EVERYTHING BUT THE GIRL – London 0-Hull 2

Ogni stagione ha i suoi dischi, legati ad esse come quei rituali quotidiani che ne caratterizzano l’arrivo o il loro lento o frenetico srotolarsi.

Eden è il il disco dell’Autunno.

È il disco dei cappotti che ridiventano protagonisti degli armadi,

Delle sciarpe che tornano a proiettare le loro curve grigie sulle grucce.

Delle prime piogge che odorano di ozono e di appuntamenti traditi.

Dello spleen appassionato che si appiccica ai vetri e li imbianca di vapore pesante. Delle foglie che corrono impaurite e in fuga sotto i marciapiedi come croccanti larve di clorofilla riuscite a diventare farfalle per un solo giorno.

Eden ha un torpore tutto autunnale, quel bisogno di rifugio dopo le esposizioni solari dell’estate appena passata, quella necessità di sostituire con l’ovatta l’odore di poliestere dei costumi appena sfilati e di trovare riparo tra le coperte lasciando sedimentare i ricordi della bella stagione.

Ben Watt sceglie di raffigurare l’estate che scolora con un batida chitarristico rubato ai maestri della bossanova Joao Gilberto e Antonio Carlos Jobim che caratterizza buona parte dei brani (Each and Everyone, Bittersweet, Even So, Fascination, I Must Confess) ma allo stesso tempo aggiungendo a questa saudade l’amore per il jazz ammiccante ed elegante di Cole Porter (una cover di Night and Day era stato il loro debutto su 45giri solo un anno prima, NdLYS).

Lo dimostrano l’incedere “spazzolato” di Tender Blue, le trombe Bakeriane di Crabwalk o l’organo sincopato della bella Frost and Fire che diventano gli avamposti per il recupero del cool jazz che in quello stesso momento stanno operando personaggi come Style Council, Joe Jackson, Working Week, Sade Adu, Carmel, Matt Bianco.

La voce di Tracey Thorn è l’altro strumento determinante per tratteggiare con misurato distacco questo diagramma di linee semitonali discendenti e di ance discrete. Mai disperatamente accorata, mai del tutto lieta anche quando tutte le altre condizioni sembrerebbero volgerle a favore (il solare riscatto morale cantato su Another Bridge tutta scintillante di chitarre semiacustiche e organo Hammond o nei sapori vagamente spagnoleggianti della poesia d’amore di Even So punteggiata da un sottile gioco di nacchere o nella rilassata e morbida dolcezza sprigionata da The Spice of Life).

Languori pop/jazz che il duo di Hull abbandonerà presto scivolando verso il guitar-pop, il country, il pop orchestrale, fino a rigenerarsi totalmente (e riscattarsi ecomonicamente, NdLYS) nell’elettronica figlia della jungle e del trip-hop dei mid-Nineties ma che qui rappresentano la raffigurazione musicale perfetta dei molli ed esangui pomeriggi autunnali che tornano ad ammuffirci il cuore ogni anno.

 

Fino all’arrivo dell’Alain Delon sdraiato sulla cover di The Queen Is Dead fu questa la copertina “chiave” della mia adolescenza. Due bambini qualunque che pisciano davanti al relitto dell’età industriale, in un posto qualsiasi dell’Inghilterra del Nord.

Dal paradiso alla Terra, in caduta libera.

Love Not Money abbandona l’introspezione e i toni jazz del disco d’esordio sfoderando una coscienza politica accesa e anti-Tatcheriana che appare già chiara da quello scatto di copertina e tuffandosi in un vaporoso jingle-jangle chitarristico che ha poco da invidiare a quello che nello stesso periodo sta illuminando gran parte dell’anorak-scene di terra d’Albione.

Roba da eskimo e pastrani bagnati dalla pioggerella inglese insomma.

Ma suonata con classe da vendere, tanto da anticipare alcune intuizioni che gli stessi Smiths elaboreranno da lì a breve (Are You Trying to Be Funny? è già Ask, Ballad of the Times è una premonizione di Well I Wonder tra le brume di Suffer Little Children, Anytown si muove sul classico groove ferroviario C&W di Rusholme Ruffians, London, Vicar in a Tutu e altri classici del repertorio di Johnny Marr, così come Trouble and Strife e l’irraggiungibile vetta di When All‘s Well affine all’immaginario Smithsiano anche per lo scatto scelto per la copertina del singolo, sciorinano altre delizie semiacustiche assortite).

Ovvio che a me, all’epoca, piacesse da morire. E che, a dispetto dei flirt col jazz, con la musica orchestrale, con il blue eyed soul, con la tropicalia, col funky e con la drum ‘n bass che verranno, restasse nei decenni il miglior album del duo britannico.

Resta, come gocce di pioggia sospese nell’aria, quell’aria un po’ malinconica che aveva reso magico Eden ma stavolta tra le brumose campagne inglesi sembra di scorgere più di uno scintillio.

E se non è ancora tempo di veder tornare le rondini, stormi di gazze volteggiano in attesa di portare via chissà quale tesoro.

Peccato, per l’ingordigia di qualcuno, che qui si parli d’amore e non di monete.

 

Sfarzi orchestrali, leziosità in stile Tin Pan Alley, stucchi griffati Burt Bacharach. Così si presenta al mondo il terzo album di Tracey Thorn e Ben Watt, annunciato da una copertina che ai pastelli del debutto e al grigio urbano dell’album precedente ha sostituito il disimpegno pop di una grafica ispirata ai musical di Broadway e che sfoggia l’immagine retrò dei suoi primi attori: vestito sartoriale in stile anni ’50 per Ben e abitino stile marinaretto per una Tracey Thorn meno sensuale del solito.

Attorno a loro due la formazione è totalmente cambiata: Micky Harris e Rob Peters sono stati assoldati tramite annuncio per coprire il ruolo di bassista e batterista mentre al piano siede la Cara Tivey che sarebbe diventata la pianista di fiducia di Billy Bragg e, per qualche anno, dei Blur.

Dentro gli Abbey Road Studios però ad attenderli c’è un’intera orchestra di quarantotto elementi con il compito di dare fiato agli arrangiamenti sintetici che Ben Watt ha studiato per i nuovi pezzi lavorando sui preset orchestrali impostati da casa Yamaha sul suo nuovo sintetizzatore DX21.

Ampolloso e liricamente schiacciato sul tema abusato della separazione affettiva, del tradimento, dell’abbandono Baby, the Stars Shine Bright sembra messo a puntino per sdoganare la musica degli EBTG presso il grosso pubblico, anche a costo di seppellire la soffice grazia dei primi album sotto una coltre di greve pesantezza pop (Come Hell Or High Water, Careless, Don‘t Let the Teardrops Rust Your Shining Heart, Little Hitler) che ne zavorrano l’ispirazione fino a vederla affondare e scomparire tra gli zuccheri.

Come una raccolta di successi di Cilla Black o una di canzoni d’amore di Glen Campbell e una Tracey Thorn che sembra essersi trasformata in una Caterina Caselli magra ed efebica.

E le stelle che brillano luminose sono solo quelle dell’abete di Natale.

 

Dopo il bagno di pailettes di Baby, the Stars Shine Bright Idlewild cerca di recuperare l’essenzialità dei primi album tornando a masticare soffici batuffoli di folk e di neo-soul. L’ispirazione è però ai minimi storici cosicchè l’album è orfano di momenti veramente illuminati e a poco servirà la ristampa immediata del disco con l’aggiunta del singolo estivo I Don‘t Want to Talk About It rubato alla penna di Danny Whitten e che replicherà il successo della versione di Rod Stewart andando a piazzarsi inaspettatamente al numero tre nella classifica dei singoli britannici, vertice fino a quel momento mai raggiunto dal duo inglese.

Gli arrangiamenti sono molto sobri ed essenziali con un uso moderato dei fiati e un ottimo lavoro alle tastiere ad opera di Damon Butcher. Unica concessione alla “modernità” l’uso (evitabile) della drum machine preferita alle bacchette di Neil Wilkinson che in quel periodo accompagna la band in tour.

Idlewild però scivola via senza lasciare traccia, come un anonimo disco da salotto, con la sua compostezza quasi indisponente e la sua morbidezza confortevole.

Tiri la leva ed ecco un bel divano letto. Giusto per dormire.   

 

Musica da doccia tiepida. Da saponi che fanno tanta schiuma. Da dolcetti industriali. Da apericena per gente costantemente in dieta che però amano passeggiare con in mano un vol-au-vent e un bicchiere di prosecco mentre guardano la città dal loro attico. La musica per le anime che vagheggiano le proprie stanchezze mentre inzuppano le olive denocciolate dentro lo spumante, per tutti coloro che quando bevono rischiano al massimo di dimenticare il codice PIN della carta di credito, che poco altro rischiano di scordare. Quelli che vivono sotto una nuvola rosa d’amore superficiale e che bevono solo acqua in bottiglia.

The Language of Life suona proprio così, raggiungendo l’apice del sofismo di maniera che sembra aver imprigionato gli Everything but the Girl, infilatisi nel solco soul da Generale Custer degli Aztec Camera di Love e di Alison Moyet, ovvero quella musica nera che quando cade sul tappeto persiano non lo sporca neppure.

Le canzoni di The Language of Love ci passano sopra languide senza lasciare graffi sulla pelle.

Muore sorridendo, come in certi film romantici in cui anche la morte è una pillola dorata. Figurarsi la vita.

 

Quando nel 1991 arriva nei negozi Worldwide ci si rende conto che, nonostante dischi d’arredamento come Idlewild e The Language of Life, il peggio della loro produzione gli Everything but the Girl dovevano ancora riservarcelo. E il peggio arriva appunto quel 23 Settembre quando metti sul piatto un disco della band cui hai deciso di perdonare ogni debolezza e ti trovi a bestemmiare sulla Madonna, anzi su entrambe le Madonne mentre ascolti, appunto, un disco che sembra un disco della Ciccone o della Lauper. E neppure tra i migliori.

Pochissimi i guizzi creativi, che quando arrivano (come in Twin Cities) sembrano come quei pesci che ogni tanto si staccano dal banco e fanno un salto sulle acque placide. E per un attimo anche un merluzzo ti sembra bello come un tonno.

Poi le acque sommergono di nuovo tutto.

Tutto, tranne la ragazza.

 

Creduti affogati nel mare di lacca degli ultimi dischi, gli Everything but the Girl riemergono a sorpresa dagli abissi con attorno al collo un salvagente chiamato Amplified Heart, disco-prodigio che celebra un ritorno all’essenzialità, alla delicatezza e all’amore per le piccole cose che forse la malattia che ha colpito Ben Watt ha contribuito a far riaffiorare.

La rinascita artistica degli Everything but the Girl, dopo i dischi imbarazzanti e sovrabbondanti realizzati a cavallo dei due decenni ha del portentoso.

È il ritorno in scena degli EBTG che camminano scalzi sul parquet del salotto.

Lui dipinge con la chitarra. Lei usa la sua voce come un unguento che se non può curare il male, può placarne i sintomi. E quando la sera di Natale Ben resta da solo a contemplare la solitudine gagliarda del suo abete, la magia di quelle dita aggrappate alla chitarra accende la stanza di mille piccole luci sbarluccicanti.

Canzoni che sanno di casa e di pioggia. Di fumanti tazze da tè. Di melanconie lasciate a gocciolare sui vetri.

Canzoni di una bellezza sacra ed inviolabile come quella dei bambini.

 

Appena pochi mesi dopo la pubblicazione di Amplified Heart il sogno d’amore fra gli Everything but the Girl e la loro etichetta storica si interrompe.

Siamo nella metà degli anni Novanta e per stare sulla breccia occorre entrare in sintonia con i suoni elettronici che impazzano un po’ ovunque: house, jungle, drum ‘n’ bass, big beat, trip-hop. Ed occorre prendere possesso dei “club”, i posti dove accadono le cose.

Ben Watt e soprattutto Tracey Thorn ne sono consapevoli ma non hanno l’audacia giusta per provare. Così, in attesa di trovare il coraggio (ma anche la tecnica necessaria a Ben per passare dalla chitarra al laptop) e un nuovo contratto, affidano a mani altrui una traccia del loro ultimo album. Risultato: Missing diventa, nelle mani di Chris & James, Ultramarine, Little Joey e soprattutto in quelle Todd Terry, una delle canzoni che domina radio e locali per tutto il 1995. Forte di un successo inimmaginabile (Missing la si sente ancora oggi nelle “serate ‘90” dei disco-club di tutto il mondo, Italia compresa, in qualche spot o serie tv oppure rivisitata da altri, ultimi in ordine di tempo i Level 42) il duo può ricevere un buon anticipo dalla Virgin per produrre il nuovo disco, che si intitola Walking Wounded ed è di nuovo un piccolo giardino di delizie (Mirrorball su tutte). Ben è impegnato oltre che a costruire le linee melodiche e un paio di testi, anche la maglia di beat elettronici che sorreggono tutto il disco.

Che è ancora una volta immalinconito dalla pioggia, anche se stavolta è gelida come quella che bagna Roy Batty su Blade Runner. Se i paesaggi sonori possono risultare alieni, la voce di Tracey rappresenta la “comfort zone” dove i vecchi fan del gruppo possono sentirsi a casa, godendo dell’abbraccio dei “vecchi” EBTG. Che sono ancora, dopo una dozzina di anni, un gruppo che sa abbracciarti.

 

L’avvicinamento alla musica dance annunciato da Missing e da Walking Wounded diventa radicale con Temperamental. Tra i due album Ben Watt ha perfezionato la sua tecnica dedicandosi nel frattempo alla professione del dj, ovvero una delle più retribuite e ricercate a cavallo tra i due secoli. Tracey Thorn è rimasta a casa aspettando le nuove idee, i nuovi esperimenti del compagno, scrivendo la bozza di qualche lirica che poi sarebbe servita da canovaccio per i testi dell’album che hanno promesso alla Virgin.

Quando Watt rientra dal suo giro nei club però quello che porta in studio è “tutto tranne gli EBTG”. La metamorfosi sintetica è completa ma non contempla le delicate cartilagine del vecchio scheletro degli Everything but the Girl: solo una capricciosa sequenza di numeri binari che sciamano dalla house al drum ‘n bass. Qualcosa che sulla pista di un club funziona (Five Fathoms, Blame, Temperamental, Compression, The Future of the Future, Lullaby of Clubland) ma a casa molto, molto meno, con l’unica eccezione di No Difference. Qualcosa che è moderna quel troppo che in genere basta ad imprigionare un disco nella trappola del tempo.

Temperamental ci lascia l’immagine di Tracey Thorn e Ben Watt che sciamano in catene, vittime del loro stesso gioco e del loro desiderio di sfilare sulle passarelle con abiti a la page. Quelli che in genere hai già buttato la stagione successiva.

È l’ultima collezione degli Everything but the Girl, prima di svendere tutto.

Proprio come il negozio di Turner anni prima, quando Hull sembrava l’eden.

Franco “Lys” Dimauro

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