CESARE BASILE – Cummedia (Urtovox)  

0

Durante i quattordici mesi di governo giallo-verde Cesare Basile è stato l’unico a cantare del “capitano” per quel che è. Capitano (fangu, rifardu e ganu senza onore) è stata la sola vera invettiva anti-Salvini che l’Italia abbia prodotto durante l’era del pupulismo al potere, mentre il cantautorato “di rappresentanza” si tirava fuori dalle battaglie ideologiche, chiudendosi nel perbenismo radical-chic buono per garantirgli il conto in banca, i passaggi in tv e le feste di piazza.

Il nuovo album di Basile getta il cadavere di Salvini in mare, tra le stesse acque in cui altri sono annegati in suo nome. Cummedia si libera di quella zavorra che puzza di fascismo e naviga, libera, tra le onde di un Mediterraneo in cui nessun porto è più luogo di approdo.

Cesare Basile tira fuori il suo piccolo armamentario di chitarre, cianciane, pupi e cartelloni fatti ad inchiostro di china, si siede su uno sgabello e con la sua voce inizia a tormentarci e a graffiarci fino a tirarci via la pelle.

C’è, dentro le undici tracce di Cummedia, tutto il tormento arcaico della Sicilia. Esibito ora a mo’ di scudo, ora a mo’ di spada. Un dolore endemico e rugoso che sembra infilarsi dentro gli anfratti del corpo, “inficcarsi ntra li carni re cristiani”, come le “spine dei fichi d’india raccontate” su Cchi voli riri, metafora sagace degli spilli del sospetto che piano piano si insinuano perniciose nel nostro cervello, fino a trasformare l’Italia in Babele.  

Cummedia è il vascello in fiamme della musica italiana.

Con la bandiera rossa e nera sull’albero maestro.

Cesare Basile l’unico capitano cui dovremmo sventolare i fazzoletti quando passa davanti le nostre coste.         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

REDD KROSS – Beyond the Door (Merge)

0

I had a dream.

Un sogno piccolo, che non scomodi nessun vecchio eroe della storia.

Sogno che quest’anno un disco di power-pop possa piazzarsi in vetta alle playlist personali o collettive di ascoltatori e giornalisti.

È un sogno indotto, ovviamente. Un sogno indotto dall’ascolto di Beyond the Door, ultimo disco di Jeff e Steve McDonald, i fratelli che si rifiutano di invecchiare, i fratelli cui Courtney Love impedì di aprire mai un solo concerto dei Nirvana, nonostante avessero lo stesso manager, biasimando loro per quanto invece avrebbe dovuto accusare il McDonald dei fast food.

I fratelli McDonald tornano oggi con un disco abbagliante. Uno di quelli che ti conquista al primo ascolto, alla prima nota, al primo riff che in questo caso è “rubato” a Henry Mancini, autore nel 1968 della colonna sonora di quel film-culto che fu Hollywood Party. Che forse non è una scelta ardita ma è di una coolness con pochi rivali, dote che fa la differenza fra i Redd Kross e le centinaia di band di punk melodico che si sentissero legittimate a rivendicare diritti su canzoni come There’s No One Like You o The Party Underground.

Ma l’asse vincente di Beyond the Door è costituito da canzoni come Fighting, Fantástico Roberto, What’s a Boy to Do?, Punk II, Beyond the Door e le due cover che aprono e chiudono il disco, tutte trionfali e gommose pastiglie power-pop che puoi infilare nella lavastoviglie per tirare via tutto quel po’ di sporco che nostro malgrado ci incrosta l’anima a fine giornata.

Perché in fondo, anche questa è una missione da Croce Rossa.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

TOM WAITS – Mule Variations (ANTI-)  

1

Quante altre sigarette avrà fumato Tom Waits?

Quante altre bottiglie avrà scolato?

Forse nessuna. Pare abbia ormai smesso con quei vizi già da un po’, che li usi solo come fatto “ornamentale”.

E comunque sia, son cazzi suoi.

