HEAVEN 17 – Play to Win (Demon)  

Il 31 Marzo del 1981 era stata pubblicata l’edizione in vinile del nastro d’esordio dei B.E.F., acronimo dietro cui si celavano due musicisti appena fuoriusciti dagli Human League. Sette tracce interamente strumentali, spalmate su una Penthouse Side e una Pavement Side: quel disco era il manifesto programmatico di quello che sarebbe diventato Penthouse and Pavement, il disco di debutto degli Heaven 17 che sponsorizzava ancora, in copertina, la sigla B.E.F. e che, analogamente, era diviso tra una Penthouse Side e una Pavement Side. Medesime erano, in entrambi i progetti, le mani di Ian Craig Marsh e Martyn Ware e una ricerca elettronica che voleva offrire una versione sintetica e moderna del funk. Quel che differiva era il risultato: laddove la musica strumentale dei B.E.F. non distraeva dall’ascolto e dal puro piacere meccanico del ritmo, negli Heaven 17 la fruizione, almeno quella del pubblico madrelingua, veniva in qualche modo “avvelenata” da testi dai forti connotati politici. Per tutti gli altri il problema non sussisteva: bastava una musica adeguata ai tempi. E quella del gruppo di Sheffield, tutta incentrata sull’uso massivo delle macchine sintetiche e con un impattante groove ritmico, lo era.

Quel che ne veniva fuori era un R&B privato di ogni calore soul (che poco più tardi un Terence Trent D’Arby proverà a sprigionare nuovamente con una Dance Little Sister che non era altro che una versione calda del pezzo che intitolava l’esordio degli Heaven 17, senza che nessuno ne avesse a male, neppure Martyn Ware che anzi accetterà di produrre l’intero album d’esordio del cantante di New York), modellato sugli scatti ritmici del funky (Fascist Groove Thang, Play to Win, Soul Warfare) ma terribilmente attratto dalle nuove opportunità offerte dai sintetizzatori (The Height of the Fighting, Geisha Boys and Temple Girls, Let’s All Make a Bomb) fino a venirne inghiottito quasi completamente quando si tratterà di mettere mano al secondo album, quello con dentro una hit colossale come Let Me Go, biondona siliconata che esibisce i suoi seni rifatti dentro The Luxury Gap, che esce a meno di un anno di distanza ed è già girone infernale dei peccati capitali degli anni Ottanta: batterie pulsanti e tastiere ovunque, controcanti femminili e hook melodici, anche se l’arrivo prepotente della sezione fiati in Key to the World, seppur pacchiana e sopra le righe come l’epoca richiedeva, riesce ad infondere un po’ di follia umana in questo circo bionico.  

Lo spettro della guerra nucleare incombe su How Men Are, tanto che parte delle royalties saranno devolute dalla band alla Campagna per il disarmo nucleare (l’organizzazione britannica il cui logo è poi stato adottato universalmente come “simbolo della pace”, NdLYS). Pur indugiando fondamentalmente sullo stesso funky elettronico del disco precedente, gli Heaven 17 cercano pure di uscire fuori dall’acquario del synth-pop ballabile con la conclusiva, lunghissima And That’s No Lie che promette una fuga che in realtà riesce solo a metà.

La fuga vera avviene invece col successivo Pleasure One, dove basso e batteria vengono impugnati da musicisti in carne ed ossa e le chitarre affidate ad assi dello strumento come Tim Cansfield, Ray Russell e John McGeogh. Il suono si avvicina pericolosamente a quello dei Level 42, un salto di 25 cifre che però artisticamente produce un fisco commerciale e una pesante perdita di identità cui cerca di porre rimedio il successivo Teddy Bear, Duke and Psycho che torna ai suoni modulari dei sintetizzatori e dell’effettistica MIDI anche se il meglio del disco è quella Don’t Stop for No One dove all’elettronica di chiaro marchio Heaven 17 si aggiungono una sezione d’archi e un pianoforte che di sintetico ha nulla se non la durata del suo intervento. Siamo però dentro, e lo siamo ormai da tanto, un easy-listening senza alcun nerbo, un si salvi chi può da cui è meglio fuggire se non lo si è fatto quando i brutti presagi dei dischi precedenti suggerivano di farlo.

Sulla scena del crimine torna la Demon assemblando, in maniera asciutta per quanto riguarda la versione in vinile e con un cospicuo numero di bonus per la più voluminosa e impegnativa versione in cd, questo Play to Win (The Virgin Years). Voi decidete un po’ cosa fare, che nessuno vi obbliga.            

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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