THE DREAM SYNDICATE – These Times (ANTI-) 

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Alla voglia di tornare si aggiunge stavolta la voglia di stupire, aggiornando il proprio suono per rendere più credibile il titolo che informa del secondo disco del nuovo corso dei Dream Syndicate.

These Times, dunque.

Dopo l’incredulità del titolo precedente, la consapevolezza e la voglia di viverli davvero questi tempi, questi posti dove sembravano essere piombati non senza meraviglia. I Dream Syndicate hanno trovato qui, in questi tempi e in questi luoghi, un pubblico pronto ad accoglierli nuovamente ad arti aperti (le braccia di certo, ma non scommetterei sulle gambe). Succede a tutti i reduci, per qualsiasi reunion di ogni latitudine ed epoca, pure per quelle monche come quelle di Alice in Chains e Nirvana. Chi non è pronto a fare una petizione per il ritorno degli Smiths, a parte me?  

C’è da dire che la band di Steve Wynn lo fa con un’ampia dose di coraggio, senza limitarsi a scrollare la polvere dagli abiti e senza ammiccare più di tanto ad un passato glorioso ma lontano. E in questo, These Times va ben oltre al già prodigioso How Did I Find Myself Here?, tentando un azzardo krauto che potrebbe risultare indigesto a quanti vedevano nei Dream Syndicate gli alfieri dell’acid-rock di stampo squisitamente americano. I Wire tornarono in maniera simile, anni fa.

Lo stile acido del gruppo non viene rinnegato (eccolo venire fuori su Recovery Mode o Black Light ad esempio) ma costretto a rincorrere il futuro anziché il passato, a convivere con sintetizzatori e beep elettronici, esposto ad una tempesta che è non solo elettrica ma anche elettronica. Che sono le tempeste di “questi tempi” e di quelli che verranno. Ed è giusto che la saggezza dei vecchi maestri ci prepari a questo, piuttosto che ammorbarci con i “qui una volta era tutta campagna”. Perché quelle campagne, quando e se mai torneranno, saranno una distesa di erba radioattiva.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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GREEN ON RED – The Killer Inside Me (Mercury) 

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Dopo aver esplorato la campagna americana i Green on Red rientrano in città. E scelgono consapevolmente la strada più pericolosa. È l’America democratica e pluralista con un fucile sempre a portata di mano, non solo sotto il cuscino dei fuorilegge. L’America dalle notti pericolose, quella in cui il tramonto ti lascia augurandoti buona fortuna anziché buon riposo. La terra di nessuno che è stata promessa a tutti.

Dan Stuart canta di questo. Sgolandosi. Sputando sangue.

Come succede in No Man’s Land con la Dan che si allontana dal microfono e fa cenno agli altri di fermarsi e ripartire una, due, dieci, venti volte prima di portarla a termine in maniera adeguata e senza grumi di sangue misti a catarro in gola.

A volte gli viene in soccorso un coro gospel, probabilmente suggerito da Jim Dickinson che vuole dare al disco quel sapore sudista che la band ha scelto già prima di mettersi in macchina per raggiungere Memphis.  

Ma spesso sono le chitarre a sommergerlo, come autentiche tempeste di sabbia. Come nei minuti conclusivi della title-track dove le chitarre si sollevano come polvere, seccando la gola e bruciando gli occhi.

Nascondendo il killer alla nostra vista fino a quando non troveremo qualche motel lercio dove fermarci a fare pipì e troveremo un lembo di specchio dove poterci specchiare.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE TRIP TAKERS – Don’t Back Out Now (Area Pirata) 

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Ecco nuovamente i Trip Takers infilare il loro filtro di Earl Grey nella teiera della musica degli anni Sessanta.

Che la formazione messinese rappresenti attualmente l’eccellenza della scena neo-sixties italiana credo di essere stato, se non il primo, fra i primi a sostenerlo, Don’t Back Out Now, l’atteso full-length, era dunque per il sottoscritto disco dalle grandi aspettative.

