UNKLE – The Road part II / Lost Highway (Songs for the Def) 

Ogni qualvolta James Lavelle annuncia un nuovo disco degli UNKLE la prima domanda che ci balena in mente è: chi avrà convocato stavolta? E ogni volta la lista degli ospiti ci obbliga a voler curiosare dentro quei solchi.

Stavolta tocca a Mark Lanegan, Ian Atsbury, Keaton Henson, Mick Jones, Jon Theodore dei QOTSA, Tom Smith degli Editors, Miink, Chris Goss, Liela Moss dei Duke Spirit, il figlio di George Harrison, la moglie di Stanley Kubrick, un paio di Primal Scream e i Big Pink per intero affollare il salone delle feste del musicista di Oxford, come sempre addobbato a festa.

Il disco, doppio (e addirittura triplo, nella versione che contempla pure gli strumentali), potrebbe sembrare infinito e apparentemente insormontabile ma la varietà di atmosfere gioca a suo favore, lambendo i territori del trip-hop di classica impronta Massive Attack e di certa musica ambientale di stampo 4AD ma anche, proprio grazie ai featuring, costruendo un ottimo ponte tra elettronica e attitudine dark/rock per certi versi assimilabile a quello edificato su sponde diverse dai Depeche Mode, dai Radiohead e, anche se non fa politicamente corretto ammetterlo, Madonna.

Certo, quest’odore di “saga” di cui questo rappresenta il secondo capitolo puzza un po’ come i corridoi dei multisala quando partono le macchine dei popcorn ma Lavelle è uno per cui la megalomania ha sempre fatto parte del suo concetto di artista in grado di passare se non sopra, attraverso gli stili.

Su The Road part II / Lost Highway non mancano i pezzi per cui vale la pena di fare la fila al casello pur di percorrere se non tutto, almeno un tratto di queste nuove strade dell’architetto Lavelle. Non moltissimi, ma ci sono. E non saranno gli stessi per tutti, vista la vasta capacità di adattamento degli UNKLE i quali stavolta operano per gran parte dell’opera lavorando sul concetto di sottrazione di elementi, con pianoforti quasi solitari e voci altrettanto sospese come lampadari di cristallo che ciondolano dal soffitto e la cui luce spesso soccombe sotto il grandissimo mantello della loro stessa ombra.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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