ROBERTO MANFREDI – Cesare Monti: l’immagine della musica (Crac Edizioni)  

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Storie e foto sono in gran parte “prelevate” dal blog dello stesso Cesare Monti, attivo dal Gennaio del 2012 e da lui stesso aggiornato fino al giorno della sua morte.

È dunque un Cesare Monti che si racconta in prima persona quello de L’immagine della musica. Ma è anche un Cesare Monti di cui parlano alcuni tra quelli che hanno incontrato per caso o su accordo stabilito uno dei più grandi innovatori della cultura pop, da Branduardi a Rettore, da Finardi a Cattaneo, da Vittorio Nocenzi a Maurizio Vandelli. Roberto Manfredi, grazie all’apporto della vedova Monti e della loro figlia Alice Montalbetti raccoglie queste testimonianze e altri cocci di memoria e, proprio come aveva fatto Cesare con la spilla presa in prestito da Gianni Sassi, prova a rimetterli insieme usando una colla rapida.

Non è facile, ma ci prova. Non è facile perché quando si parla di personaggi così visionari che prendono il loro posto nella storia proprio in un momento in cui la storia si sta scrivendo (ed è una storia importante: quella della musica “alternativa” degli anni Settanta del Banco, di De André, di Eugenio Finardi, di Edoardo Bennato, di Enzo Jannacci, Roberto Manfredi, Dedalus, Pepe Maina, Pino Daniele, del Parco Lambro, di Re Nudo) occorrerebbe avere uno spazio infinito su cui scrivere aneddoti e curiosità che sono memoria collettiva infinita. Un’epoca difficile sopra e sotto i palchi, di fermento e paura che Cesare Monti ha la capacità di descrivere e fissare nella nostra memoria con immagini forti, contrasti brutali, scatti grotteschi, fotomontaggi surreali e che Manfredi si prende la briga di riportare in forma scritta, in un omaggio sentito ad un amico col “sorriso da ippopotamo” e una fantasia paragonabile a poco altro.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BOB MOULD – Sunshine Rock (Merge)  

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Dice bene Bob Mould quando afferma che il dovere di ogni buon musicista rock sia oggi quello di colmare il vuoto discografico del settore provando a tutti i costi di realizzare quei grandi rock albums che oggi sembrano sempre più rari e dunque sempre più preziosi.

Dice un’ovvietà ma è un’ovvietà sacrosanta.

Un dovere cui Mould non si è mai sottratto, a dire il vero, anche se a volte i risultati non sono stati all’altezza dei buoni propositi. Di dischi un po’ zoppi è piena la sua carriera e anche questo nuovo dal titolo orribile non è quel disco “perfetto” che forse il musicista di Minneapolis avrebbe avuto il “dovere morale” di realizzare.

Certo, la voce e la chitarra di Bob Mould sono sempre un richiamo irresistibile per noi che abbiamo passato i quaranta anni consumandone almeno un quarto ascoltando i suoi dischi, come se quell’uomo fosse un rabdomante capace, agitando il suo strumento, di trovare qualche emozione residua, qualche lacrima di amore-rabbia-dolore che non abbiamo versato quando andava fatto. Una magia che riesce solo in parte su questo nuovo disco. E ci riesce ovviamente quando la sua musica evoca lo spettro pingue di Mould medesimo (Thirty Dozen Roses, What Do You Want Me to Do), molto meno per quanto mi riguarda quando a manifestarsi è un involontario ectoplasma dei Foo Fighters (Western Sunset, Sunny Love Song) o quello inaspettato dei New Order (The Final Years, Lost Faith).

Quindi se dovessimo giudicare Sunshine Rock con gli stessi pesi messi sulla bilancia da Mould nella sua dichiarazione diremmo che no, non siamo davanti a quel nuovo capolavoro irrinunciabile che ci porteremmo su un’isola deserta. Così come è vero che su quella maledetta isola non ci andremo mai e che qualora accadesse di dischi non ce ne porteremmo. È solo un altro disco. Un altro disco di Bob Mould. Un altro disco di Bob Mould sulla soglia dei sessant’anni.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro