I HATE MY VILLAGE – I Hate My Village (La Tempesta Dischi)  

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Adriano Viterbini, Marco Fasolo, Alberto Ferrari e Fabio Rondanini sono i protagonisti di questo spin-off che, complice la penuria di uscite italiane di un certo livello e un battage promozionale capace di spingerlo ben oltre il suo perimetro di pertinenza, pare destinato a diventare sin da subito un disco di culto nonostante poco o nulla conceda al facile ascolto.

I Hate My Village sono, è, una sorprendente e complessa macchina tribale. Di quelle di cui nessuno sentiva il bisogno ma, ora che c’è, tutti ci vorrebbero salire sopra a farsi in giro per sentirsi come dei tuareg con in cuffia i primi elleppì di Peter Gabriel. Un disco etnico per universitari con Blow Up sottobraccio. Senza alcuna mira offensiva ne’ per gli universitari ne’ tantomeno per Blow Up, me ne guarderei bene. Il disco che “ci suona questo e quest’altro” e che fa figo ascoltare, che “fa tendenza”. Un po’ come quando Robert Plant ci legittimò all’ascolto della musica berbera dei Tinariwen, con la cui anima blu il suono degli I Hate My Village ha peraltro ben più di un legame.

Prima di aizzarmi i pruriti litigiosi dei polpastrelli degli “haters” (che a questo punto, per uso traslato, potrebbe essere un termine rivendicato di diritto dai fan del gruppo, NdLYS) è opportuno però precisare che il debutto degli I Hate My Village è un affascinante lavoro di blues e funky suonati con radici di baobab e pietre focaie, un cous cous carico di spezie africane che ci fa ben sperare sulla vendetta dell’intelligenza della vecchia guardia nei confronti dell’Itpop buono per le piadinerie.

La rivincita degli uomini coi peli sulle palle sui ragazzini con la barba.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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NOUVELLE VAGUE – Nouvelle Vague (Peacefrog)  

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Se avessi scritto la recensione a questo disco a ridosso della sua uscita, sarei stato più clemente con i Nouvelle Vague.

Purtroppo per loro non è andata così.

E il gruppo francese paga pegno.

Per tutte le Carle Bruni che mi sono dovuto sorbire agli apericena negli ultimi dieci anni.

Per tutte le Mad World stuprate da Donnie Darko e da tutti gli altri eroi piccoli e grandi delle serie tv, per tutte le bossanova che hanno infestato il pianeta, per quella selva oscura di giovani rampanti col Ferrarino posteggiato in seconda fila davanti al proprio american bar preferito, per tutti quei dj che si portano dietro una chiavetta con duecentoottantotto files di musica di merda con cantanti che strusciano e ammiccano come femmine da bordello portoricano, per tutti quelli che non hanno ancora capito che lounge e lunch sono due cose diverse e nonostante questo banchettano giocando beatamente con le olive galleggianti, attenti a non sporcarsi la camicia stirata da una schiava bianca cui gorgheggiano amore come un sifone per acquaseltz.

E quindi, a malincuore, eccomi qui “anema e core” (diamogli tempo, la rifaranno) a dover odiare questo disco. Malgrado ci sia dentro una bella versione piovosa di In a Manner of Speaking che fa il nodo alle budella e che sia riuscito nel sortilegio di trasformare la corsa a perdifiato di Robert Smith tra la foresta in quella di Biancaneve fra i cespugli di bougainvillea.

Peccato. Ma a volte, anche quando le olive sono senza osso, ad andar di traverso può essere l’oliva medesima.

           

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE LOTUS EATERS – No Sense of Sin (Sylvan)  

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Lasciati i Cure all’indomani di Three Imaginary Boys, Michael Dempsey trova asilo a Liverpool, presso il tempio dei mangiatori di loto Gerrard Quinn (per un breve periodo tastierista dei Teardrop Explodes, NdLYS), Stephen Creese, Jeremy Kelly e Peter Coyle, one-hit wonder consegnatasi alla storia degli anni Ottanta grazie al successo di First Picture of You, canzone neo-romantica con mezza idea, ma mezza idea buona, tanto da regalare alla band un transitorio successo che la Arista cerca subito di capitalizzare infilando il gruppo in studio per vedere se oltre a quella mezza, di idea ne hanno un’altra mezza da poter stiracchiare per tirarci fuori un album.  

E così tira qua e tirà là a dispetto di una coperta corta i Lotus Eaters sfornano No Sense of Sin, uno dei dischi che anticipa di dieci anni buoni il sound dei Travis e, nell’immediatezza, il pop garbato di Colourfield e Dream Academy anch’essi destinati a non lasciare che un evanescente ricordo nella storia della pop music inglese.

No Sense of Sin è insomma un tipico prodotto adolescenziale dell’epoca new-romantic, invaso da superficiali canzoni sull’innamoramento (non sull’amore, che è ben altra cosa) e sul senso pervadente dell’esclusione che è tipico di quell’età, un po’ come i pantaloni high-waisted firmati Jim Cavaricci e gli spolverini.   

Una new wave garbata, gentile e dagli occhi azzurri, sulla falsariga di quella esibita dagli Aztec Camera su High Land, Hard Rain e dai China Crisis su Difficult Shapes and Passive Rhythms, appena appena colorata da qualche artificio come le voci riprodotte col synth sul chorus di First Picture of You, la finta marimba che serve a You Fill Me with Need per assomigliare tanto ma proprio tanto alla Never Stop dei paesani Bunnymen o il pianoforte elettrico necessario a German Girl per fuggire dalla gabbia di Johnny and Mary di Robert Palmer in cui è andata a cacciarsi.

Un bene effimero, come il dono della bellezza. Che passa e se ne va. E ti lascia a guardare qualche foto in cui eruttava come fuoco che sembrava destinato a durare per sempre.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

KRISTIN HERSH – Possible Dust Clouds (Fire)  

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C’erano una volta i Throwing Muses e c’era una biondina quattordicenne chiamata Kristin Hersh.

Kristin è adesso una bionda ultracinquantenne affetta da schizofrenia e disturbi bipolari con un divorzio alle spalle e quattro figli. Sempre su quelle esili spalle. Una carriera solista iniziata a metà degli anni Novanta e che io ho seguito distrattamente. Della schizofrenia che l’affligge da anni Kristin ha saputo fare tesoro, trasferendo nella sua musica un’anima languidamente acustica e un’altra dilaniata dall’elettricità, entrambe inquiete. Anche in Possible Dust Clouds convivono entrambe, simbiotiche. Si affrontano senza mai addivenire allo scontro e rendono avvincente una scaletta tra le più riuscite della sua carriera, Throwing Muses compresi. Una sorta di velo grunge alla PJ Harvey si stende su buona parte delle canzoni, con una distorsione sporca e pesante sul basso ed una più sfrangiata e tremolante sulle chitarre a deformare canzoni come Fox Point, Breathe In e Loud Mouth che sono un tripudio dell’indie-rock americano più classico. Come lo amammo quando eravamo minorenni quanto lei. E come ci piace farcelo raccontare da due occhi che ti guardano nascondendo il tormento che si muove dietro l’opalescenza delle sue iridi di ghiaccio.

 

                                   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

QUEEN – Sheer Heart Attack (EMI)  

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Una delle (non moltissime) chance per i Queen di farsi un giro sul mio giradischi gli è concessa con Sheer Heart Attack, album dove il cattivo gusto cui si abbandoneranno sempre più spesso lungo la loro carriera e i cui prodromi sono già avvertibili in alcuni passaggi di questo loro terzo album è bilanciato da una scaletta memorabile, piena di fuochi d’artificio proto-metal e una conturbante anima glam che con buona approssimazione potremmo individuare tra la Alice Cooper Band e i Mott the Hoople.

Un disco dove le due anime gender convivono fianco a fianco, si corteggiano e lottano già dall’iniziale Brighton Rock dove Mercury dà sfoggio di una delle sue prime prove di istrionismo vocale mutando registro nell’interpretare i dialoghi tra uomo e donna che ne sono protagonisti. Dietro di lui, tutto si accende di una vitalità elettrica esaltante fino a che la chitarra di Brian May arriva a prendersi tutto, divampando in un rifferama che porta in seno già tutto il metal che arriverà e che più avanti, su Stone Cold Crazy, è già arrivato: sta tutto lì. E lo avremmo avuto anche se non fossero arrivati i Metallica o i Motörhead. E sta tutto lì non dal 1974 ma dal 1969, l’anno in cui Mercury la compone e la esibisce al pubblico con la sua band di allora.