Azzeccata in questo senso la data di uscita, coincidente col primo scorcio di una primavera che fa capolino proprio tra le infiorescenze di questo lavoro in cui la band appare sovraesposta in maniera consapevole ad un abbacinante groviglio di colori germogliati dall’innesto tra folk-rock e freakbeat e assimilabile a certi arbusti degli orti botanici di vivai come 13 O’Clock o State Records.

L’impasto sonoro è stavolta ricchissimo, sofisticato, complesso e si discosta parzialmente dalle autunnali fronde byrdsiane del primo lavoro spostando l’asse del gruppo verso una rotta psichedelica definitivamente più marcata. I suoni allestiti dalla band messinese hanno stavolta un’andatura volutamente ovalizzata e leggermente fuori fase, creando una sorta di straniante effetto sonoro optical di grande suggestione. Don’t Back Out Now ci dà la percezione, anche un po’ amara, che i Trip Takers abbiano lasciato l’artigianato folk-punk per diventare pregiatissimi maestri di alta sartoria psichedelica.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BODY COUNT – Body Count (Sire)  

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Metal da console per videogiochi.

Con tale contorno di spari, sirene e una pioggia di “fuck you”, “bitch” e “motherfucka” che se lo suoni in auto nei paesi anglosassoni devi abbassare il volume per non farti massacrare a calci da qualcuno. Però l’esordio nel mondo “bianco” dell’heavy metal per il rapper Ice-T è una di quelle merdate con cui puoi convivere per una mezz’oretta della tua vita, immedesimandoti in un mondo che magari non ti appartiene ma che per un po’ ti fa sentire tutto l’orgoglio di essere un malvivente che ha scelto di fare di necessità virtù, come quando guardavi i film sul Bronx e ti sentivi della gang anche tu. Mentre mangiavi i popcorn.

Body Count si abbatte come uno stereotipo dello stereotipo, con tutti gli assoloni del genere, i riffoni marci e la batteria che pesta come in un mortaio (Bowels of the Devil, Body Count’s in the House, KKK Bitch, There Goes My Neighborhood, Body Count Theme, Momma’s Gonna Die Tonight, Cop Killer, Evil Dick).

Il disprezzo dichiarato verso le divise e l’amore morboso per le esecuzioni sommarie scorrono lungo le vene del disco, dall’incipit che prevede l’uccisione di un “mangiaciambelle” fino alla cattivissima Cop Killer che verrà, in seguito all’indignata reazione di Tipper Gore (anche lui “vittima” delle attenzioni di Ice-T su KKK Bitch), completamente eliminata dalla scaletta per incitazione all’odio verso la Polizia di Los Angeles, all’epoca già sotto il mirino della comunità nera e di una frangia del giornalismo per il pestaggio di Rodney King.

Il risultato è un po’ fumettistico, come una versione gangsta e patologicamente omofoba dei peggiori Misfits o di certo punk cui piace flirtare più col metallo pesante che con quello arrugginito.

Comunque sia, che vi piaccia o meno, evitate di sputare su Ice “Motherfuckin’” T.

E continuate a mangiare i vostri popcorn.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MANO NEGRA – King of Bongo (Virgin)  

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Cantato per tre/quarti in lingua inglese, King of Bongo è il figlio americano della Mano Negra, concepito durante il tour mondiale del 1990 ma anche assistendo alla prima guerra trasmessa in diretta tv. Il disco, come la tournée, è il tentativo (fallito) di conciliare la musica della band con le aspettative del pubblico d’oltreoceano che ama pochissimo le alchimie con le musiche terzomondiste (la chiamano world music, ma in realtà lasciano intendere che quel “world” si riferisce a un mondo altro, ma inferiore. Terzo. Forse addirittura quarto. NdLYS) ma vuole rumore, distorsione, potenza di fuoco. Un pubblico che ama i film di Rambo. King of Bongo è stretto in una morsa fra la tentazione di piacere a quello che è nei fatti il vero pubblico davanti cu si sentono stranieri e la cupa rassegnazione davanti alla guerra in Iraq. L’ironia e la baldoria del gruppo vengono smorzate dai notiziari della CNN fino a venire soffocata, sommersa piuttosto da un’onda di rabbia che si abbatte sui muri elettrici di Letters to the Censors e Bring the Fire. C’è una consapevolezza amara, che si agita dentro il terzo album della Mano Negra.

