STARFUCKERS – Sinistri (Underground)  

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Questo disco è noioso, questo disco fa schifo, questo disco è sbagliato.

Con Sinistri gli Starfuckers decidono di smontare le impalcature di tubi metallici con cui avevano costruito il loro precedente lavoro. E registrano quel silenzio interrotto da rumori casuali, metalli che cozzano, operai che si urtano mentre smantellano l’intero cantiere. Sfiniti ma pronti a bloccare i cancelli per il prossimo corteo sindacale.

Sono gli operai che inventano il logo della TIM con più di vent’anni di anticipo. Forse non sono più neppure loro, in verità.

Forse quella di Sinistri è la prima officina infestata dai fantasmi di quegli spiriti. Passando accanto alle macchine cui hanno sacrificato i loro corpi in vita producono un rumore, sfregano su qualche lastra di metallo, picchiano qualche utensile, azionano qualche puleggia, lanciano qualche ciotola nel tinello della sala mensa, spaccano qualche orinale.

Poi si mettono in marcia, intonando un malefico canto proletario che ha l’odore di tutte le cose definitive. Battendo le mani, con gli occhi bendati, le museruole infine slacciate, i piedi che pestano nel torbido: quello di Ordine pubblico è l’unico momento “musicale” di un disco dove è la presenza invasiva delle macchine a marcare il territorio, a farci precipitare in una voragine antropomorfica dove silenzi e suoni “sinistri” anticipano l’età della comunicatività compulsiva ma ectoplasmatica  che sta per arrivare, l’era in cui ogni contatto umano perde di fisicità e corporeità per disperdersi nel cyberspazio, mortificato da un sms, da un whatsapp, da una chat, da un “vediamoci” rimandato all’infinito, sparato nello spazio come l’eco di un sonar, come brindisi benaugurante di un incontro che non avverrà mai.

Distanti, polverizzati, deumanizzati, morti.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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