Killer Queen e i due movimenti di In the Lap of the Gods sperimentano già con i timbri da operetta e le sovrapposizioni vocali che raggiungeranno l’apice di perfezione l’anno successivo su Bohemian Rhapsody.

Now I’m Here trasferisce i giochi vocali su un tipico rock ‘n’ roll vizioso e camp figlio del Bowie di Suffregette City.      

Ma sono le canzoni dove il muro di suono diventa feltro a costituire il vero tesoro del disco: Tenement Funster, She Makes Me (Stormtroopers in Stilettos) e Misfire, cantate rispettivamente da Roger Taylor, Brian May e su doppio registro da Freddie Mercury (ma scritta da John Deacon) sono tra i capolavori del glamour-rock inglese, piccole delizie androgine strapazzate da qualche critico in preda al fuoco di Sant’Antonio testosteronico e assetato di melodramma, trascurate da chi “ti faccio una cassetta dei Queen, ci metto i brani più belli”, considerate molto banalmente di serie-B da chi mette in serie A l’inno al Super-uomo di We Are the Champions. Non da me.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE DI MAGGIO CONNECTION – Rowdy (Thunderball)  

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Marco Di Maggio suona la chitarra come Guglielmo Tell usava la balestra.

Al di là dei riconoscimenti internazionali che ormai credo occupino tutte le pareti del suo studio domestico, l’arte di Di Maggio è, oltre che strabiliante, altamente godibile. Rockabilly, swing, country e un certo gusto western colano come salsa BBQ su ogni suo nuovo disco e anche questo Rowdy ne è pieno. Uno di quei dischi in cui niente accade a caso e che pure ti trasmettono un senso di contagiosa, positiva spontaneità. Roba come The Red Bridge, Rock’A’Tango,To and Frò o la corsa alle calcagna di Smoke on the Water danno davvero le pacche sul culetto di tanti artistucoli da quattro soldi che si spacciano per supereroi.

Bravo Di Maggio.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SUEDEHEAD – Constant Frantic Motion (Mad Butcher Classics)  

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Il nome e la copertina non mi dicevano nulla. O meglio, quel che mi dicevano non mi piaceva. Pensavo all’ennesima band devota a Mr. Morrissey. Ad una sorta di pantomima dei Belle and Sebastian e di altre soap-opera inglesi di forma rotonda.

E così questo Constant Frantic Motion è finito per sostare sulla colonna dei miei dischi da ascoltare per almeno un paio di stagioni. Finché in una giornata più umida delle altre mi sono detto che forse era il momento di aprire le imposte ad un po’ di rovescio inglese.

Ed ecco avvertire subito tutto il colpevole peso del senso di colpa del pregiudizio.

Perché, sebbene siano americani e di inglese abbiano davvero tanto, i Suedehead sono distantissimi da quel che immaginavo. Qui si vola, altissimi, dalle parti di Jam, Purple Hearts, Dexys Midnight Runners, Joe Jackson Band, degli Housemartins più tirati. Addirittura, pur senza raggiungerlo, nei pressi del nido inviolato dei Redskins.  

Il senso di colpa raddoppia scoprendo che questo album BELLISSIMO non è altro che la raccolta dei dischi su piccolo formato realizzati in proprio dalla formazione californiana “scoperta” da Mike Ness dei Social Distortion e che vede tra le sue nutrite fila anche alcuni membri di band come T.S.O.L., Beat Union ed Hepcat.

Un disco dove vi può capitare di incrociare la Waiting Room dei Fugazi e di non riconoscerla oppure di tornare a tormentare i vicini con uno dei più bei pezzi soul scritti da qualcuno con la pelle bianca come Gimme Some Lovin’. E dove vi può capitare di fare la conoscenza con una serie di canzoni che possono svoltarvi ben più che una singola giornata come New Traditions, Young and In Love, Small Town Hero, Long Hot Summer, Can’t Stop, Trevor.

