitarre, spruzzi di pianoforte (opera di Eddie Harsch, più tardi bassista e organista nei Detroit Cobras, NdLYS), una voce calda come quella del miglior Rod Stewart contrappuntata da un coro di voci femminili. Proprio mentre fuori si registra l’ultima rivoluzione di costume giovanile del millennio, The Southern Harmony and Musical Companion porta a compimento le ottime intuizioni del debutto scendendo a patti con la tradizione americana sin dalla scelta del titolo rubato a un vecchio libro del secolo precedente che metteva insieme 335 brani della storia musicale sacra del Sud. Il dialogo empatico tra le chitarre di Rich Robinson e del neo acquisto Marc Ford è spettacolare, reso ancora più caldo dall’uso delle classiche accordature aperte memori della lezione stonesiana degli anni Settanta e così fluido da permettersi di indugiare senza nessuna concessione alla noia anche per oltre sei minuti, come succede sulla dolcissima Thorn in My Pride, nella rancorosa Bad Luck Blue Eyes, Goodbye e nei ruggiti slide di My Morning SongThe Southern Harmony and Musical Companion è un disco che, pur rimestando nella cornucopia di suoni “old-oriented”, riesce a sorprendere per una capacità di scrittura straordinariamente sopra la media, sorprendentemente coerente eppure sempre in grado di trovare una soluzione di classe, un gancio melodico efficace, un riff conciliante, una lordura inaspettata, una sottigliezza tecnica, una coloritura esclusiva capace di fare di ogni singola canzone un piccolo capolavoro nel capolavoro. The Southern Harmony alza il fantoccio del guitar rock degli anni Settanta e gli alita in bocca il soffio della vita, anche se tanti continueranno a guardarlo come fosse uno spaventapasseri.

Con sopra dei corvi neri.

 

La copertina mette subito voglia, come dire… di “scoprirlo”, il terzo album in studio dei Black Crowes.

Amorica. è disco destinato a scontentare i fans.

A dimostrazione che se i Black Crowes sono dei conservatori, il loro pubblico lo è ancora di più. Nonostante la rapidità con cui viene registrato, Amorica. sfoggia infatti il tentativo di emanciparsi dalla formula dei due dischi precedenti cercando formule più elaborate e concettuali messe in mostra sin dall’iniziale Gone, dove il riff di chitarra (elemento portante dello stile della band) viene di fatto sbriciolato e ridotto ad una presenza virtuale. E se A Conspiracy riporta apparentemente il bilico sul classico assetto del gruppo grazie alla voce sempre carica di umori soul di Rich Robinson (ma anche qui si evidenzia un lavoro di chitarre che tende a sfuggire, senza rinnegarli, dai modelli stilistici abituali), il taglio cubano (spezzato dal riff granitico dell’inciso) di High Head Blues torna a ravvivare il gusto per nuove contaminazioni (Santana?) che verranno sviluppate anni dopo nei dischi solisti del leader. Al quarto pezzo i Black Crowes infilano la solita ballatona piena di umori Skynyrd+Cocker+Burrito+Faces+Stones cui ci hanno ri-educati sin da Shake Your Money Maker e che non cesseranno mai di esibire lungo la loro lunghissima carriera. Sei minuti di dolcezza e livore chitarristico che inumidiscono di umori vaginali il pelo pubico mostrato in copertina. Il lato più rurale del suono dei Crowes trabocca invece da pezzi come Nonfiction e Downtown Money Waster, briciole cadute dalla tavola di Beggars Banquet, polveri blues scivolate nella fogna assieme alle bustine di coca buttate nei gabinetti di Main Street.

Più ordinariamente “easy” sono invece Ballad In UrgencyWiser Time e Descending, dove tornano ad emergere i clichè del suono Crowes nella loro veste più ammiccante e puttana. Quella che rassicura tutti, detrattori compresi.

 

Nel 1996, all’apice produttivo del concettualismo post-rock, i Black Crowes licenziano il loro quarto album. In quell’apoteosi di suoni che prendono forma dalla decomposizione del rock, il suono della band di Atlanta appare ancora più vetusto che in passato, inadatto ad affrontare la nuova sfida che si para loro dinanzi, ovvero quella di far breccia in un pubblico che, fatte salve le schiere di affezionati, pare lasciarsi affascinare da musiche più complesse e cerebrali.

Seppure Three Snakes and One Charm si allontani parzialmente dal clichè dei primi album mediando la prepotenza del riff in favore di un suono più “paludoso”, i Black Crowes diventano del tutto marginali al mercato musicale finendo per somigliare ai vecchi dinosauri che erano stati esiliati dal punk in una riserva dove sarebbero dovuti morire a poco a poco, dimenticati dal resto del mondo.

Con le scarpe sporche di fango e concime, i fratelli Robinson si fanno testimoni e custodi di un rock inzuppato nei badili della musica nera, con l’ostinazione fiera dei rednecks ma con uno spirito stavolta più bastardo che si muove errabondo nella mitologia spicciola della musica del Sud, stavolta con un senso di bivacco maggiore, in quella circolarità voodoo evocata dal titolo e dal disegno che lo rappresenta.   

Canzoni per lo più inafferrabili, malgrado i contorni ben definiti, come ancora una volta suggerisce la copertina.

Un cerchio dove vengono chiusi Otis Redding (Halfway to Everywhere e Let Me Share the Ride illuminate dai fiati della Dirty Dozen Brass Band), le libagioni stonesiane di Beggars Banquet (How Much for Your Wings?Good FridayEvil Eye, la cover di Mellow Down Easy destinata a fare da retro al singolo One Mirror Too Many) e tanto, tanto rock confederato.

Bentornati fratelli Allman.

Ops…Robinson.

Il disco che inaugura il nuovo contratto con la Columbia parte con il piede sull’acceleratore. Go Faster tiene infatti fede al suo titolo, nel tentativo di recuperare il tempo perduto fra il disco precedente e questo nuovo.

Attorno ai fratelli Robinson sono cambiate nel frattempo diverse cose.

Il disco consegnato alla American Recordings non è piaciuto e la band ha fatto le valigie (la American ci ripenserà tempo dopo, con i corvi ormai volati lontano, pubblicandolo come Lost Crowes assieme agli scarti di Amorica., NdLYS). Marc Ford è stato allontanato dal campo dove i corvi vanno a beccare e Johnny Colt ha lasciato il nido per diventare uno yogi. Non l’orso, quello che saluta il sole al mattino e riverisce la luna di notte. Un lavoro di “depurazione” che i Black Crowes celebrano sulla copertina del nuovo disco vestendosi di un angelico bianco.  

Rich Robinson, ribattezzatosi The Prince per l’occasione, non fa rimpiangere il Ford che ha abbandonato il garage. La sua chitarra, che la magia della produzione alterna e sovrappone nel ruolo di ritmica e di solista, non ha un solo attimo di cedimento e By Your Side, dopo le incertezze del disco precedente, rimette il suono dei Black Crowes nella carreggiata del miglior rock sudista contemporaneo, con gli occhi sempre fissi a guardare quelli di Keith Richards, Mick Jagger e Ron Wood.

I detrattori che li vogliono alfieri di un rock demodè avranno di che rodersi il fegato e dovranno rivolgersi altrove, aspettando magari che nasca il Kid A di cui pare sia iniziata la gestazione in un’altra parte del globo.

Qui dentro, solo puzza di vecchio.

La naftalina l’ha mangiata tutta Eta Beta.  

 

Live at The Greek, pubblicato nel Febbraio del 2000 e cointestato nientepocodimenoche con Jimmy Page, è il frutto discografico, disponibile preventivamente e parzialmente anche in Rete, di una delle tourneè più inseguite e coinvolgenti del 1999 e che ha visto, spalla a spalla, il passato più idolatrato e il presente più sanguigno di quell’etica/estetica di cui il nuovo intellettualismo regnante ci vorrebbe derubare. È il rock-blues scelto come via di fede. E non è un caso che le immagini sacre che si celebrano nelle stazioni di questa Via Crucis siano più che sovente quelle degli Zeppelin. Ma non è qui la plateale anima pindarica degli Zep a prendere il volo (niente “scale per il paradiso” ne’ celebrazioni tronfie da Songs Remains the Same qui dentro, NdLYS) quanto piuttosto il suo mai sopito feeling blues a essere sviscerato con forza invidiabile e confrontato con le anime nere dei vari BB King o Elmore James, rimesso a nudo dalle sei corde di Jimmy Page (sempre “offensive”, le stesse che ci hanno rigato il cuore e che hanno patteggiato col Diavolo per carpire il segreto del blues) e dalla carica dei Black Crowes, la più credibile e cazzuta rock ‘n’ roll band in giro da dieci anni a questa parte, guidata da una voce che, unica al mondo, non teme di confrontarsi con l’ugola feroce di Robert Plant senza finire tra le macchiette dei pomeriggi di MTV.

Uno di quei dischi che il presente ci vorrebbe fare dimenticare tra mille sofismi post rock e il battage sensazional-popolare della club culture: una celebrazione del rock ‘n’ roll.

Nulla di più, ma neanche nulla di meno.

L’incontro con Jimmy Page rinvigorisce la criniera dei Black Crowes.

Il ritorno in studio dopo il lungo tour con il chitarrista inglese è foriero di belle vibrazioni e Lions saluta dei corvi in grandissima forma, nuovamente carichi di stimoli di cui le ultime prove in sala di registrazione sembravano orfane.

Se da un lato la produzione di Don Was conferisce una dinamica senza precedenti nella storia della band di Atlanta, dall’altra le chitarre di Rich Robinson ruggiscono come non mai mentre la voce di Chris si impenna in interpretazioni credibili di quel soul che ha già bruciato le ugole di Peter Green e Joe Cocker.

Archetipo della nuova formula è Come On, messa in scaletta dopo la mirabolante doppietta iniziale di Midnight From the Inside Out e Lickin’ piene di chitarre imbizzarrite che sembra difficile da tenere a bada. Oppure, sulla seconda parte dell’album, la Young Man Old Man che traccia un ideale ponte tra gli Stones di Beggars Banquet, il Santana di Abraxas e lo Stevie Wonder di Innervisions.

Cosmic Friend è invece uno dei pezzi più bizzarri e capricciosi dell’intero catalogo Black Crowes con la sua intro quasi freakbeat, il botta e risposta messo tra l’ugola di Chris e la chitarra del fratello Rich e il pianto di neonato che la conclude.

La sezione ballate, da sempre una delle più rigogliose dell’albero dove i corvi vanno a poggiare le zampe, si arricchisce delle fronde morbide di Miracle To MeLay It All On MeLosing My Mind mentre la Soul Singing suonata da Rich su una delle fantastiche creature metalliche di James Trussart, regnerà sovrana e imperitura su tutto il catalogo Black Crowes degli anni Zero.

Benvenuti nella giungla, uccellacci della malora.

 

Nel Marzo del 2008, dopo un silenzio discografico durato sette anni, i Black Crowes tendono un tranello alla stampa musicale.

E la stampa ci cade, rivelando suo malgrado ed inconsapevolmente quella che è sovente una loro abitudine.

Sul numero di Marzo di Maxim infatti viene pubblicata una recensione del nuovo disco della band di Atlanta, a firma di David Peisner. Il quale assegna due stelle e mezze su cinque, giudicandolo “mediocre”.

Il giudizio non è discutibile, come sempre. In quanto soggettivo.

Peccato che stavolta si tratti di un pregiudizio, però.

Non è una cosa eccezionale in sé, perché i giornalisti non hanno tempo per ascoltare tutto e capita che il pezzo debba andare in stampa lo stesso. L’ho imparato quando scrivevo sulla carta stampata, prima di fuggirne inorridito.

Solo che stavolta, tutto è stato architettato a dovere dai fratelli Robinson. I quali, avendo adesso il pieno controllo sul proprio materiale artistico, hanno deciso che nessuna copia promozionale verrà distribuita alla stampa e che, ad eccezione del singolo che lo anticipa, l’album sarà blindatissimo fin quando non verrà distribuito nei negozi, allietando la festa delle donne di quel 2008.

Ne viene fuori uno sputtanamento plateale che costringerà Maxim a porgere le sue scuse.

Ma com’è, ad ascolto avvenuto, questo nuovo disco dei Black Crowes? Molto diverso da quel Lions che ruggiva sette anni prima. Warpaint è un album volutamente rurale, fatto di suoni perlopiù acustici ed introversi che ben si amalgamano con l’eco ambientalista delle produzioni soliste dei due fratelli.

Ecco dunque dipanarsi ballate e canzoni dal passo lento come Oh JosephineLocust StreetThere’s Gold in Them HillsMovin’ On Down the RoadEvergreenWee Who See the DeepGod’s Got It e il canto pellirossa di Whoa Mule che costituiscono il cuore di un disco di una band autentica che il mercato ha relegato negli scaffali dove solo pochissimi avventori vanno a frugare.

E pochissimi giornalisti vanno a sentire.

 

Per l’atto conclusivo della propria storia i Black Crowes radunano attraverso il loro sito una folla di pochi intimi ai Levon Helm’s Studios di New York, accendono microfoni e videocamere e registrano tutto.

Se non è buona la prima, non ci sarà una seconda.

Ma non serve ci sia.

Le venti canzoni che annunciano l’imminente glaciazione dei Black Crowes finiscono tutte su disco, a fare di Before the Frost…Until the Freeze l’ultimo orgoglioso viaggio dentro un suono dinamico come noi mai, a volte quasi  funkeggiante, ormai in grado di parlare con grandissima maestria e stile ogni dialetto della musica tradizionale americana. Forse, se un difetto lo si deve trovare in questo commiato dei corvacci neri, è proprio questo eccesso di padronanza dei propri mezzi espressivi (ascoltare la perfezione “formale” di pezzi come I Ain’t Hiding o What Is Home? su cui altri, ben più blasonati, avrebbero speso decine e decine di ore di registrazione) che va a discapito dell’anima sanguigna che ha sempre contraddistinto la band.

L’ultimo volo dei Black Crowes ha l’eleganza rapace e la possente maestosità di un volo d’aquile.

Come nella fiaba di Andersen, gli uccellacci abbandonano il nido lasciando un tappeto di piume nere.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV – Jon Savage’s 1968 – The Year the World Burned (Ace)  

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Il 1968, ci dice Jon Savage, è l’anno in cui il mondo bruciò.

E molte di quelle fiamme lo avvolgono ancora oggi, quarant’anni dopo.

Il quarto volume curato dal giornalista e scrittore inglese per la Ace Records è pieno zeppo di musiche urticanti ancora oggi. Moderne, rivoluzionarie, eccessive.

Una scelta di canzoni (quarantotto in tutto) che esprimono al meglio il torrido clima di quell’anno, tra pezzi “obbligatori” (Fire di Arthur Brown, Kick Out the Jams degli MC5, Cloud Nine dei Temptations, Everyday People di Sly Stone, I Say a Little Prayer della Franklin, Piece of My Heart della Big Brother &The Holding Co., How Does It Feels to Feel dei Creation, Say It Loud! di James Brown) e una “seconda scelta” per nulla banale, anzi: pezzi poco conosciuti di Pretty Things, Beau Brummels, Canned Heat, Love, Kinks, Buffalo Springfield impreziosiscono tutto il primo dei due dischi mentre sul secondo canzoni come Omnibus dei Move, Machines di Lothar and The Hand People, Lincoln Country di Dave Davies, Eastern Organ della Brother Dan All Stars e Rain dei KAK risplendono come autentiche perle. Innovative e sfolgoranti ancora oggi. Una selezione favolosa, plurivalente dove soul music, reggae, freakbeat, pop music convivono senza umiliarsi l’un l’altro in un carosello infinito di suggestioni e il 45 giri vive il suo ultimo anno di gloria.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

EVERLAST – Whitey Ford’s House of Pain (Martyr Inc.)  

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C’è stato un periodo della mia vita in cui mi piaceva Everlast.

No, non erano i tempi degli House of Pain, che per me allora l’hip-hop era soprattutto roba italiana. Non perché fossero più bravi ma perché, come aveva dichiarato qualcuno, il rap era per me “il messaggio” e di cantare Jump Around saltando per la stanza inneggiando alla birra scura non era esattamente il messaggio che cercavo.

Erano invece gli anni immediatamente successivi, quelli di Whitey Ford Sings the Blues, la seconda volta in cui prova, dopo otto anni, a fare tutto da solo. O quasi, che di strumenti era ben disseminato quel disco, sezione fiati e di archi addirittura e poi tastiere e qualche scratch che era come una cicatrice di quegli anni vissuti nella Casa della Paura. Ma Whitey Ford adesso era essenzialmente un bluesman, nonostante suoni il blues come i Fun Lovin’ Criminals facevano col funk. Moderno, bianco, teppista. Ma pur sempre un uomo ispirato dalla musica americana. Un po’ Beck, un po’ Me Phi Me, un po’ Michael Franti. Erano gli anni in cui lavoravo in radio e i suoi pezzi avevano un appeal radiofonico perfetto. Tanto che a furia di passarli ci entrai, è il caso di dirlo, in sintonia. Nonostante questo Everlast non ha mai mosso grandi volumi di vendita e il fatto di ritrovarmi ora sulla scrivania un suo nuovo disco dove ritira fuori il vecchio nome della band palesa in maniera evidente come dopo un quarto di secolo Mr. Whitey Ford abbia ancora bisogno di farsi identificare ricorrendo al passato in varie forme (una reunion celebrativa lo scorso anno e adesso, appunto, il richiamo lampante alla sua ex-band nel titolo dell’album).

Whitey Ford’s House of Pain è il nuovo capitolo dell’Everlast artista di ieri, riaggiornato a quello che è l’uomo Everlast di oggi, con Trump alla guida del suo paese e una figlia cui è stata diagnosticata la fibrosi cistica. Un uomo con qualche altra cicatrice da aggiungere a quella che sul petto gli ricorda ancora di quando fu strappato alla morte per una bizzarria del suo cuore. Non è un disco che ha ambizioni hardcore, semmai ne mostra qualcuna di successo piegandosi come un fuscello al vento del facile ascolto: It Ain’t Easy e The Climb potrebbero essere, se le radio sapranno fare il loro lavoro o se qualche film-maker saprà inserirle nella serie tv giusta, un successo colossale. Trascinandosi dietro tutto l’album, ovviamente. E noi magari saremo lì ad applaudire.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE A-BONES – Daddy Wants a Cool Beer (Norton)  

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Per festeggiare i venti anni di carriera gli A-Bones aprono il frigo e offrono da bere a papà. Due fusti pieni di luppolo spumoso, con tutto il retrogusto vintage che potete immaginare quando a spillare ci sono Billy Miller e sua moglie Miriam Linna. Che suonano sollevando schiume di Troggs, Charlie Feathers, Link Wray, Beach Boys, Flamin’ Groovies, Raiders, Sonics, Bo Diddley, Andre Williams, Trashmen, Esquerita, Sir Douglas Quintet, Kingsmen urlando e strepitando come fossero la resident-band del bowling dei Flintstones (ascoltate la We’re Gonna Get Married suonata assieme alle 5.6.7.8’s per visualizzare quanto scritto, NdLYS).

Gli A-Bones suonano illudendoci che le feste ai campus universitari siano perenni. Tanto da restarci chiusi per cinquanta anni e non essere più usciti dalla sala, flirtando praticamente con due generazioni di uomini e donne. Mentre sul palco twist, rock ‘n’ roll, R ‘n B e garage-punk si mangiano le assi.

Daddy Wants a Cool Beer mette in fila quarantasei canzonacce pubblicate su singoli, compilation, dischi-tributo e altre frattaglie. E che frattaglie, Dio Bones.

Una birra fredda qui, per favore.

Bionda.

In coppa C.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RAINBOW BRIDGE – Lama (autoproduzione)  

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Immagino che il repertorio del mancino di Seattle rappresenti ancora una fetta importante delle scalette dei concerti della band di Barletta ma discograficamente parlando, Lama è già il secondo lavoro che i Rainbow Bridge realizzano con materiale del tutto autoctono.

Sei brani in tutto (anche se uno è semplicemente una breve jam di “sputi” chitarristici di appena sessanta secondi) coprono i quaranta minuti del nuovo disco. Sei canzoni in cui l’”arte di manovra” hendrixiana è presente solo come ispirazione e non più come modello univoco, cosa tra l’altro già ravvisabile sul Dirty Sunday dello scorso anno ma che qui compie un ulteriore e decisivo passo in ottica di definizione caratteriale concedendosi il lusso del cantato, peraltro molto distante timbricamente e tecnicamente da quello nero e voodoo di Hendrix.  

Il suono triangolare pesa ovviamente in maniera decisa sulla sei corde del bravo Giuseppe Piazzolla ma il terzetto pugliese si muove da un lato avvicinando le schiene alle rocce stoner e dall’altra nuotando a bracciate piene dentro un increspato mare di deliziosa e liquida placenta hard-psych, come nella veramente notevole traccia finale, lunghissima ma mai arrendevole alla noia, premonitrice di prelibatezze che con pochissimi aggiustamenti frutteranno in maniera copiosa.   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BIRTH OF JOY – Hyper Focus (Gitterhouse)  

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Il pubblico del cosiddetto “retro-rock” è facilmente infiammabile.

Agli artificieri si chiede di sapersi destreggiare con grande manualità e una buona competenza dentro un arsenale di vecchie armi e munizioni del periodo bellico (diciamo, con buona approssimazione, quelle del periodo ’68-’74) e di mettere su con quelle uno spettacolo pirotecnico che, nella sua suggestione, replichi in qualche modo le gesta degli eroi di quel conflitto.

Narcisismo, autocompiacimento ed onanismo, se ben esibiti, sono piacevolmente tollerati e, spesso, anche considerati come virtù.

Gli olandesi Birth of Joy, essendo dotati di tutte queste qualità, sono diventati una delle band più osannate del novero di artisti che a quel passato guardano con venerazione sacrale (nel senso religioso, più che in quello osseo del termine, quantunque…). Il loro suono, in virtù soprattutto dell’utilizzo non predominante ma comunque peculiare delle tastiere, rimanda a band come Uriah Heep, Deep Purple e i tardi Doors. È ravvisabile pure, tra le maglie di questo loro Hyper Focus, il fascino per certe magniloquenze cupe che sono state lungamente sviscerate da band come Porcupine Tree e Muse il che, essendo un compromesso che va a scapito della fisicità e dell’aggressività che resta come soffocata, imprigionata, bloccata, non gioca a loro favore, rinviando quell’esplosione all’infinito senza in realtà realizzarla mai.

Il che è un po’ come restare col cazzo dritto per tre quarti d’ora.

E poi rimetterlo nelle mutande, aspettando si afflosci.        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LOU.X – A volte ritorno (BMG)  

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Chissà com’è che ad un certo punto la BMG si trova per casa un tipo come Lou X.

E chissà com’è che i puristi del cazzo, mentre fanno la fila alle casse della Nike, trovano di che lamentarsene.

In realtà a posizionare l’ordigno di Lou X all’interno di una delle più grandi strutture discografiche italiane è Carlo Martelli, il manager di artisti come Caparezza e Frankie Hi-NRG che all’epoca lavora all’interno del gruppo RCA ed ha il chiodo fisso per l’hip-hop.

Non conosco le clausole del contratto ma all’ascolto A volte ritorno è ancora più massiccio, crudo e sfacciato del disco precedente.

La Costa Nostra (Eko, Cuba Cabbal, Disastro) è ai massimi livelli: le basi di Marco Fioritoni, all’epoca ancora minorenne, sono tendenzialmente più rilassate e occhieggiano allo stile West Coast (Dr. Dre e compagnia ma anche DJ Muggs). La lingua è invece sempre truce e spaccona. E batte dove il dente duole. L’attacco politico è attenuato ma il malessere che si avverte è lo stesso di Dal basso. Forse più amaro perché più consapevole. Forse più doloroso perché il nemico si è fatto più infido e insidioso. E non è sempre riconoscibile da una mimetica o da una divisa blu. Anzi. Veste spesso come noi. Forse, il nemico è spesso annidato dietro lo specchio.    

Il messaggio schietto di Lou X, in un’epoca in cui ciò che di hip-hop raggiunge il grande pubblico è ancora bellamente imbellettato, arriva sventolando la bandiera di una major. E solca mari aperti, come quello delle Radio “di regime”, da Radio Deejay alla neonata Radio Capital dove Jovanotti e Saturnino improvvisano su Come l’occasione, il pezzo che apre le ostilità in piena tenuta cafone/hardcore. Come quello di Rai3, che per qualche mese utilizza La Raje, bellissimo singolo spinto da iridescenti onde funk di scuola Kool & The Gang, come sigla per il suo Blob.

Le mani di mamma BMG arrivano ovunque. E ogni tanto portano qualche bullone che, se proprio non può far inceppare la macchina, può spaccare qualche incisivo alle sue ruote dentate.

Lou X è uno di quei bull(on)i.

Uno che non le manda a dire.

Che è dentro ogni suo gesto, ogni sua rima, ogni suo sputo.

Che a volte ritorna ma molto più spesso scompare. Come me. Purtroppo come pochissimi altri.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

PHIL ALVIN – Un”Sung Stories” (Big Beat)  

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Nel 1986, dopo la defezione del fratello Dave anche Phil Alvin si tira temporaneamente fuori dai Blasters, pur senza rinunciare a salire per la seconda volta sul palco del Farm Aid accanto ad un cast stellare che comprende nomi come Bob Dylan, Grateful Dead, Neil Young, Tom Petty, Steppenwolf, John Mellencamp, Steve Ray Vaughn e gli amici X e Los Lobos, davanti ad una folla di ottantamila persone vestite come dei cowboys che li osannano manco fossero la reincarnazione di Hank Williams, nonostante quello cui in migliaia assistono sia lo spettacolo di una band finita (ma molti non lo sanno ancora e molti altri, quando salgono sul palco, non sanno comunque chi siano, NdLYS). La rottura fra i due fratelli si riconcilierà solo dopo un quarto di secolo ma sebbene Dave sia il primo ad andarsene, nel Marzo del 1986, il primo prodotto della “scissione” è tuttavia firmato da Phil, che con Un”Sung” Stories tenta un triplo salto all’indietro con avvitamento e senza rete ancora più audace rispetto a quello già tentato con successo dai Blasters fino ad infilarsi mani e piedi addirittura negli anni ’20 e ’30 delle big band swing e jazz. Un disco che nulla concede alla modernità e che brilla di ottoni anche se sono i momenti di austera solitudine blues quelli che io preferisco. Pezzi come Titanic Blues, Gangster’s Blues e Next Week Some Time ad esempio, che sono il territorio dove sconfinerà da lì a qualche anno anche l’amico Jeffrey Lee Pierce col suo capolavoro blues inciso come Ramblin’ Jeffrey Lee. Un disco fortemente compromesso con la storia della sua terra e della sua famiglia, dove la musica è sempre stata quella roba pesante con cui riempire l’aria.

L’Arkestra di Sun Ra e la Dirty Dozen Brass Band assicurano il giusto mood retrò ad un disco che torna oggi per la prima volta, se si esclude un’edizione limitata giapponese dello scorso decennio, in formato cd. E che, si, potrebbe essere un buon regalo per questo Natale.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

J.D. HANGOVER – J.D. Hangover (Hound Gawd!)  

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Dietro la sigla J.D. Hangover si nascondono gli italiani Stiv Cantarelli e Roberto Villa e questo loro disco, legalizzato all’anagrafe con data di nascita 11 Gennaio 2019, è in realtà la stampa ufficiale di quanto realizzato un paio di anni fa solo su bandcamp e circolato in qualche copia in cd per gli addetti ai lavori. Una copia deve essere arrivata tra le mani di Oliver Hausmann che si è affrettato ad organizzare una pronta e dignitosa sepoltura su una lastra di vinile.

Un disco di malatissimo blues innestato su una serpentina di beat malefici memori della lezione dei Suicide. Come se fossero tornati trascinando per i capelli il cadavere di Robert Johnson per mostrarlo al Diavolo, a rinnovare il ricordo di una promessa mantenuta troppo velocemente, i J.D. Hangover allestiscono sei barbituriche ballate di strascicato blues che sembra suonato su una chitarra che ha montato del filo spinato al posto della normale muta con anima d’acciaio. Piccole stravaganze da saloon infestato fanno la loro apparizione, come fossero suonate dalle mani di qualche zombi mal in arnese.

Avete giusto il tempo per godervi il Natale, con le sue palline colorate di neve posticcia.

Passate le feste, Belzebù torna a bussarvi alla porta.   

                                                          

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DENIZ TEK – Lost for Words (Career)  

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Come a suo tempo era successo a Dom Mariani, anche Deniz Tek si lascia invaghire dalla musica surf rilasciando questo disco strumentale dove fanno la loro comparsata gente come Keith Streng dei Fleshtones e Pyp Hoyle dei Visitors.

Devo dire che non mi aspettavo granché, anche per la predisposizione di Tek all’aborto spontaneo. Eppure Lost for Words è un lavoro che si fa ascoltare con piacere e che riesce a muoversi in un ambito (quello della musica surf e western) super-inflazionato e straboccante di gruppi-fotocopia, con un livello di autonomia e personalità davvero lodevole. Si, Morricone, i Ventures e John Barry (Burn the Breeze, Song for Dave e Lies and Bullets) si annidano spesso dietro le dune, come è ovvio che sia. Ma lungo lo scorrere del disco è come se il chitarrista australiano si dimenticasse di essere spiato e conducesse il gioco un po’ dove cazzo vuole, riarrangiando anche un paio di episodi dei Radio Birdman e mettendo in scena un film muto pieno di belle immagini.

No, non è necessario mettere la tavola da surf sotto il braccio, indossare la maschera da wrestler o allacciarsi i cinturoni con le fondine ai pantaloni per improvvisarsi cosplayer mentre si ascolta Lost for Words.

Basta sedersi in riva alla spiaggia e dare le spalle al mondo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro