I MITOMANI BEAT – Figli dei figli dei fiori (autoproduzione) 

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Eve LaBlonde? Non c’è.

Maurizio Chiavelli? Non c’è.

Marco Stazi? Non c’è.

E allora chi c’è?

Sembra un riadattamento de La gatta mammona e invece è la storia de I Mitomani Beat che tra una fermata e l’altra del loro pulmino beat si sono scordati ai cessi degli autogrill cantante, chitarra solista e basso.

Me cojoni. Ecco spiegato perché fra il primo e questo nuovo disco siano passati ben cinque anni, che cambiare tre musicisti su cinque è ben più complicato di dover sostituire un paio di pneumatici.

Figli dei figli dei fiori però adesso è qui e, onestamente, a me piace molto ma molto di più rispetto a Fuori dal tempo che per me non andava oltre una risicatissima sufficienza.

Il raggio d’azione del complesso romano è chiaro sin dal nome che si è scelto, quindi sciocco ed inutile chiedere di più: siamo dentro un’allegrissima giostra beat dove, come nei singoli de I Ribelli o di Augusto Righetti, convivono maccheroniche rivisitazioni dello yè-yè, dell’R&B e del garage-sound americano.

Musica che ha la capacità di allietare pomeriggi e serate aderendo allo stesso tempo ad uno stile, ad un’idea di musica, a dei riferimenti culturali ben precisi e in questa nuova scaletta Pulmino Beat, Calamita-Calamità, Pa Pa Pa, L’orologio, Mai (Lies dei Knickerbockers), La canzone di protesta, Lei mi ama e non lo sa assolvono pienamente al loro compito, figlie (dei figli) di quella spensieratezza tutta sixties che adesso fa un po’ sorridere. E meno male, ché per il resto di questi tempi non c’è veramente ma veramente nulla di che sorridere.      

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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