MORRISSEY – California Son (Étienne)  

Jobriath era della Pennsylvania.

Joni Mitchell e Buffy Sainte Marie canadesi.

Bob Dylan, come ben sa Morrissey, di Duluth naturalizzato newyorkese.

Phil Ochs e Roy Orbison texani.

Dionne Warwick del New Jersey.

Carly Simon di New York, come Laura Nyro e Melanie Safka.

Tim Hardin dell’Oregon.

Gary Puckett del Minnesota.

La prima domanda è dunque di quale California si stia dichiarando figlio Morrissey con questo disco di cover che ce lo consegna definitivamente come il Tony Hadley degli intellettuali. L’amato/odiato Moz torna dunque con un disco di canzoni altrui, come Giorgia e Laura Pausini. E con al petto una spilla con cui corteggia la destra nazionale e fa indignare quella fetta di pubblico che lo vorrebbe di sinistra, senza che lui abbia mai dichiarato di esserlo. Uno che di cose scomode ne ha dette tante ma che non va giudicato per questo quanto per la sua musica che però ancora una volta non è opera sua e che in questo disco gli risparmia pure la fatica di scriverne le liriche.

Un lavoro realizzato col minimo sforzo creativo.

Un lavoro alla Sinatra, insomma.

Pieno di luci abbaglianti e abiti in lamè anche quando il repertorio chiederebbe vestiti più sobri (ovvero in un paio di casi, che il resto era roba già pronta da servire per i clienti della Love Boat mezzo secolo fa, NdLYS). California Son suona come quei vecchi dischi di Gary Puckett and The Union Gap o di Tommy James and The Shondells dove tutti sembrano ebbri di zuccheri complessi che il fegato fatica ad elaborare. Anche quando i violini si placano e le brutte coloriture elettroniche (terribili nel caso di Loneliness Remembers What Happiness Forgets della Warwick) si stemperano per lasciare spazio ad un piano solingo, come in Lenny’s Tune o ad una chitarra acustica come in Days of Decision, c’è una sontuosità trattenuta a stento che fa a pugni coi nostri ricordi delle Asleep e delle Back to the Old House che ci cullarono in tenera età, con quel bisogno di sentirci abbracciati che Morrissey non vuole più soddisfare. E forse ha ragione lui e i partiti politici di cui si professa alfiere probabilmente solo per irretire qualcuno.

Non me. Che posso fare a meno dell’uno e degli altri.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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