E c’è pure, forse meno consciamente, la sensazione che a furia di rincorrerla (o di essere spinti a rincorrerla: ricordiamoci che la band è adesso sotto le ali della Virgin, NdLYS) l’America abbia conquistato anche loro. Che siano diventati in qualche modo un’altra colonia dell’impero dello Zio Sam. Il “bongo” che si portano dietro, come lo scimpanzé della canzone che intitola il disco, è l’unico souvenir che è loro concesso per ricordare la loro tribù di appartenenza. Come quei peruviani che ai bordi dei marciapiedi dei figli dei conquistador si ostinano a suonare El Condor Pasa con il flauto di Pan. Triste e paradossale.

La Mano Negra fa un tuffo nell’Oceano che li separa dal primo mondo. E in qualche modo, ne viene inghiottita.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BATTIATO – Patriots (EMI) 

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Avvicinarsi al genere umano pur disprezzandolo, sacrificare la vita ascetica per farsi carne pop. Dopo le scelte estreme degli anni Settanta, per il nuovo decennio Battiato cambia, addirittura inverte, la sua strategia artistica.

Per questa sorta di incarnazione Battiato sceglie un luogo imprecisato che si trova al crocevia fra l’Asia minore e la Mitteleuropa. L’Anatolia, probabilmente. O una zona della penisola ellenica. Un balcone affacciato sul Mediterraneo coloniale che conserva e preserva però l’austerità asburgica. Una tribuna austera e appartata da cui Battiato si affaccia come un gran visir per giudicare l’uomo comune e lanciare invettive su politici e cantanti, profetizzando l’era del cinghiale bianco. Su quei luoghi torneranno, sulle tracce del profeta e alla ricerca di analoga ispirazione, molti adepti di quella che sarà la “nuova onda” italiana.

Patriots è il disco chiamato a rivendicare questo suo ruolo, dopo l’annunciazione del lavoro precedente. L’album destinato a setacciare la penisola alla ricerca di fedeli, credenti, devoti, apostoli. Parlando in parabole e citazioni (Proust, Leopardi, Carducci, i Nomadi, Calasso, i Beach Boys, ‘o sole mio e cento altre) in una bilancia di equilibrismo fra l’estremamente colto e l’estremamente popolare, affinché i prescelti capiscano di essere tali essendo riusciti a riconoscere qualche pesce dall’enorme messe ittica tirata su dalla rete del profeta. Patriots è dunque disco intellettuale e volgare assieme, atto di riappacificazione forzata con le masse, snodo cruciale del Battiato che sceglie il compromesso schifandosene nel momento stesso in cui abiura dalla sua naturale propensione all’emancipazione dalla follia terrena, specchio con cui il musicista si mette faccia a faccia con quel mondo da cui si è escluso e da cui spesso si è visto escludere, cercando di individuare quale sia la sagoma, la fisionomia del mostro.     

In questo senso Patriots è disco volutamente enigmatico e bivalente sin dalla bellissima, imperturbabile chiamata alle armi che lo inaugura. Up Patriots to Arms è canzone sibillina che insinua dubbi, punta il dito, avanza capi di imputazione e gioca sull’ambiguità: quando il musicista siciliano prende le distanze dalla “musica contemporanea” a quale si riferisce? A quella colta di Stockhausen di cui egli stesso è stato allievo e profeta o a quella pop del nuovo corso in cui anche lui si è tuffato? Difficile capirlo, anche perché in entrambi i casi Battiato ne ha percorso o ne sta percorrendo le strade, per quanto divergenti. Stessi dubbi insinua la frase “noi siamo delle lucciole”, altro termine ambivalente che potrebbe significare che “noi siamo l’avanguardia artistica, la luce da seguire” oppure molto più verosimilmente potrebbe voler dire, come aveva dichiarato il Pop Group solo pochi mesi prima, “noi siamo le prostitute” ovvero noi ci vendiamo. Un Battiato che si dichiara antimoderno e autarchico, che prende le distanze dai “fumi e raggi laser” tipiche delle scenografie di quegli anni proprio nel momento in cui approda nelle televisioni nazionalpopolari, immolandosi allo stesso scempio da cui si tira fuori. Proclamando altresì la caccia alle streghe a discapito di quei “direttori artistici” e “addetti alla cultura”, ruoli che più avanti negli anni si troverà a ricoprire, in aggiunta a quello di assessore nella giunta regionale di Crocetta.

Un’ambiguità che si riflette anche sul piano musicale, scegliendo la via modaiola e superficiale di un synth-pop ma dall’aria aristocratica. Come ad imbrattare di merda il monumento della musica colta ma dall’altezza di uno sparviero, non da quella del culo di un piccione.

L’intero album, l’intera “trilogia delle palme” di cui fa parte, offre una via ricercata alla volgarità degli anni Ottanta cui abbiamo appena offerto il primo tappo di spumante. Si fa custode del tempo e della memoria in una visione pop quasi warholiana e butta in pasto agli ascoltatori nomi, città, poesie, titoli di canzoni, lingue, slogan e citazioni. Lo fa anche Rino Gaetano, in quel periodo, ma Battiato lo fa senza sorrisi e con un distacco che se non è ancora ascetico è però già plasmato da un’austerità che incute soggezione e che allo stesso tempo viene di colpo spezzata, disarmata da improvvisi squarci aperti sulla patetica ovvietà dell’ordinario, ritratti impassibili e impietosi dell’”animale più stupido che c’è” che presto tornerà a menar vanto della sua miseria e del suo squallore ai piedi della Bandiera bianca, ovvero la resa dei patrioti sconfitti protagonisti di questo capolavoro di arte “contemporanea”.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE ROB TYNER BAND – Rock and Roll People (Captain Trip)  

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Tanta energia ma nessun testamento discografico.

Questa fu l’avventura della Rob Tyner Band, sorta di camera a scoppio in cui l’ex cantante degli MC5 e la chitarra esplosiva di Robert Gillespie (futuro axe-man nei Powertrane dell’altro reduce detroitiano Scott Morgan) possono far deflagrare il loro rock ‘n’ roll ad alto numero di ottani.  

Insieme, mentre fuori divampano le fiamme del punk, i due scrivono robaccia sporca come Taboo, Out of My Hands, Rock & Roll People, Penny Candy, Paris Sewers e Inner-Flight Head Royale che sommata ai pezzi degli MC5 e a qualche cover degli Stones e di Little Richard possono accendere le platee. E così fanno infatti, in almeno un paio di occasioni. Che sono quelle documentate parzialmente su questo disco (semilegale, come ogni uscita Captain Trip, NdLYS) magnifico.

Abbecedario del rock and roll per quei quattro che sanno leggere e anche per tutti quelli che non sanno leggere e si limitano a guardare le figure. Purchè però sappiano riconoscerle.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

TONY BORLOTTI E I SUOI FLAUERS – Belinda contro i Mangiadischi (Area Pirata) 

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Venti e forse più anni di carriera, ma solo oggi i Flauers arrivano al terzo album. Una carriera e un culto che si alimentano dunque soprattutto “on the road”, alla luce del sole, tra palchi e concerti più che dentro le buie stanze al neon degli studi di registrazione. E in effetti il beat del complesso salernitano fa da sempre leva sul lato più spensierato e disteso del genere che nella metà degli anni Sessanta raccolse sotto un ombrello a forma di caschetto la generazione capellona. C’è sempre un lato fortemente ironico nella musica e nei testi di Tony Borlotti e dei suoi Flauers ma, anche se l’aspetto da Antonio Albanese-beat del leader potrebbe far pensare a un gruppo-parodia, c’è invece un amore sincero e per nulla caricaturale verso un’epoca in cui la protesta verso le costrizioni del mondo adulto aveva il sapore capriccioso di un’identità, quella giovanile, appena abbozzata ma che rivendicava già una voce che necessitava di venire ascoltata. Ancora coi fiori nei cannoni, poi via via sostituendo ai fiori l’erba, infine solo coi cannoni. Quelli veri.

Ecco, i Flauers ci parlano di quella prima epoca, analogamente a quanto facevano I Giganti prima della svolta sociale/socialista dei dischi dell’età matura. Una rivoluzione che nasceva e moriva in gesti semplici e ancora del tutto disorganizzati, come il rifiuto della cartolina militare o la pretesa di lasciarsi crescere i capelli. Storie che se le racconti adesso, i ragazzini ti guardano come se stessi scendendo da Giove e che invece i Flauers raccontano come se fossimo ancora ai tempi spassosi del Clan di Celentano e non di quelle pippe politichesi di Adrian. Perché anche in tv “non lo danno più il film dove c’eri tu” e in radio “non c’è più la vecchia hit parade, ora ci sono solo i dj che mettono i dischi e dopo dicono okay”.   

E forse anche noi, contandoci, siamo molti ma molti di meno.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE 88 – Over and Over (EMK/Mootron) 

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Ho atteso per anni che gli 88 sfondassero.

Si, vero, sono diventati la band preferita di Ray Davies, hanno suonato nelle ultime session di Alex Chilton, hanno lavorato e suonato fianco a fianco con Lucinda Williams, Smashing Pumpkins, Elliott Smith, Black Francis, i Flaming Lips e addirittura con gli Zombies e le loro canzoni sono finite in diverse sitcom e serie tv per teenagers e famiglie unite e divise da uno schermo.

Un curriculum che in tanti non riescono neppure a sognare. Vero.

Ma non è quello che mi aspettavo.

Pensavo davvero che prima o poi sarebbe esplosa la eightyeightmania. Che ogni nuova canzone degli 88 passasse sui TG della sera, come accade per i Coldplay. Forse addirittura sul TG dell’una, come succedeva per gli One Direction.

Invece no, tanto che ad un certo punto il gruppo finisce di pubblicare dischi e nessuno se ne accorge.

Ecco, in tutti questi anni riascoltando Over and Over, apice della loro arte, mi sono interrogato sul perché senza sapermelo spiegare. Perché questo secondo disco della più british tra le band americane è inappuntabile e inattaccabile. Un senso melodico che ha davvero del prodigioso, secondo quella linea che da Paul McCartney porta diritto al brit-pop dei Blur, dei Coldplay, dei Supergrass e dei futuri Fratellis, attraversa ogni singola traccia e, all’interno di esse, ogni loro porzione: strofe, ponti, ritornelli, melodie, armonie. Come se dietro di loro ci fosse un team di produttori e autori ingaggiati per far funzionare tutto senza la minima sbavatura. E invece i dodici pezzi di Over and Over sono tutte farina del sacco di Keith Slettedahl, ventenne californiano che sembra un giovane Morrissey vestito come Michael Bublé. Uno che ama i Beatles e i Kinks alla follia e che sembra aver fatto tesoro di ogni disco dei genitori. In questo ambito e con pari perizia solo i Delta Spirit riusciranno a fare altrettanto, in terra californiana. Anche loro con poco successo e ancor meno visibilità.

Ma, stanco di aspettare, era ora di dirvelo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro