ALMAMEGRETTA – Animamigrante (Anagrumba)  

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Il salto di qualità fra la demotape d’esordio e il primo album degli Almamegretta è un salto in avanti prodigioso. È la definizione di uno stile che marchierà a fuoco la musica italiana del decennio e che darà alla formazione napoletana un’identità così pregnante da venir inseguita e corteggiata come una musa dai Re Mida della musica elettronica bastarda. Per l’album di debutto il ruolo è coperto da Ben Young, che all’ombra del Vesuvio ha già messo mano sui dischi dei Bisca.

Animamigrante riesce a sviscerare la “napoletanità” insita nella musica degli Almamegretta abbandonando l’idioma inglese e francese (e sacrificando gran parte di quello italiano) in favore del dialetto partenopeo, accentua l’enfasi cromatica della battuta in levare mutuata dal reggae e rende la musica della formazione declamatoria e insieme suadente, quasi una musica di battaglia con cui rivendicare le proprie radici. Esattamente come lo era per la musica giamaicana. Il timbro adesso arrochito a dovere del Raiss è una fantastica eco muezzin dalla cadenza ragga che guida la ciurma con maestria sulle onde di pezzi come Suddd, Fattallà, ‘o bbuono e ‘o malamente, Sanghe e anema o si lascia annegare anche lui dentro le spume dub, lasciandosi cullare dai movimenti morbidi di basso e batteria. O si zittisce, rispettoso, quando passano le voci degli ambulanti del Vomero o dei devoti cantori della Madonna dell’Arco.  

Gli Almamegretta approntano dunque il loro vascello tra le acque del porto di Napoli e salpano, veleggiando lungo il Mediterraneo e poi al largo tra le spume dei mari caraibici.

Si professano migranti sin dal nome e mantengono fede a quanto promesso.

Su in alto, a Pontida, qualcuno issa le sue vele verdi e prova a legittimarsi il Mar Adriatico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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