MANO NEGRA – King of Bongo (Virgin)  

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Cantato per tre/quarti in lingua inglese, King of Bongo è il figlio americano della Mano Negra, concepito durante il tour mondiale del 1990 ma anche assistendo alla prima guerra trasmessa in diretta tv. Il disco, come la tournée, è il tentativo (fallito) di conciliare la musica della band con le aspettative del pubblico d’oltreoceano che ama pochissimo le alchimie con le musiche terzomondiste (la chiamano world music, ma in realtà lasciano intendere che quel “world” si riferisce a un mondo altro, ma inferiore. Terzo. Forse addirittura quarto. NdLYS) ma vuole rumore, distorsione, potenza di fuoco. Un pubblico che ama i film di Rambo. King of Bongo è stretto in una morsa fra la tentazione di piacere a quello che è nei fatti il vero pubblico davanti cu si sentono stranieri e la cupa rassegnazione davanti alla guerra in Iraq. L’ironia e la baldoria del gruppo vengono smorzate dai notiziari della CNN fino a venire soffocata, sommersa piuttosto da un’onda di rabbia che si abbatte sui muri elettrici di Letters to the Censors e Bring the Fire. C’è una consapevolezza amara, che si agita dentro il terzo album della Mano Negra.

E c’è pure, forse meno consciamente, la sensazione che a furia di rincorrerla (o di essere spinti a rincorrerla: ricordiamoci che la band è adesso sotto le ali della Virgin, NdLYS) l’America abbia conquistato anche loro. Che siano diventati in qualche modo un’altra colonia dell’impero dello Zio Sam. Il “bongo” che si portano dietro, come lo scimpanzé della canzone che intitola il disco, è l’unico souvenir che è loro concesso per ricordare la loro tribù di appartenenza. Come quei peruviani che ai bordi dei marciapiedi dei figli dei conquistador si ostinano a suonare El Condor Pasa con il flauto di Pan. Triste e paradossale.

La Mano Negra fa un tuffo nell’Oceano che li separa dal primo mondo. E in qualche modo, ne viene inghiottita.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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