ACHILLE LAURO – 1969 (Sony Music)  

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Achille Lauro è in fuga dalla trap.

E mentre Sferaebbasta si proclama rockstar senza spostarsi dall’asse che passa esattamente per il centro del suo egocentrismo, Achille Lauro gioca a fare la rockstar per davvero, andando a scomodare un anno-chiave come il 1969 e infilando in copertina alcune icone di cui la metà in realtà al 1969 non ci arrivò neppure. Gente morta alla cui porta Achille Lauro può bussare tranquillamente senza temere che la stessa gli venga sbattuta sul muso, come si fa con gli ospiti indesiderati.

In realtà Achille Lauro non rivendica nessuna appartenenza ad un mondo di cui conosce veramente poco e che non gli interessa esplorare e comprendere fino in fondo, limitandosi a sfruttarne i cliché e finendo per suonare, su Rolls Royce, Cadillac, 1969 e Delinquente (ovvero le tracce assimilabili all’apparato rock) come una sorta di innesto tra il Vasco Rossi dei primi anni Ottanta (quello celebrato, prima di scoprire Gandhi e Siddharta, anche da Jovanotti) e i Prozac+. Chitarre che tornano a colpire solo perché colgono di sorpresa una generazione che le disconosce, cresciuta a bip elettronici e suoni digitali, rivoluzionarie solo nella misura in cui si riappropriano di un codice musicale che per i giovani è quasi del tutto sconosciuto, sposandolo a dei testi che invece risulteranno scandalosi a chi le chitarre le conosce ma prova fastidio quando si parla in maniera sfacciata di droga, sesso e soldi. Puntando lo stesso dito che i loro genitori usarono per additare Vasco Rossi.

Personalmente non ci trovo nulla di scandaloso ne’ tantomeno di rivoluzionario. Ma trovo Achille un personaggio da cabaret, divertente, colorato, sopra le righe, quasi un Alighiero Noschese del rock ‘n’ roll, con delle idee che non sono originali ne’ grandiose, ma che però funzionano soprattutto nella breve distanza. E lui, essendone cosciente, non va oltre la mezz’ora di durata (molti suoi detrattori che lo accusano di essere un impasticcato, a letto non potrebbero reggere quei tempi se non usando analogamente qualche pasticchetta, NdLYS). Che è un po’ come mezz’ora in un privé: attracchi qualcuno da cui non sai cosa aspettarti, gustandoti l’effimero piacere dell’ignoto e dopo ti rendi conto che il meglio lo hai lasciato a casa. A letto o sullo stereo. Ma comunque a casa.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro