LUIGI TENCO – Tenco (RCA)  

Non ho mai perdonato a Tenco la banalità di quel sacrificio compiuto sull’altare fiorito e benvestito del Festival della Canzone Italiana. Una beffa, quell’epilogo senza possibilità di appello, che ci ha privato del miglior cantautore dell’epoca facendocelo giocare al tavolo verde del successo effimero, delle canzonette, delle gare. Lui che non era uomo avvezzo alle competizioni, che lasciava passare chi da dietro strombazzava per superare la sua Alfa Romeo. Lui così fatalista eppure così poeticamente sospeso fra promesse d’amore eterno e di vite migliori, così sensibile alla noia e così refrattario alla mondanità. E infine così pronto ad immolarsi per un pubblico che non l’aveva compreso e che se lo farà piacere suo malgrado, proprio per lavarsi la coscienza da quella tragedia.  

Pochi mesi prima di quella tragica notte in cui “presero il vino e ci lavarono la strada” era uscito Tenco, album che alla sua consueta canzone d’amore dolorosa e struggente, chiazzata di malinconie così profonde da perforare anche gli stomaci più robusti, ammalata di un’accidia così apatica, da una svogliatezza così masochista da risultare insopportabile, assetata di attenzioni così ascetiche e così nemiche della frivolezza tipiche della sua scrittura (Un giorno dopo l’altro, il nuovo arrangiamento di Vedrai vedrai, Un giorno di questi ti sposerò, Lontano, lontano) coniuga qualche frizzante beat al passo coi tempi “capelloni” (Io sono uno, Come tanti altri, Ognuno è libero, E se ci diranno, Ma dove vai) che lo rende brioso, ironico e pungente seppur disomogeneo nella forma e nei contenuti lasciandoci solo percepire, annusare, intuire con fugace e superficiale ammirazione quel che Tenco ci avrebbe con perfidia sottratto sotto il naso lasciandoci per sempre uno stiletto infilzato al cuore e un sepolcro sotto la moquette del Teatro Ariston.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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