UZEDA – Quocumque jeceris stabit (Temporary Residence Ltd.)  

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Alla mia richiesta di una copia promozionale avanzata all’etichetta che si occuperà di stampare in Italia il nuovo disco degli Uzeda mi è stato risposto picche. Anzi, neppure quello. Nessuna riposta. A dimostrazione che in Italia la macchina della musica si inceppa già a livello comunicativo, chiusa su se stessa come un riccio, millantatrice di chissà quali libertà di espressione ma in realtà piccola e borghese.

E questo vale a tutti i livelli: etichette, agenzie di booking, distributori, riviste, musicisti.

Lo dico solo perché vi rendiate conto che quando qualcuno in questo microcosmo piange miseria, in realtà è spesso un miserabile.

È dunque grazie alla Temporary Residence se ho avuto il privilegio di poter ascoltare in anteprima il nuovo disco degli Uzeda, “stella” tricolore del noise che invece associamo istintivamente all’America “albina”.  

Se vi state chiedendo, leggendo il mio prologo, se questo abbia pregiudicato il mio ascolto e pregiudicherà dunque il mio giudizio, la risposta è NO: Quocumque jeceris stabit è un ritorno a livelli altissimi per la band dei coniugi Tilotta.

Basso e batteria sono cigoli robustissimi come non mai.

Ascoltate The Preacher’s Tale o Blind e capirete cosa intendo.

Protetti da questo perimetro di acciaio, Agostino e Giovanna possono permettersi di fare qualunque cosa.

E la fanno.

Basta già l’ascolto dell’inaugurale Soap per capire che non avranno timore di scendere nell’arena senza indossare alcuna corazza, armati solo di un maglio di ferro e di una voce che è il grido di un dolore che non conosce remissione, un dolore che lacera la carne ma non riesce a penetrare dentro, respinto da un corpo che resiste nonostante tutto.

È l’urlo che si sente, ora convulso, ora lacerante, ora sommesso come un’esplosione soffocata in Red, The Preacher’s Tale o Mistakes.

È l’urlo degli Uzeda. L’urlo di mille uomini e mille donne siciliane che hanno attraversato la storia, vessati ma pazienti.

Un urlo gagliardo e fiero, laddove fiero diventa declinazione maschile di fiera.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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