BLACK SABBATH – Paranoid (Vertigo)  

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Puoi vendere l’anima al diavolo per diventare il miglior chitarrista del mondo, come Jimmy Page.

Oppure puoi comprare la sua e divertirti a crocifiggerlo su una colonna di amplificatori e devastargli i timpani sotto una tempesta di watt, anche a costo di non affinare mai la tua tecnica. Come fa Tony Iommi, che decide di forgiare il suono dei Black Sabbath usando solo due dita. Per quello che ha in mente gliene avanza uno.

E quel che ha in mente è ribadito a pochi mesi dal debutto da Paranoid, un incredibile mostro di pietra e metallo che avanza nell’inferno tanto evocato dai maiali in giacca, cravatta e divisa da riuscire a materializzarsi in veste di capra nelle giungle vietnamite, proprio come pochi anni prima si era manifestato al mondo sotto le mentite spoglie dell’aquila nazista e così via a ritroso nel tempo, in svariate forme e luoghi che neppure il peggior satanista sarebbe riuscito ad immaginare.

I Black Sabbath cantano di un mondo allo stato terminale, sbranato dalla sua stessa brama cannibale e divoratrice.

Lo fanno con mezzi poverissimi, proletari. Perché le fate indossano scarponi.

Lo fanno senza dovessi reinventare disco dopo disco, senza dover fare a gara con sé stessi.

Paranoid, a differenza del debutto, ha una copertina davvero brutta e fuori tema. Ma la Vertigo, nella fretta di dare alle stampe il disco, dimentica che nel frattempo il titolo dell’album è stato cambiato per evitare qualsiasi riferimento anche solo lessicale con la strage di Bel Air per cui Charles Manson era in quei giorni sotto processo e così mentre manda il master dell’album alle presse del vinile, manda la vecchia immagine del maiale di guerra al neon a quelle della tipografia. Ma a dispetto della copertina, il secondo lavoro dei Black Sabbath è un capolavoro al pari del precedente.

L’intro di Iron Man è forse una delle cose più pesanti e sinistre cui gli ascoltatori “vergini” di quegli anni sono costretti a subire, così come quella che anticipa il riff disarticolato di War Pigs una delle più macilenti e grevi. Canzoni che si stagliano plumbee e pesanti come i massi di Stonehenge.

La bubblegum gelida di Paranoid, il funky spiritato di Electric Funeral, Hand of Doom e Fairies Wear Boots sono altre mani ed uncini che penetrano nelle viscere della nefandezza e della follia e se ne ritraggono sdegnate.

Del Diavolo non c’è traccia.

Se qualcuno vi ha fatto credere di averlo avvistato, è molto probabile che abbia guardato il telegiornale.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro