THE NEW BOMB TURKS – Information Highway Revisited (Crypt)  

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Per i canoni della Crypt, quasi un disco hardcore.

Il secondo disco dei New Bomb Turks sfreccia senza concederci neppure una pausa per pisciare.

In realtà Information Highway Revisited suona più come gli Stooges di Iggy Pop e James Williamson a velocità quadruplicata che come una qualsiasi compagine hardcore. Il suono è fetido e disperato, come di chi è perennemente fuori posto, perennemente disadattato, costretto a convivere con un cuore che può scoppiare come una bomba atomica e a scaricare un’energia incosciente che rischierebbe di bruciarlo nel giro di un’adolescenza.

Ecco perché un pezzo come Lyin’ on Our Backs ha lo stesso sapore di I Got a Right, perché tra le liriche di Bullish on Bullshit ci sembra di riconoscere quelle di I’m Sick of You.  

Ecco perché tutto il disco è pervaso da questa ferocia tossica, corrosiva, “stoogesiana”. Ecco perché tutto sembra correre velocissimo verso il precipizio di un nuovo anno “con niente da fare”.

Che quell’anno sia il 1969, il 1970 o il 1997 davvero non importa.    

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE KING KHAN EXPERIENCE – Turkey Ride (Ernest Jenning Record Co)  

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Un disco che era circolato solo in versione promo qualche anno fa e che documentava alcune vecchie sedute di registrazione effettuate tra Berlino (dove vive tuttora) e Bordeaux durante i soggiorni europei del Re Nero del Canada.

Gli Spaceshits si sono sciolti da pochissimo e King Khan si reinventa totalmente come cerimoniere di un’orgia soul-funk trascinante, folle e colorata. Siamo agli albori di quella che sarà la musica degli Shrines ma l’energia dirompente di quel gruppo è già tutta qui: ascoltate I Got Love, Knock Me Off My Feet o Hey Rudi e ditemi se riuscite a restare fermi. Folate di organo che ti spettinano come un soffio di bora, lampi psichedelici di chitarre wah-wah, pattern di batteria che sembrano scivolati via da un disco di James Brown e un groove funkedelico da branco animale. Il boogaloo di King Khan, quello che produrrà capolavori come Three Hairs and You’re Mine, Mr. Supernatural e Idle No More è già tutto qui.

L’estate pure.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE BLACK KEYS – ‘Let’s Rock’ (Easy Eye)  

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Mmmh.

Che non è un gemito di piacere campionato da un film porno ma piuttosto un mugugno di perplessità.

‘Let’s Rock’ è il disco che nelle intenzioni dovrebbe sancire il ritorno dei Black Keys al suono dei loro dischi degli anni Novanta. Lo dice chiaramente il titolo, lo dichiarano ufficialmente loro, lo si intuisce nettamente dalla bella immagine scelta per la copertina.

Ben venga dunque. Sul mio stereo c’è sempre posto per un bel disco di rock ‘n’ roll sanguigno. E i Black Keys ne hanno fatti di belli (Magic Potion resta il mio preferito). Dunque coraggio. Fiducia.

Allacci la cintura lato passeggero e cominci a guardare quanto indica il fondoscala del tachimetro per intuire quanta adrenalina produrrà il tuo corpo per i quaranta minuti del giro-pista.

Però poi il disco parte.

E parte con una cosa come Shine a Little Light.

Senti il motore che si scalda, ruggisce. Il pilota preme il pedale fino a fine corsa per una ventina di secondi e quando chiudi gli occhi pronto per volare sull’asfalto…il motore sfiata. Praticamente subito.

Sulla radio passano Daryl Hall & John Oates.

La macchina si ferma davanti ad un fast food.

Ordiniamo un hamburger con la salsa tonnata senza tabasco e due bicchieri d’acqua. Io liscia. Il pilota frizzante, che ha voglia di sentirsi effervescente.

Riprendiamo il viaggio.

Sul cielo volano le aquile.

In radio passano i ZZ Top un po’ stanchi degli anni Ottanta.

C’è un bel paesaggio tutt’intorno.

Lontano si vede un piccolo branco di sciacalli.

O forse sono iene?

Si, sono leggermente ingobbite, sono iene.

L’andatura da crociera ci permette di seguirle per un po’.

Mi sgancio la cintura. Non credo ce ne sia bisogno.

Sulla radio passano i Dire Straits.

Batto il piedino a tempo di cassa.

Il pugno sul lato esterno dello sportello, a tempo di rullante.

Canto cercando di imitare le coriste che cercano di imitare le coriste di Zucchero.

Al posto dell’adrenalina mi è salito un po’ di voltastomaco.

In radio passa l’Electric Light Orchestra. O forse sono i Toto.

Io non ho mai digerito l’Electric Light Orchestra. Non ho mai digerito i Toto.

Sarà stato quello.

Scendo, sbocco.

Proseguo a piedi.

Pare che da qualche anno la sedia elettrica sia stata sostituita con un’iniezione letale.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

GUADALUPE PLATA – Guadalupe Plata (Everlasting)  

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Si intitola semplicemente Guadalupe Plata, il nuovo disco dei Guadalupe Plata.

Come quello precedente.

E come quello prima.

E come quello prima ancora, che aveva lo stesso titolo del disco di debutto del 2011.

Il terzetto di Ubeda, piccola e accogliente cittadina dell’Andalucia, non ne vuole sapere di cambiare titolo al proprio programma. Come del resto non pensa neppure lontanamente di cambiare gli ingredienti della sua miscela il cui elemento principale rimane tanto zolfo rock ‘n’ roll, suonato però con la stessa attitudine corrosiva, disturbante, straniante dei Suicide.

Ascoltare ogni loro disco, e questo non fa eccezione alcuna, è come vedere il vascello fantasma dei Gallon Drunk fare rientro al porto dopo essere stato devastato da una di quelle tempeste che ti fanno capire che il Diavolo può anche essere di acqua e non necessariamente di fuoco.

I Guadalupe Plata mettono in piedi l’ennesima cerimonia per ingraziarsi il Gran Met, solleticandogli i piedi con cento piccole punte di metallo arrugginito.

Il Dio voodoo sale dagli inferi e si contorce muovendo il bacino come Elvis.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

BLAKROC – Blakroc (V2)  

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Farsi spaccare il culo dai neri.

Potete scriverlo nella funzione di ricerca di PornHub. Oppure, se state cercando di tracciare una storia dei Black Keys, nella cronistoria della loro carriera, scrivendolo a fianco dell’A.D. 2009.

È l’anno in cui il suono del duo di Akron sta virando dal blues dei primi anni verso una forma di black music sempre più contaminata. Ma il disco del crossover definitivo è quello partorito sotto il moniker Blakroc, quello capace di tirare fuori le viscere blues nascoste sotto gli addominali di gentaglia come il Wu-Tang Clan, Mos Def, Ludacris, Q-Tip e la ByrdGang.

Il disco che ne viene fuori è di quelli che possono facilmente scontentare entrambe le fazioni: quelle puriste del blues e quelle integraliste dell’hip-hop “2 turntables and a mic”. In genere quando avviene questa cosa, ovvero quando un disco passando tra la folla la disperde in due file di musi lunghi, il risultato piace a me.

E così avviene anche in questo caso.

Blakroc è uno dei migliori dischi di crossover del primo scorcio di secolo.

Canzonacce come Dollaz & Sense, Done Did It, Hard Times, Stay Off the F*%$#n’ Flowers, Ain’t Nothing Like You che sono piccoli tatuaggi blues sui muscoli di d’ebano dei musi neri chiamati a farcirle di parolacce e a conferirgli uno stile poco rassicurante da ghetto nero.

Akron si trasforma nella Bristol dei Massive Attack.

Nasce il gangsta-blues.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE GALILEO 7 – There Is Only Now (Damaged Goods)

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A sentire la naturalezza con cui lo fanno, sembrerebbe un gioco da ragazzi.

Ma non vi fidate, che qui è come puntare sul gioco dei bussolotti al mercato di Porta Portese, tale è l’abilità dei Galileo 7 a nascondere la loro biglia sotto le campanelle del freakbeat inglese. Suono e citazioni che sono un distillato di cultura british, in questo ennesimo capolavoro della band di Allan Crockford che potrebbe rappresentare una valida alternativa d’ascolto per chi ha i primi dischi dei Blur e dei Charlatans perennemente parcheggiati sul proprio stereo. Anzi, forse più fra quel pubblico che tra le frange degli amanti del suono vintage delle band mod/beat degli anni Sessanta che i Galileo 7 hanno come ispirazione ma non come unico modello stilistico di riferimento.

A loro, agli amanti del brit-pop più retrò di un trentennio fa, consiglio di dare un ascolto a canzoni come Let Go, Too Late, Everything Is Everything Else e di immaginarle sparate dalle casse dell’Haçienda in una delle calde serate dell’estate dell’amore dell’89, mentre le bollicine dello spritz si trasformavano in mille faccine sorridenti. Provate a immaginare e tornate a dirmelo, dopo aver scavalcato il trambusto di I Dream of Sleep e la carcassa del sommergibile dei Beatles che si è arenato sulle spiagge di The World Looks Different Today.

Io sto qui e vi aspetto, mentre riporto indietro gli orologi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE RACONTEURS – Help Us Stranger (Third Man)  

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Help Us Stranger è il disco che riconcilia Jack White col rock ‘n’ roll dopo lo strambo disco solista dello scorso anno.

Lo fa in maniera abbastanza prevedibile ma lo fa.

Perché il rock ‘n’ roll funziona un po’ come le tette: il ricordo delle prime ciucciate ci perseguiterà per tutta la vita, eleggendo quelle ghiandole ad ossessione perenne, nella ricerca inconscia di quel piacere primordiale. Ecco dunque Jack White tirare fuori le tette ed offrirci una di quelle poppate che possono saziarci occhi, mani e palato. Sa bene che quel che cerchiamo dentro un disco è, più o meno, uguale da almeno cinquant’anni: un’apoteosi di riff, qualche ballata che possa farci recuperare, senza disperderla, l’energia, qualche passaggio da mandare a memoria per celebrare solstizi ed equinozi come in una messa pagana, qualche genuflessione al prog e al folk (addirittura la Hey Gyp di Donovan sfigurata in uno stomp degno dei Quicksilver Messenger Service) per stemperare il ruggito hard-rock e quella sensazione che quelle tette sono lì per noi, pur nella consapevolezza che in realtà le divideremo con tantissimi altri fratelli di sangue e di latte. Perché il r&r è onanismo individuale ma anche orgia collettiva e tribale.

Help Us Stranger è candidato a rivestire questo ruolo, perseguendo in maniera egregia il suo scopo.

Pezzi come Sunday Driver, Live a Lie, Thoughts and Prayers, Bored and Razed, Don’t Bother Me, What’s Yours Is Mine, Shine a Light on Me dove echi di Led Zeppelin, MC5, Humble Pie, Gov’t Mule e Jethro Tull rimbalzano l’uno addosso all’altro diverranbo di pubblico dominio prima che voi mettiate il like a questa recensione.

A questo è destinato, Help Us Stranger.

Può sembrare retorico, e forse lo è.

Eppure…come dire no ad un bel paio di tette?   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

MUDDY WORRIES – Third Degree (Araghost)  

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L’esordio, su piccolo formato, è di tre anni fa per l’etichetta di Pierpaolo De Iulis.

Ora arriva l’album intero a ricordarci che nella bassa padana, quando la siccità asciuga le risaie, le pianure del Po diventano paludi di fango dove puoi infilare i piedi e tirarli fuori coperte di melma come se ti trovassi sulle rive del Mississippi.

E quando la luce del plenilunio inonda d’argento i campi, da quelle acque sembrano affiorare turpi figure di mostri dai corpi deturpati e ripugnanti.

È allora che i Muddy Worries attaccano il loro furioso baccanale blues figlio diretto di quello del roots punk gotico dei Flesh Eaters (soprattutto nell’uso del basso) e dello stopposo swamp di Scientists e Chrome Cranks che in Italia ha già avuto eccellenti pionieri nei Carnival of Fools di Mauro Ermanno Giovanardi e nei Tupelo di Stiv Livraghi.

Third Degree è un disco che soddisferà i palati stuzzicati da quei nomi ma anche chi rimase folgorato dall’elettricità acida che bruciò la Los Angeles degli anni Ottanta e la Chicago degli 11th Dream Day. Perché attorno ai totem blues tirati su per tenere lontani i demoni della palude c’è tutto uno sferragliare di chitarre che non vogliono essere domate dalle dodici misure del blues e come bufali imbizzarriti si divertono a buttare giù recinti e staccionate.

Per evitare di venire travolti, vi conviene girare alla larga dall’Emilia quest’estate.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NOFX – Punk in Drublic (Epitaph)  

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Qual è la differenza sostanziale fra il punk degli anni Settanta e quello degli anni Novanta? Be’, è molta, moltissima. Chi ascolta Punk in Drublic, uno dei manifesti del neo-punk dell’ultimo decennio del XX secolo e ha in casa e nel cuore i dischi di band come Dead Boys, Voidoids, Germs, dovrebbe accorgersene immediatamente. A naso.

Gli altri ovviamente no.

Il nuovo punk è, paradossalmente, in perfetta antitesi col punk che lo ha preceduto. È l’esaltazione delle vitamine, della vita salutista, dei muscoli contrapposta al flaccido marciume, alla vocazione autodistruttiva, al degrado fisico che straripava dalle copertine e dai testi di quegli eroi negativi.  

La musica dei NOFX, dei NOFX di Punk in Drublic in particolare, è il punk da spremuta di frutta, da taurina al caramello.

Ha lo stesso ritmo di una sega da sedicenne.

Se avete sedici anni, provate pure. Riuscirete ad andare a tempo in maniera metronomica.

Melodico (ma neppure tanto), veloce, suonato tutto in downstrokes, tranne quando la strizzata d’occhio e di palle dello ska impone di invertire la direzione.

Incazzatura raso terra.  

Io, che non sono facile alla risata, non mi sono divertito per nulla.

E non solo con la sega ma anche con la pialla, mi sa che sono più bravo io.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LES GRYS-GRYS – Les Grys-Grys (Groovie) 

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Intervistato dal sottoscritto qualche mese fa in occasione del mio libro sul garage-punk, un disponibilissimo Mike Stax mi indicava i francesi Grys-Grys come una delle sue band contemporanee preferite. Se fino ad allora il metro per poterlo stimare era ridotto ai diciotto centimetri di un paio di singoli, ecco adesso i trentuno centimetri tanto attesi per poter valutare la reale portata del gruppo. Ed è opportuno dire che il loro album ci travolge come se di colpo si fossero alzate le paratie di una diga e noi ci trovassimo nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.

Pochissime uscite del settore hanno oggi una freschezza e insieme una forza così tracotante quanto l’album di debutto di questi cinque ragazzoni di Montpellier. Registrato da Mr. Liam Watson, ovvero uno che appena tocca la merda questa si trasforma in oro e che dunque immaginate un po’ cosa puó fare quando dietro al vetro compaiono cinque ragazzoni infoiati che sembrano una sorta di incrocio tra gli Who che desiderano ancora una morte prematura di A Quick One e il beat alla benzedrina dei Purple Hearts, Les Grys-Grys è un disco debordante di suoni scapigliati e caleidoscopici che ci proietta dentro un vortice freakbeat/R&B frastornante. Provate un po’ a sentire le loro versioni di She Just Left dei Crawdaddys o del classicissimo Got Love If You Want It e ditemi se non sentite alle calcagna i morsi di mille cani ringhiosi, spronati dal suono fendente di un’armonica e aizzati dal pow-wow dei tamburi agitati davanti al loro muso.

Oppure prendete pezzoni autoctoni come It Ain’t Right, Satisfy the Lord of Anarchy, Time Flies and Still, In a Loop, Gone by Dawn, Brother Tobio, They Gonna Get Me, The Day, tutti scompaginati da un suono filiale a quello di gruppi come Open Mind, Eyes, Creation, Who, Master’s Apprentices, Yardbirds, Golden Dawn e falciate da un’armonica che sembra soffiata da Belzebú, chitarre sempre sul punto di deflagrare, sempre con la punta degli stivaletti sul pedale del distorsore e il tacco sul detonatore.

I Grys-Grys sono, oggi, quello che furono i Tell-Tale Hearts negli anni Ottanta, un gruppo incredibile, primitivo, devastante e assolutamente necessario. Se pensate di poterne fare a meno vi state perdendo uno dei pochi dischi contemporanei capaci di affiancare i capolavori del sixties-rock di ogni epoca, una nuova pietra miliare con cui le prossime orde di cavemen dovranno per forza confrontarsi, se vorranno ancora dire qualcosa sull’argomento.

    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro