GREEN RIVER – Rehab Doll (Sub Pop) 

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L’ultimo concerto era stato allo Scream di Los Angeles, di supporto ai Jane’s Addiction che, malgrado non avessero ancora pubblicato una sola nota, erano già degli eroi locali. Quel 24 Ottobre il malumore serpeggia mostrando la sua lingua biforcuta e rivelando una sorta di visione profetica della spaccatura non solo dei Green River ma di tutto il grunge che arriverà. E lo fa sottoforma di biglietti omaggio che Mark vorrebbe distribuire ai suoi amici e che invece il resto della band impone di voler offrire a qualche discografico che, puntualmente, non se li caga nemmeno di striscio e usa l’invito come segnalibro nella propria agenda gravida di impegni. L’ostinata volontà di una buona metà della band di vendersi all’industria del disco mostrata in quell’episodio diventa palese dichiarazione di scioglimento pochi giorni dopo: Gossard, Ament e Fairweather hanno già una band pronta e un passpartù per ottenere l’ingaggio major che desiderano. Arm incassa il colpo e l’anno successivo mette in piedi i Mudhoney, restando in casa Sub Pop.    

La settimana successiva dunque i Green River non esistono già più. Rehab Doll esce postumo, quando il grunge non è ancora esploso, quando nessuno sa ancora cos’è, neppure loro. Quello che sanno è che la loro è una musica bastarda, come lo è quella degli Electric Peace o dei Miracle Workers. Una musica che ha assorbito la lezione del punk, che ostenta le sgraziate linguacce del metal e a cui piace certo acid-rock guasto. Take a Dive, Porkfist e Swallow My Pride sono le cose migliori di questa miscela che soffre ancora di una produzione inadeguata, soprattutto per quanto riguarda il suono della batteria, ancora ostaggio di certi plastici tipici della scultura abominevole di certi anni Ottanta.

Un treno che corre e deraglia veloce quello dei Green River.

Qualcuno si sporge dal finestrino e vomita mentre i vagoni passano ai bordi dei cimiteri d’auto dell’immensa periferia americana.

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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