Non siate stolti come me, quando vi capiterà fra le mani il disco dei Suedehead.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

THE REVERBERATIONS – Changes (Beluga)  

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Trasferirsi nel deserto per captarne le vibrazioni psichedeliche, qualora ci siano. È un po’ questa la tecnica scelta dai Reverberations per dare un seguito a Mess Up Your Mind, capolavoro sixties-punk di tre anni fa. Registrato con uno studio mobile proprio nel cuore del deserto del Mojave, Changes è il risultato di questo esperimento e del cambiamento in atto nel songwriting della formazione di Portland che li ha portati ad abdicare dal classico garage-punk del debutto per spostarsi in territori che se sono desertici dal punto di vista geografico, sono invece rigogliosi di flora psichedelica nei risultati artistici. Peyote, papaveri e funghetti psicoattivi crescono lussureggianti nel giardino di Changes, innaffiati da litri di arpeggi Rickenbacker, scale armoniche di organo Vox e mellotron e ricami orientali che ricordano i tappeti della Chocolate Watch Band, dei Dukes of Stratosphear e del salotto di Brian Jones come quello che si stende sotto il culo di Left Behind.

Il risultato raggiunge punte di eccellenza in Time Stops e Dreen Mushrooms mentre altrove sembra di ripiombare sotto le nuvole gonfie di spermaceto che attraversavano le Battle of the Garage degli anni Ottanta. Il giovane Greg Shaw sarebbe impazzito per loro. Io impazzivo più per il loro disco precedente.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI – Sindacato dei sogni (La Tempesta Dischi)  

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Caramella, Bengala e Calamita sono i tre gattini di ceramica immortalati sulla copertina del nuovo album dei 3ARM che allegrissimi non sono stati mai e morti men che meno. E che adesso, dopo più di venti anni di carriera, non sono più neppure ragazzi. Ma sono sempre in tre e sono sempre gli stessi: Davide Toffolo, Enrico Molteni e Luca Masseroni, con turnisti e produttori d’ordinanza. Ruolo, quest’ultimo, affidato stavolta a Matt Bordin dei Mojomatics/Spookies e il cui lavoro (produttivo ma anche come musicista aggiunto) rappresenta la vera novità di questo nono album, avendo in passato messo le sue mani al servizio di band come Pussywarmers, OJM, Rippers, John Woo e altre decine di formazioni lontanissime dall’universo musicale del terzetto di Pordenone.

Se due indizi fanno una prova, allora quello suggerito dal titolo che omaggia chiaramente i Dream Syndicate in aggiunta alla scelta del produttore prova chiaramente che i 3ARM hanno deciso di sterzare verso una direzione più roots. E in effetti canzoni come AAA cercasi (con tanto di armonica a bocca e chitarre slide) o Non ci provare (di chiara derivazione Wynn) vanno a parare proprio da quelle parti. Mentre in altri passaggi ci si sposta addirittura su prismi psichedelici e krauti mai tentati prima, come se i Tre Allegri Ragazzi Morti avessero messo per la prima volta piede sulla Luna.

Claudicando, come tutti gli astronauti.

Perché un po’ zoppicante lo è questo Sindacato dei sogni. Nel senso che a volte la pregevolissima sciarpa sonora (che evoca ricordi non solo americani ma anche squisitezze jangle britanniche di marchio Smiths/Commotions) che potrebbe strozzare quell’ormai un po’ stantio pop adolescenziale/esistenzialista tipico della formazione in realtà finisce per annodarsi su sé stessa lasciando una via di fuga pericolosa per canzoni come Bengala, C’era un ragazzo che come me non assomigliava a nessuno o Mi capirai (solo da morto) che sono i Tre Allegri Ragazzi Morti ancora vivi, se capite il senso dell’ossimoro. E noi, augurando loro lunga vita, aspettiamo che facciano un passo ancora più deciso di questo, che pur nella sua incertezza resta uno dei migliori che abbiano mai compiuto nella loro carriera.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro