GIBSON BROS. – Memphis Sol Today! (Sympathy for the Record Industry)  

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Registrato dentro i Sun Studios, totalmente immerso nel “Sol” di Memphis, lì dove le anime di Re, Colonnelli e Reverendi continuano a parlare alla tua da chissà quale ambone dell’Inferno, Mempis Sol Today! è l’atto finale della band di Jeffrey Evans e Don Howland e anche il coronamento ufficiale di quel sogno rock ‘n’ roll che da Columbus li ha portati giù fino alla terra dei padri, in quella terra delle meraviglie raccontata da Monsieur Jeffrey Evans nelle note di copertina.

Il ruolo di terzo chitarrista è ricoperto da Jon Spencer, ma si tratta di una chitarra rabberciata quanto le altre due, tanto che alla fine sembra di sentirne suonare mezza, e per di più accordata ad orecchio. Il suono di Memphis Sol Today! si innesta perfettamente nel solco tracciato dai Cramps a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta e dai Gories esattamente dieci anni dopo. Un’approssimazione delirante capace di regalarci momenti come Memphis Chicken, My Huckleberry Friend, I Feel Good Little Girl e I Had a Dream, I’ll Follow Her Blues, Naked Party, scoordinati blues psicotici che su Coming Up assumono i contorni di una versione southern dei Seeds.

Un disco pieno di tutte quelle imperfezioni senza le quali il rock ‘n’ roll diventerebbe solo un frutto coperto di cera da vendere sui banchi degli ipermercati.

L’anima di Memphis.

Che è anche un po’ della nostra.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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TY SEGALL – First Taste (Drag City)

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Incontro più Ty Segall che i miei amici. Non sto esagerando.

Non dico per strada o al bar, dove peraltro non incontro neppure quegli altri, ma in questa sorta di mondo metafisico dove tutti ci siamo un po’ tutti rifugiati e nel quale, come in quello reale, la musica regna sovrana. Parlo del mio, ovviamente.

Negli ultimi due anni ho incrociato Ty una mezza dozzina di volte, compreso questo nuovo incontro con First Taste, nuovo disco in studio inciso a suo nome. E ogni volta è un incontro piacevole, mai scontato. Ogni volta Ty mi racconta alcune cose che, come accade un po’ con tutti, si è dimenticato di avermi già raccontato la volta precedente e ci aggiunge qualche aneddoto recente, inedito. In questo caso ad esempio la cosa totalmente nuova riguarda una pianta di ghiaccio. Ed è una storia talmente bella e “gelida” che decide di raccontarmela spegnendo l’amplificatore, perché le parole arrivino forti e avvolgenti, come una sciarpa calda che permetta a quell’albero di non perdere tutte le foglie. Avvolgendo anche me che ne ho perse così tante da non riuscire più a contarle e da non avere più neppure la forza di rinnovarle. Ecco perché quando arriva quella cosa a forma di abbraccio intitolata The Arms le mie difese sono così basse che quasi me la immagino vera, quella stretta amorevole.  

Il resto sono storie familiari. Cui però Ty Segall aggiunge qualche particolare prezioso. Piccoli strumenti desueti ad esempio, come il bouzouki, la cetra giapponese, il mandolino o strumenti a fiato che colorano e “gonfiano” ulteriormente il suo rock decadente, sporcandolo con una sorta di funky soffocato, un groove ritmico insistito che evoca certe perversioni no (Self Esteem, When I Met My Parents) e new wave (RadioThe FallWhatever) che alla fine si spengono nell’epica cavalcata in assenza di gravità di Lone Cowboys che è tutto quello che ci aspettavamo dai Love and Rockets una volta lasciata la stazione spaziale dei Bauhaus e che invece si trasformò in una delle missioni più fallimentari della storia moderna.

Ciao Ty. Bentrovato. Hai più rivisto i miei amici? Quelli che prima si sono rimpiccioliti come Alice in tante piccole figurine circolari sui social che poi si sono sbiadite al sole diventando come il tuo albero di ghiaccio?

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE KINKS – The Kinks Are the Village Green Preservation Society (Pye)  

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Il soggiorno a Devon (dove il fratello si sarebbe rifugiato a lungo molti anni dopo) e le relative analisi sulla placida bellezza della vita rurale di Ray Davies portano alla nascita di un disco miracoloso, l’ennesimo della carriera dei Kinks. Abbandonati definitivamente i panni dandy vestiti con estrema eleganza snob su Something Else e sostituiti con delle modeste mise da ragazzi di provincia, i Kinks si calano nel ruolo di nostalgici portavoce di un mondo che sta per essere sepolto dal progresso e dall’accentramento urbano. Da Londra, si trasferiscono simbolicamente nella periferia dell’Impero, il cui crollo verrà raccontato nell’opera successiva. Le chitarre elettriche sono bandite del tutto, salvo apparire in veste cupa e minacciosa sulla sinistra Wicked Annabella, in un contrasto reso ancora più efficace in accostamento al buffo valzer di All My Friends Were There che la precede. Un pezzo che inventa i T. Rex tanto quanto Johnny Thunder detta le coordinate per certe aperture di Tommy degli Who e che è come l’arrivo di una nuvola fosca dopo l’abbagliante immersione nel verde della campagna inglese, in un carosello di siparietti vaudeville, scale blues e fantastici giri in groppa a qualche papera beat che ha imparato ad usare le ali alzandosi in volo sulle campagne e sulle case dei Tudor, sulle chiese coi campanili e sulla casa di Sherlock Holmes, sui fiumi e sui campi di fragole in un’ascesa che è una vertigine di leggerezza (Picture Book, Big Sky, Johnny Thunder su tutti), fino a sussurrare a Dio di salvare tutta questa bellezza, dritto nelle sue orecchie.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MOJO NIXON & SKID ROPER – Bo-Day-Shus!!! (Enigma)

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C’è un po’ di Elvis in ognuno di noi. Questo ci canta Mojo Nixon in apertura di Bo-Day-Shus!!!, terzo album e mezzo realizzato in coppia con Skid Roper.

Ed Elvis dall’alto lo benedice e decide di portargli fortuna, tanto che Elvis Is Everywhere diventerà il pezzo più conosciuto, anzi l’UNICO pezzo conosciuto di Mojo. Qui fa da introduzione all’ennesima ricca portata di rock ‘n’ roll sgualciti, bluegrass svaccati e musicacce varie per guardiani di giumente. Un immaginario fatto di barbecue perennemente accesi, botteghe di rigattieri, colli arrossati dal sole e villaggi sperduti della Louisiana e del Texas dove dove gli immigrati si riuniscono ad improvvisare feste alcoliche al suono della musica della loro terra e si intrecciano con le musiche locali. Polka, mardi-grass, blues, country, cajun, canzoni voodoo e lodi a Cristo.

Canzoni che ogni tanto incendiano un intero campo di cotone, come I’m Gonna Dig Up Howlin’ Wolf, Gin Guzzlin’ Frenzy, Wash Dishes No More come fossero tizzoni saltati fuori dai catini di Barrence Whitfield, dei Raunch Hands, dei Flat Duo Jets o dei Gibson Bros.

Canzoni che non ti conviene neppure di chinarti per cercare di tirar via quei carboni accesi.

The men don’t know but the little girls understand…

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

EVERYTHING BUT THE GIRL – London 0-Hull 2

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Ogni stagione ha i suoi dischi, legati ad esse come quei rituali quotidiani che ne caratterizzano l’arrivo o il loro lento o frenetico srotolarsi.

Eden è il il disco dell’Autunno.

È il disco dei cappotti che ridiventano protagonisti degli armadi,

Delle sciarpe che tornano a proiettare le loro curve grigie sulle grucce.

Delle prime piogge che odorano di ozono e di appuntamenti traditi.

Dello spleen appassionato che si appiccica ai vetri e li imbianca di vapore pesante. Delle foglie che corrono impaurite e in fuga sotto i marciapiedi come croccanti larve di clorofilla riuscite a diventare farfalle per un solo giorno.

Eden ha un torpore tutto autunnale, quel bisogno di rifugio dopo le esposizioni solari dell’estate appena passata, quella necessità di sostituire con l’ovatta l’odore di poliestere dei costumi appena sfilati e di trovare riparo tra le coperte lasciando sedimentare i ricordi della bella stagione.

Ben Watt sceglie di raffigurare l’estate che scolora con un batida chitarristico rubato ai maestri della bossanova Joao Gilberto e Antonio Carlos Jobim che caratterizza buona parte dei brani (Each and Everyone, Bittersweet, Even So, Fascination, I Must Confess) ma allo stesso tempo aggiungendo a questa saudade l’amore per il jazz ammiccante ed elegante di Cole Porter (una cover di Night and Day era stato il loro debutto su 45giri solo un anno prima, NdLYS).

Lo dimostrano l’incedere “spazzolato” di Tender Blue, le trombe Bakeriane di Crabwalk o l’organo sincopato della bella Frost and Fire che diventano gli avamposti per il recupero del cool jazz che in quello stesso momento stanno operando personaggi come Style Council, Joe Jackson, Working Week, Sade Adu, Carmel, Matt Bianco.

La voce di Tracey Thorn è l’altro strumento determinante per tratteggiare con misurato distacco questo diagramma di linee semitonali discendenti e di ance discrete. Mai disperatamente accorata, mai del tutto lieta anche quando tutte le altre condizioni sembrerebbero volgerle a favore (il solare riscatto morale cantato su Another Bridge tutta scintillante di chitarre semiacustiche e organo Hammond o nei sapori vagamente spagnoleggianti della poesia d’amore di Even So punteggiata da un sottile gioco di nacchere o nella rilassata e morbida dolcezza sprigionata da The Spice of Life).

Languori pop/jazz che il duo di Hull abbandonerà presto scivolando verso il guitar-pop, il country, il pop orchestrale, fino a rigenerarsi totalmente (e riscattarsi ecomonicamente, NdLYS) nell’elettronica figlia della jungle e del trip-hop dei mid-Nineties ma che qui rappresentano la raffigurazione musicale perfetta dei molli ed esangui pomeriggi autunnali che tornano ad ammuffirci il cuore ogni anno.

 

Fino all’arrivo dell’Alain Delon sdraiato sulla cover di The Queen Is Dead fu questa la copertina “chiave” della mia adolescenza. Due bambini qualunque che pisciano davanti al relitto dell’età industriale, in un posto qualsiasi dell’Inghilterra del Nord.

Dal paradiso alla Terra, in caduta libera.

Love Not Money abbandona l’introspezione e i toni jazz del disco d’esordio sfoderando una coscienza politica accesa e anti-Tatcheriana che appare già chiara da quello scatto di copertina e tuffandosi in un vaporoso jingle-jangle chitarristico che ha poco da invidiare a quello che nello stesso periodo sta illuminando gran parte dell’anorak-scene di terra d’Albione.

Roba da eskimo e pastrani bagnati dalla pioggerella inglese insomma.

Ma suonata con classe da vendere, tanto da anticipare alcune intuizioni che gli stessi Smiths elaboreranno da lì a breve (Are You Trying to Be Funny? è già Ask, Ballad of the Times è una premonizione di Well I Wonder tra le brume di Suffer Little Children, Anytown si muove sul classico groove ferroviario C&W di Rusholme Ruffians, London, Vicar in a Tutu e altri classici del repertorio di Johnny Marr, così come Trouble and Strife e l’irraggiungibile vetta di When All‘s Well affine all’immaginario Smithsiano anche per lo scatto scelto per la copertina del singolo, sciorinano altre delizie semiacustiche assortite).

Ovvio che a me, all’epoca, piacesse da morire. E che, a dispetto dei flirt col jazz, con la musica orchestrale, con il blue eyed soul, con la tropicalia, col funky e con la drum ‘n bass che verranno, restasse nei decenni il miglior album del duo britannico.

Resta, come gocce di pioggia sospese nell’aria, quell’aria un po’ malinconica che aveva reso magico Eden ma stavolta tra le brumose campagne inglesi sembra di scorgere più di uno scintillio.

E se non è ancora tempo di veder tornare le rondini, stormi di gazze volteggiano in attesa di portare via chissà quale tesoro.

Peccato, per l’ingordigia di qualcuno, che qui si parli d’amore e non di monete.

 

Sfarzi orchestrali, leziosità in stile Tin Pan Alley, stucchi griffati Burt Bacharach. Così si presenta al mondo il terzo album di Tracey Thorn e Ben Watt, annunciato da una copertina che ai pastelli del debutto e al grigio urbano dell’album precedente ha sostituito il disimpegno pop di una grafica ispirata ai musical di Broadway e che sfoggia l’immagine retrò dei suoi primi attori: vestito sartoriale in stile anni ’50 per Ben e abitino stile marinaretto per una Tracey Thorn meno sensuale del solito.

Attorno a loro due la formazione è totalmente cambiata: Micky Harris e Rob Peters sono stati assoldati tramite annuncio per coprire il ruolo di bassista e batterista mentre al piano siede la Cara Tivey che sarebbe diventata la pianista di fiducia di Billy Bragg e, per qualche anno, dei Blur.

Dentro gli Abbey Road Studios però ad attenderli c’è un’intera orchestra di quarantotto elementi con il compito di dare fiato agli arrangiamenti sintetici che Ben Watt ha studiato per i nuovi pezzi lavorando sui preset orchestrali impostati da casa Yamaha sul suo nuovo sintetizzatore DX21.

Ampolloso e liricamente schiacciato sul tema abusato della separazione affettiva, del tradimento, dell’abbandono Baby, the Stars Shine Bright sembra messo a puntino per sdoganare la musica degli EBTG presso il grosso pubblico, anche a costo di seppellire la soffice grazia dei primi album sotto una coltre di greve pesantezza pop (Come Hell Or High Water, Careless, Don‘t Let the Teardrops Rust Your Shining Heart, Little Hitler) che ne zavorrano l’ispirazione fino a vederla affondare e scomparire tra gli zuccheri.

Come una raccolta di successi di Cilla Black o una di canzoni d’amore di Glen Campbell e una Tracey Thorn che sembra essersi trasformata in una Caterina Caselli magra ed efebica.

E le stelle che brillano luminose sono solo quelle dell’abete di Natale.

 

Dopo il bagno di pailettes di Baby, the Stars Shine Bright Idlewild cerca di recuperare l’essenzialità dei primi album tornando a masticare soffici batuffoli di folk e di neo-soul. L’ispirazione è però ai minimi storici cosicchè l’album è orfano di momenti veramente illuminati e a poco servirà la ristampa immediata del disco con l’aggiunta del singolo estivo I Don‘t Want to Talk About It rubato alla penna di Danny Whitten e che replicherà il successo della versione di Rod Stewart andando a piazzarsi inaspettatamente al numero tre nella classifica dei singoli britannici, vertice fino a quel momento mai raggiunto dal duo inglese.

Gli arrangiamenti sono molto sobri ed essenziali con un uso moderato dei fiati e un ottimo lavoro alle tastiere ad opera di Damon Butcher. Unica concessione alla “modernità” l’uso (evitabile) della drum machine preferita alle bacchette di Neil Wilkinson che in quel periodo accompagna la band in tour.

Idlewild però scivola via senza lasciare traccia, come un anonimo disco da salotto, con la sua compostezza quasi indisponente e la sua morbidezza confortevole.

Tiri la leva ed ecco un bel divano letto. Giusto per dormire.   

 

Musica da doccia tiepida. Da saponi che fanno tanta schiuma. Da dolcetti industriali. Da apericena per gente costantemente in dieta che però amano passeggiare con in mano un vol-au-vent e un bicchiere di prosecco mentre guardano la città dal loro attico. La musica per le anime che vagheggiano le proprie stanchezze mentre inzuppano le olive denocciolate dentro lo spumante, per tutti coloro che quando bevono rischiano al massimo di dimenticare il codice PIN della carta di credito, che poco altro rischiano di scordare. Quelli che vivono sotto una nuvola rosa d’amore superficiale e che bevono solo acqua in bottiglia.

The Language of Life suona proprio così, raggiungendo l’apice del sofismo di maniera che sembra aver imprigionato gli Everything but the Girl, infilatisi nel solco soul da Generale Custer degli Aztec Camera di Love e di Alison Moyet, ovvero quella musica nera che quando cade sul tappeto persiano non lo sporca neppure.

Le canzoni di The Language of Love ci passano sopra languide senza lasciare graffi sulla pelle.

Muore sorridendo, come in certi film romantici in cui anche la morte è una pillola dorata. Figurarsi la vita.

 

Quando nel 1991 arriva nei negozi Worldwide ci si rende conto che, nonostante dischi d’arredamento come Idlewild e The Language of Life, il peggio della loro produzione gli Everything but the Girl dovevano ancora riservarcelo. E il peggio arriva appunto quel 23 Settembre quando metti sul piatto un disco della band cui hai deciso di perdonare ogni debolezza e ti trovi a bestemmiare sulla Madonna, anzi su entrambe le Madonne mentre ascolti, appunto, un disco che sembra un disco della Ciccone o della Lauper. E neppure tra i migliori.

Pochissimi i guizzi creativi, che quando arrivano (come in Twin Cities) sembrano come quei pesci che ogni tanto si staccano dal banco e fanno un salto sulle acque placide. E per un attimo anche un merluzzo ti sembra bello come un tonno.

Poi le acque sommergono di nuovo tutto.

Tutto, tranne la ragazza.

 

Creduti affogati nel mare di lacca degli ultimi dischi, gli Everything but the Girl riemergono a sorpresa dagli abissi con attorno al collo un salvagente chiamato Amplified Heart, disco-prodigio che celebra un ritorno all’essenzialità, alla delicatezza e all’amore per le piccole cose che forse la malattia che ha colpito Ben Watt ha contribuito a far riaffiorare.

La rinascita artistica degli Everything but the Girl, dopo i dischi imbarazzanti e sovrabbondanti realizzati a cavallo dei due decenni ha del portentoso.

È il ritorno in scena degli EBTG che camminano scalzi sul parquet del salotto.

Lui dipinge con la chitarra. Lei usa la sua voce come un unguento che se non può curare il male, può placarne i sintomi. E quando la sera di Natale Ben resta da solo a contemplare la solitudine gagliarda del suo abete, la magia di quelle dita aggrappate alla chitarra accende la stanza di mille piccole luci sbarluccicanti.

Canzoni che sanno di casa e di pioggia. Di fumanti tazze da tè. Di melanconie lasciate a gocciolare sui vetri.

Canzoni di una bellezza sacra ed inviolabile come quella dei bambini.

 

Appena pochi mesi dopo la pubblicazione di Amplified Heart il sogno d’amore fra gli Everything but the Girl e la loro etichetta storica si interrompe.

Siamo nella metà degli anni Novanta e per stare sulla breccia occorre entrare in sintonia con i suoni elettronici che impazzano un po’ ovunque: house, jungle, drum ‘n’ bass, big beat, trip-hop. Ed occorre prendere possesso dei “club”, i posti dove accadono le cose.

Ben Watt e soprattutto Tracey Thorn ne sono consapevoli ma non hanno l’audacia giusta per provare. Così, in attesa di trovare il coraggio (ma anche la tecnica necessaria a Ben per passare dalla chitarra al laptop) e un nuovo contratto, affidano a mani altrui una traccia del loro ultimo album. Risultato: Missing diventa, nelle mani di Chris & James, Ultramarine, Little Joey e soprattutto in quelle Todd Terry, una delle canzoni che domina radio e locali per tutto il 1995. Forte di un successo inimmaginabile (Missing la si sente ancora oggi nelle “serate ‘90” dei disco-club di tutto il mondo, Italia compresa, in qualche spot o serie tv oppure rivisitata da altri, ultimi in ordine di tempo i Level 42) il duo può ricevere un buon anticipo dalla Virgin per produrre il nuovo disco, che si intitola Walking Wounded ed è di nuovo un piccolo giardino di delizie (Mirrorball su tutte). Ben è impegnato oltre che a costruire le linee melodiche e un paio di testi, anche la maglia di beat elettronici che sorreggono tutto il disco.

Che è ancora una volta immalinconito dalla pioggia, anche se stavolta è gelida come quella che bagna Roy Batty su Blade Runner. Se i paesaggi sonori possono risultare alieni, la voce di Tracey rappresenta la “comfort zone” dove i vecchi fan del gruppo possono sentirsi a casa, godendo dell’abbraccio dei “vecchi” EBTG. Che sono ancora, dopo una dozzina di anni, un gruppo che sa abbracciarti.

 

L’avvicinamento alla musica dance annunciato da Missing e da Walking Wounded diventa radicale con Temperamental. Tra i due album Ben Watt ha perfezionato la sua tecnica dedicandosi nel frattempo alla professione del dj, ovvero una delle più retribuite e ricercate a cavallo tra i due secoli. Tracey Thorn è rimasta a casa aspettando le nuove idee, i nuovi esperimenti del compagno, scrivendo la bozza di qualche lirica che poi sarebbe servita da canovaccio per i testi dell’album che hanno promesso alla Virgin.

Quando Watt rientra dal suo giro nei club però quello che porta in studio è “tutto tranne gli EBTG”. La metamorfosi sintetica è completa ma non contempla le delicate cartilagine del vecchio scheletro degli Everything but the Girl: solo una capricciosa sequenza di numeri binari che sciamano dalla house al drum ‘n bass. Qualcosa che sulla pista di un club funziona (Five Fathoms, Blame, Temperamental, Compression, The Future of the Future, Lullaby of Clubland) ma a casa molto, molto meno, con l’unica eccezione di No Difference. Qualcosa che è moderna quel troppo che in genere basta ad imprigionare un disco nella trappola del tempo.

Temperamental ci lascia l’immagine di Tracey Thorn e Ben Watt che sciamano in catene, vittime del loro stesso gioco e del loro desiderio di sfilare sulle passarelle con abiti a la page. Quelli che in genere hai già buttato la stagione successiva.

È l’ultima collezione degli Everything but the Girl, prima di svendere tutto.

Proprio come il negozio di Turner anni prima, quando Hull sembrava l’eden.

Franco “Lys” Dimauro

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THE CELIBATE RIFLES – Sideroxylon (Hot)  

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L’Italia è un paese pigro.

Al 25 Giugno 2019 la pagina italiana di Wikipedia dei Celibate Rifles, “gruppo musicale esponente principale della scena punk rock australiana”, appare così:

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 No, non è una fake.

Appare proprio così.

Nessuno si è preso la briga di scrivere più di una riga sulla band di Sydney.

Ci finisco quasi per caso mentre cerco su internet notizie circa qualche eventuale ristampa. E me ne rammarico, perché è evidente che nonostante una serratissima serie di dischi e di relative recensioni entusiaste che la stampa italiana fu pronta a sottoscrivere, quel che resta dei Celibate Rifles è una memoria annoiata. Peccato, perché la band australiana era tenutaria di un eccentrico e sarcastico punk-rock già evidente dal nome che si era data, in buffa risposta alle “pistole del sesso” inglesi.

Sul campo di gioco questo si traduceva in liriche spesso cariche di sense of humour e in una musica che del punk manteneva velocità e sporcizia ma non necessariamente lo stile, infischiandosene altamente di rispettarne le limitazioni, sconfinando nel suono detroitiano quando si tratta di imbrattare tutto con dei lick chitarristici dal sapore quasi metallico. Il filone di riferimento è insomma quello dei Radio Birdman, da cui i Celibate Rifles prendono in adozione anche una chiara ammirazione per l’artigianato garage, magari leggermente inacidito. Su Sideroxylon, il Presentat-Arm! del 1983, il tentativo di non lasciarsi intrappolare dal clichè punk si ravvisa anche su ballate come Back on the Corner o Ice Blue o nei deflagranti sei minuti di God Squad che sembrano anticipare di un decennio il primo E.P. dei Monster Magnet.

Tutto un po’ acerbo, val la pena dirlo, con un amalgama sonoro non pienamente riuscito (i suoni delle chitarre sono “sovrapposti” piuttosto che fusi assieme), ma indicativo di un rock, quello australiano, che si diverte a scombinare le carte di un mazzo che ha tanti assi da non riuscire a tenerli in una mano.   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

VIOLENT FEMMES – Hotel Last Resort (Play it again, Sam)  

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Sebbene il contributo dato dalle Violent Femmes alla musica americana sia indubbio, le domande che mi pongo mentre parcheggio all’autorimessa dell’Hotel Last Resort è: perché sono qui? Quanto bisogno ho di un nuovo disco delle Violent Femmes nel 2019? Di chi sono quel pick-up mezzo ammaccato e quella Lamborghini col logo della Nike tra le quali ho parcheggiato la mia Lysmobile?

Mentre gli consegno le chiavi chiedo al guardamacchine in livrea.

Il primo è di un tale dinoccolato e secco come una cavalletta che di nome fa Tom Verlaine. La seconda è di un tal Stefan Janoski che sta sui piedi da quarant’anni e sulle ruote di uno skate da ventotto.

Sono qui da molto prima di me, seduti al tavolo con Gordon Gano, Brian Ritchie e John Sparrow, il percussionista degli Horns of Dilemma entrato ora ufficialmente in squadra. Hanno preso parte alla festa, il primo invitato ad improvvisare col suo attrezzo da lavoro proprio mentre la band, sul marciapiede, invita i passanti a seguirli in albergo. Suona. Me te ne accorgi solo perché è più alto degli altri. Il secondo chiamato a raggiungere la postazione del karaoke per cantare sulla vecchia filastrocca di I’m Nothing.

E veniamo all’altra domanda: quanto bisogno ho di un nuovo disco delle Violent Femmes? Nessuno, in realtà. Potrei continuare ancora altri trent’anni a riascoltare i loro primi tre/quattro, tentare pure di abbozzarne una versione casalinga per chitarra e voce fingendo di avere anche io le adenoidi e, se proprio non mi riesce di uccidere i fascisti con la mia chitarra, perlomeno farli divertire.

Forse loro devono aver pensato la stessa cosa, ben consapevoli che se non possono più stupirci possono ancora rallegrarci le giornate come succede in Another Chorus, This Free Ride, Sleepin’ at the Meetin’, Not OK. O cantarci una di quelle ninne nanne che non sono gli unici a saper cantare, ma se le canta Gordon Gano è meglio, come nelle dolci I’m Not Gonna Cry o Paris to Sleep.

Cosa ci faccio dunque qui all’Hotel Last Resort?

Canto.

E, considerati i tempi, non è affatto cosa da poco.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

JOHNNY KIDD & THE PIRATES – The Best of Johnny Kidd & The Pirates (EMI)  

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Una chitarra elettrica, un basso elettrico, una batteria e un cantante: l’assetto base di ogni rock ‘n’ roll band, quello poi adottato da act incendiari come Who e Led Zeppelin, viene “settato” in Inghilterra, primi fra tutti, da Johnny Kidd e i suoi pirati.

Johnny Kidd, nato Frederick Albert Heath a Londra nel 1935 è il primo ad arrivare ed anche il primo ad andarsene. A bordo di un’automobile, nell’Ottobre del 1966, proprio quando la musica inglese sta conquistando il mondo con un piatto fatto con la ricetta che proprio lui ha scritto, ancora una volta primo, già alla fine degli anni Cinquanta: quando in Inghilterra ci sono ancora i bagni senza bidet e i Beatles si puliscono il culo con gli strofinacci e in giro ci sono solo skiffle-band e gruppi strumentali.

Johnny Kidd è invece uno che, a dispetto della benda, ci vede e ci vede lungo.

Diciamo, pressappoco, fin oltre l’oceano.

Allunga il cannocchiale e vede le sagome di Eddie Cochran e Gene Vincent, abili a mascherare il turpiloquio in una striscia bavosa di luride moine che non lasciano spazio all’immaginazione. Please Don’t Touch, pubblicata nel Maggio del ’59, nasce così, come un invito a non allungare le mani che vuol dire l’esatto contrario, mentre dietro di lui la sua ciurma fa il rumore di uno sciame d’api: è la nascita ufficiale del rock ‘n’ roll britannico e allo stesso tempo, paradossalmente, del suo revival visto che la sua versione mutante chiamata rockabilly che arriverà venti anni dopo è già tutta dentro questi due minuti scarsi.

L’anno dopo si replica: Shakin’ All Over, registrata negli stessi studi che poi (poi) ospiteranno i Beatles, scala la classifica e Johnny Kidd da su in cima può cagare su tutta la Gran Bretagna.

Ancora una volta primo e per primo: il primo riff memorabile del rock britannico è il suo. Gli Who lo useranno per radere al suolo Woodstock prima e Leeds subito dopo. 

Gli Shadows registreranno quello di Apache il mese successivo.

Un riff che chioccia come una gallina e becca come un gallo cedrone.

Sembra attaccato con lo scotch, impoverito dall’uso di una sola chitarra incerta, imprecisa, rabberciata. Ma è il primo standard inglese di ogni tempo.

Poi, sotto questi due colossi che fanno ombra ancora oggi, ci sono un sacco di cose bellissime: Feelin’, Restless, So What, I Can Tell, Popeye, Doctor Feel Good, Linda Lu, Yes Sir That’s My Baby, A Shot of Rhythm and Blues che Johnny Kidd non avrà il tempo e la voglia di mettere assieme a forma di album.

Perché il rock and roll va bruciato in due minuti.

Al terzo minuto è già cenere.

E al quarto Johnny il Pirata ha già un veliero pronto a portarlo via per porti lontanissimi.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

RAINY DAY – Rainy Day (Llama)  

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Ralph Burns Kellog, l’ex-tastierista dei Blue Cheer che aveva lavorato sul disco di debutto dei Rain Parade, viene coinvolto anche come musicista in quello che il nuovo estemporaneo progetto di David Roback: un collettivo aperto che su disco viene cristallizzato con la presenza di Susanna Hoffs e Vicki Peterson delle Bangles, Michael Quercio dei Three O’Clock, Kendra Smith, Karl Precoda e Dennis Duck dei Dream Syndicate e naturalmente i Rain Parade al completo.

Un disco dove alcune star della scena Paisley sono protagoniste di un disco che con la psichedelia acida ha nulla a che fare: Rainy Day è difatti un album folk quasi pastorale, percorso da una mestizia che raggiunge l’apice in una Holocaust in cui soffia tutto il vento gelido che il titolo dei Big Star lasciava intendere.  

Sono cover fragilissime che attraversano la carne come piccole schegge di vetro, quelle dei Rainy Day. Schegge di vetro che sono frammenti di sogni infranti.  

Canzoni che ti fanno sentire nudo ed esposto alle intemperie, anche e soprattutto quelle dell’anima. Fino a che non sei pronto a lasciarti bagnare dalla tiepida pioggia acida di Rainy Day, Dream Away che inzuppò di lacrime psichedeliche le venti donne nude di Hendrix.

E che adesso bagna noi.   

                                       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

JAMIROQUAI – Travelling Without Moving (Columbia)  

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Sono uno che i tormentoni se li sceglie da sé. E appena comincia la bella stagione, per evitare che me la imbruttiscano con gli equivalenti musicali dei cinepanettoni, mi carico il lettore cd dell’auto (che non é neppure lontanamente paragonabile alle vetture di lusso collezionate da Jay Kay, NdLYS) coi dischi dei Jamiroquai. Che sono uno di quei gruppi con l’estate dentro, come i pomodori pachino.

Una schiuma lattiginosa di funk, acid-jazz, R&B, disco.

Una vacanza metà aborigena, metà stellare.

Travelling Without Moving è il disco che traghetta il gruppo verso i dancefloor mondiali, in virtù di pezzi pulsanti e goderecci come High Times, Alright, Virtual Insanity, Cosmic Girl, You Are My Love dove le dita di Toby Smith sul piano Rhodes e sul Moog saltano come la rana dell’omonimo videogioco, attraversando le strade ingombre del basso sublime di Stuart Zender e saltando sui tronchi galleggianti di fiati e percussioni sui quali il folletto Jay Kay si muove indossando un cappello rubato ad Afrika Bambaataa.

Se venite dalle finezze loro primi album vi sembrerà tutto un po’ volgare.

Se invece venite da quei tormentoni che sanno di buffet Valtur andato a male cui alludevo in apertura, vi sembrerà di avere davanti un’autentica orchestra-spettacolo come quelle dei Tower of Power, dei Parliament, della Sunshine Band o dei Fania All Stars oppure con un po’ di immaginazione sci-fi potreste immaginare di sfilare i caschi ai Daft Punk e, con vostra gran sorpresa, di trovarci sotto Curtis Mayfield e Wayne Casey.

Ma se non venite da nessuna parte perché non vi piace muovervi potreste viaggiare lo stesso, come suggerisce il titolo.

E magari non corro il rischio di incontrarvi agli incroci.

Franco “Lys” Dimauro