AEROSMITH – Aerosmith (Columbia)  

Non c’è una sola foto degli Aerosmith dei primi anni Settanta in cui le facce dei musicisti non siano solcate da un sorriso sfatto e beato.

Non una.

Anche quella che campeggia sul loro album di debutto vede i cinque rockers di Boston immortalati in una immagine di drogata e alterata beatitudine. Del resto, il secondo obiettivo degli Aerosmith, dopo quello per nulla modesto di “diventare la cosa più grande che abbia mai solcato il pianeta” è quella di ripulire il mondo dalle droghe, semplicemente sniffandosele e iniettandosele in vena, come fossero un’enorme e definitiva discarica delle schifezze del tossico mondo del rock ‘n’ roll, lasciando sbigottiti gli stessi Grateful Dead (detentori fino a quel momento del primato di band più drogata d’America) quando, entrati nei camerini di questi ultimi fanno “pulizia” in una sola mezz’ora di tutta la scorta di droga che Garcia e compagni si sono portati dietro per l’intero tour. Eppure quei due dinoccolati “gemelli” innamorati del blues strapazzato dei Rolling Stones e degli Yardbirds hanno un talento che da quegli abusi non viene per nulla scalfito. È quel che pensa Clive Davis quando dopo averli visti suonare per puro caso al Max’s Kansas City firma con loro un contratto discografico e firma un assegno di 125.000 dollari. Tantissimo, ma non troppo, considerando che la band ne spende in un anno altrettanti in droghe ad alcol.

Aerosmith è un disco pieno di libidine rock ‘n’ roll, con strisce di peccaminose bave blues e macchie secche di chewing-gum glam come Make It, Mama Kin, Movin’ Out, Somebody, One Way Street a perpetuarne il linguaggio più elementare. Ma a fare la fortuna del disco, seppure con enorme ritardo, è il cigno nero dell’album: una ballata resa tremolante dall’uso del mellotron (in realtà si tratta però di un effetto della pianola RMI, capace di evocare il suono naturale del clavicembalo, NdLYS) e del riverbero utilizzati per filtrare e correggere l’intonazione imprecisa di Tyler, con un impercettibile synth che si fa largo proprio quando il pezzo sta per sfumare. In contrasto con l’uso della tonalità minore, Dream On esibisce un testo di dichiarato ottimismo, scalfendo l’immaginario collettivo come un TAO musicale di grande potere evocativo e realizzando il sogno degli Aerosmith con il loro sogno meno rock ‘n’ roll. All’alba del 1973 le groupie hanno due nuovi calchi e molti, moltissimi blowjob da fare.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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