Piuttosto, quante altre canzoni avrà tirato via da sotto il tavolo, come vecchie chewing-gum masticate e destinate alla morte, da quel lontano 1993 che ci portò in dono The Black Rider? Quante ne avrà buttate nel cestino? Quante ne avrà riappiccicato su un altro tavolino, abbandonate alla loro sorte?

Quante le saranno arrivate in sogno, già pronte, già scritte? Quante ne avrà tirate fuori ancora sporche di sangue e placenta, come una levatrice dal ventre di una partoriente?

A quanti aborti clandestini avrà assistito? Di quanti ne sarà stato attore in prima persona?  

Questo potrebbe riguardarci di più. E tuttavia non lo sapremo mai con certezza, neppure adesso che Mule Variations riaccende la grande magia della musica di Waits. E quella magia soffia sulle nostre domande spegnendole una ad una come fiammelle di candele.

Un disco che annuncia sibillino una rivoluzione che in realtà non arriva mai e che muore nei quattro minuti di Big in Japan, introdotta e chiusa da percussioni quasi industrial e che sembra trascinare il corpo di Captain Beefheart fin sull’uscio del 10050 Cielo Drive di Trent Reznor. Poi invece il disco, comunque bellissimo, si richiude su se stesso e preferisce mediare tra il Tom Waits cantautore afflitto e il Tom Waits che grugnisce come un suino cui è andato di traverso il blues.

Lo avremmo voluto forse più coraggioso. Più torvo e cattivo. Più orco e inavvicinabile.

E, tacitamente, lo avremmo voluto come avrebbe fatto comodo a noi.

Invece, il vecchio mulo recalcitrante ha fatto ancora una volta come pareva a lui.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

MAU MAU – Acustica tribù

1

Poi sarebbero venuti la To.Sse e i Mau Mau.

Poi.

Ma prima erano i Loschi Dezi, ragazzi delle langhe innamorati del Maghreb e del meticciato musicale.

Siamo nel 1991 e Torino, come gran parte dello stivale, si sta scrollando di dosso la malinconia esistenzialista della stagione dark e soffocando i rigurgiti psichedelici che l’avevano caratterizzata. Lo fa ripudiando in toto le musiche anglosassoni che hanno dominato il vecchio decennio e prendendo dalla Giamaica, dall’Africa, dal Medio Oriente, dalle banlieue parigine, dal Montenegro, dalla Spagna, dalla Bolivia, dall’Irlanda.  

Le nuove tribù avanzano portando in dote un concetto di musica multietnica e un rinnovamento linguistico che abbandona gradualmente la lingua inglese e approda alla lingua e ai dialetti autoctoni. Detto così e soprattutto detto adesso suona un po’ banale ma non lo fu per niente, anche perché fu questo riannodo alle radici lessicali nostrane a permettere successivamente a far filtrare il patrimonio cantautorale nella musica indipendente, generando un vero e proprio cataclisma inarrestabile ed epocale.  

I Loschi Dezi questo arrembaggio lo tentarono fra i primi, con risultati strepitosi.

Quello di Cabala è un suono da piccola tribù, che paga pegno a certe idee di Paolo Conte ed evoca certe arie da festa gitana tanto care a Pogues, Mano Negra e Negresses Vertes così come pare a tratti una versione amatoriale, artigianale dei Beastie Boys (Megafonico ad esempio) ma che mostra già i tratti “caratteriali” del suono dei Mau Mau. E non solo quelli che debutteranno da lì a breve.

Ai bordi di Via Mirafiori i Loschi Dezi raccattano incrociano gli sguardi e i bisogni degli emigrati abbagliati dal sogno industriale italiano. Raccolgono i cocci di quel sogno. E poi li portano a ballare.

 

Fabio Barovero e Luca Morino incrociano il loro destino in quella che più che una meteora si rivela essere la stella cometa che annuncia la nascita dei Mau Mau. Siamo proprio all’alba degli anni Novanta e i Loschi Dezi, senza saperlo, hanno innescato una piccola rivoluzione. La rivendicazione fiera delle proprie radici lessicali e culturali, che è la stessa propugnata in meridione dal Sud Sound System, è una scelta di identità che il grande mercato del disco non si sente ancora di propugnare, tanto che la EMI si rifiuterà di mettere il proprio marchio sul primo singolo dei Mau Mau, cercando di convincere il gruppo ad esordire in lingua italiana. La forza dei Mau Mau è però impetuosa e pandemica. Non tanto su disco, che i tre pezzi di Soma la macia sono ancora divagazioni folk dalle forme incerte, ma in virtù di un esplosivo impatto quando l’”acustica tribù”, armata di chitarre acustiche, djambè, fisarmonica e violino, prende d’assalto il pubblico e lo costringe alla resa in maniera talmente naturale e persuasiva da contagiare l’intero stivale piegando anche i “problemi tecnici” dovuti all’amplificazione in un cavallo di troia che permette loro di sfondare ogni porta con un set acustico che, anche con pochi watt a disposizione, riesce ad accendere il pubblico.

Quando nel 1992 i Mau Mau presentano alla casa discografica Sauta rabel, la EMI il marchio decide di mettercelo eccome. Il supporto degli amici Africa Unite (Madaski, Paolo Parpaglione, Papa Nico e Max Casacci sono coinvolti a vario titolo nella realizzazione del disco) è fondamentale ancora una volta nella definizione dello stile del gruppo piegandolo a volte alle proprie influenze (la forte impronta di Madaski su Singh sent ani, ad esempio, con l’uso di echi dub e di campionamenti, come quello dei Funkadelic in seguito usato dai Sangue Misto, NdLYS) ma è soprattutto quando l’affinata consapevolezza nelle proprie capacità riesce ad emergere che i Mau Mau danno il meglio di sé, come nei vortici gitani di Mostafaj, Traversado e di Ël mat che saranno proprio le matrici stilistiche utilizzate per mettere in piedi quel capolavoro che sarà il secondo disco.

 

L’aroma mediterraneo latente su Sauta rabel si sprigiona in tutta la sua magica, avvolgente fragranza su Bàss paradis, capolavoro meticcio realizzato a Torino e completato ai Real World Studios di Peter Gabriel nel 1994 e con cui i Mau Mau firmano uno dei capolavori più sottovalutati della musica italiana. Se il disco di debutto rivelava, nella sua discontinuità, delle crepe destinate a rendere friabile l’impianto acustico del combo torinese, Bàss paradis svela una rotondità, una pastosità sonora incredibile e prodigiosa che lo rendono inattaccabile, come se la formazione piemontese avesse voluto proteggere la sua musica con una placcatura che le facesse da scudo e, insieme, ne aumentasse la lucente bellezza. L’area mediterranea compresa fra le coste africane, spagnole, francesi ed italiane e il movimento nomade delle popolazioni apolidi che le attraversano diventano il paesaggio-chiave della musica dei Mau Mau.

Nacchere, fisarmoniche, chitarre acustiche, percussioni (cuore vibrante del disco, ora incalzanti ora ribollenti come acque bagnate dalla lava), violini scorrono senza posa a raccontare storie di pellegrinaggi e di zuffe etniche tra popolazioni che faticano ad integrarsi, pur respirando della stessa aria, pur guardando allo stesso mare. I Mau Mau realizzano un disco di world music mezzosangue appassionante e moderna, ballabile, creativa, speziata ed imbastardita con tutto quanto puoi sentire infilando l’orecchio dentro una conchiglia trasportata dal Mediterraneo e destinata a farsi tromba di carbonato di calcio sulle nostre spiagge di rena e pietre marine.           

 

Se Bàss paradis era un cuore a forma di Mar Mediterraneo, per Viva Mamanera il binocolo dei Mau Mau si sforza di guardare oltre lo stretto di Gibilterra, allungando lo sguardo sull’Oceano Atlantico. Terre in verità già “esplorate” con occhio critico nei primi dischi, attaccando con opportuno taglio revisionista la sanguinosa conquista del continente americano da parte di Colombo.

Ma stavolta l’impeto critico è sopraffatto da tutta l’amarezza, la solitudine ma anche la cocciuta tenacia degli italiani abbagliati, a cavallo dei due secoli, dal grande sogno americano che tracimano dai testi di canzoni come Ellis Island e Union Pacific, mitigata dalla volontà di lasciarsi trafiggere dal sole tropicale, di adeguare il proprio orologio biologico e geografico a quello delle latitudini sudamericane, dai colori del carnevale brasiliano, dalla travolgente febbre calcistica che con Pelè e Maradona ha dominato per decenni l’immaginario degli emigranti ma anche di chi era rimasto ad attenderli al di là del mare. È un disco di profonda transizione, il terzo Mau Mau, che subisce la necessità di tirarsi fuori dal “luogo comune” della loro musica sperimentando strumentazioni ed ambientazioni alternative (l’utilizzo della chitarra elettrica ma anche le sperimentazioni con l’elettronica, l’uso di neologismi esasperati e divaganti, l’abbandono discutibile nelle ragioni e prevedibile nei risultati al corteggiamento e alle lusinghe  delle musiche caraibiche) e riscuotendo successo più per luce riflessa (la propulsione ritmica de La ola, profondamente debitrice all’impetuoso uragano di tamburi de L’ombelico del mondo di Jovanotti) che per le qualità intrinseche di un’opera per la prima volta troppo lunga e dispersiva.   

 

L’andatura a stantuffo di Eldorado ci introduce al nuovo viaggio dei Mau Mau, nomadi stanziali di Piemonte. Il quarto album del gruppo torinese fa “tesoro” di quanto già sperimentato nei tre dischi che l’hanno preceduto, innestando la tenera marza folk degli esordi con le ricerche più elaborate della produzione recente. Come per Viva Mamanera siamo pertanto davanti ad un disco frammentario, dove le emozioni si accumulano e si sommano le une sulle altre e gli scenari geografici e musicali mutano di canzone in canzone, toccando le coste sudamericane, le erranti tribù d’Africa, l’occhio oceanico della Galizia e, come sempre, le langhe subalpine che sono dimora loro e dei loro padri. Tra le cose migliori si registrano stavolta Griot, Pueblos de langa, Nozze mentre stentano a decollare le derive “Caposseliane” (Fabio Barovero e Roy Paci, adesso in pianta stabile nella formazione, hanno registrato assieme a Capossela un disco di marce funebri ed inni religiosi sotto il nome di Banda Ionica appena prima di mettere mano al nuovo disco) in cui sembrano a volte precipitare alcuni passaggi di Vagamundo, l’intera baraonda di Per amor e la terribile Solo sfiorando affidata alla voce austera di Mauro Ermanno Giovanardi, già impostata sui canoni da crooner alla Massimo Ranieri dell’età adulta.

Eldorado conferma dunque i Mau Mau come una delle migliori realtà nazionali in ambito di musica “meticcia” anche se per la seconda volta quei quattro/cinque minuti delle loro canzoni che prima ci sembravano durare un battito d’ali adesso rivelano davvero un gran senso di fatica, più che di allegria.

Come se alla fine, arrivati ad Eldorado, i Mau Mau avessero trovato che l’antico oro fosse già stato rubato.

                                                                               

Safari Beach (micasa tucasa) consuma l’ultimo saluto di Roy Paci alla ciurma Mau Mau, ormai pronto per lanciare sul mercato la sua nuova creatura siculo-caraibica Aretuska.

Un abbraccio caloroso, sotto il sole tropicale che infiamma le nuove canzoni della formazione torinese. Piccole spezie elettroniche farciscono una musica pluralista che è tuttavia sempre fatta di carne e sudore, di suggestioni esotiche e di miraggi da fata morgana che qui esplodono in tutta la loro vivacità nell’aria da carnevale brasiliano di Micasa Tucasa, nel calypso di Venus Nabalera, nella batucada di Una lunga estate calda, farcita di ronzii di fastidiosi insetti, il cocktail di Latte Più, tequila e Batida de Coco di Gwami Moloko. L’idea di viaggio, di esplorazione, di meticciato resta ben salda nell’immaginario del gruppo. Si aggiunge semmai una critica sottesa, pungente, al turismo “vampiresco” che con superficialità affonda i denti nella carne viva di paesi, spiagge e città e ne succhia sangue scambiandolo con una dose avvelenata di denaro.

I Mau Mau si confermano i tuareg della musica italiana. Una carovana nomade dalla pelle che odora di salsedine e di sabbia in cammino perenne.

 

L’inizio degli anni zero è tempo di festeggiamenti e celebrazioni per molte formazioni storiche italiane. Anni spesi a tirarsi fuori dalle cantine, passando per gli angusti sotterranei delle produzioni underground e poi, di colpo, la luce. Non popolano ancora le classifiche, forse mai lo faranno e del resto poco importa ma i loro nomi ormai li conosce anche mia mamma. E così dopo il doppio live degli Afterhours, le celebrazioni Marleyane degli Africa Unite, il tronfio epilogo dei CSI, ecco i Mau Mau davanti alle loro dieci candeline che diventano ben 25 sul doppio live pubblicato per l’occasione. Un disco che pesca in tutta l’ampia storia del più credibile gruppo meticcio italiano e che è un egregio compendio all’ottima discografia in studio che Luca Morino e Fabio Barovero ci hanno regalato in questi anni. Marasma general non traballa, è un’orgia di colori e sapori, è la festa paesana di tutti i paesi del mondo, è la musica per ogni festa del Santo Patrono, da Bahia a Cipro. Chi ha assistito ai concerti del gruppo piemontese sa a quale livello di coinvolgimento si può arrivare, e questo sin dai tempi della gloriosa acustica tribù che ricordo ciondolante e baraccona tra il pubblico dell’ormai sepolto Magna Grecia Festival, tanti anni fa. Tutto viene qui documentato, con queste istantanee scattate lungo il loro peregrinare da griot piemuntesi, che aggiunge tra l’altro un paio di nuove, ottime foto al già voluminoso album di famiglia. Anzi, della tribù. 

 

La coloratissima ara macao della copertina e le divise da ufficiali mercantili sfoggiate da Luca Morino, Fabio Barovero e Bienvenu Tatè Nsongan ci rivelano che la nuova rotta dei Mau Mau è quella dei mari tropicali del Sud America. Un approdo cui in realtà il ridotto equipaggio (ma in realtà al disco collaborano almeno una trentina fra musicisti e coristi) a bordo della Dea non giunge mai, smarrendo la rotta durante la navigazione, naufragando non si sa bene dove. Ideale proseguimento del discorso intrapreso con Safari Beach in realtà Dea non ne replica la vitalità e mostra un’impasse creativa mai così nitida e preoccupante. Per la prima volta alla festa organizzata dai Mau Mau sembra non divertirsi nessuno, neppure loro.

Il carnevale brasiliano allestito dalla coppia Barovero/Morino somiglia ad una qualunque pagliacciata allegorica nostrana. Sono tutti brani riusciti solo a metà, anche quando ad accendere i toni viene chiamato il Sud Sound System e l’innesto tra piccoli arnesi etnici e marchingegni elettronici in realtà sembra una delle tante incompiute per cui la nostra Italia è tristemente celebre.

 

I cappelli sono quelli dei briganti. Con le falde tese, a seccare sotto uno spicchio di sole italiano. Sotto quel cono d’ombra ci sono Fabio, Luca e Tatè, zingari stanziali piemontesi, che quegli ottomila chilometri di costa italiana li conoscono uno per uno. Li hanno percorsi in tribù e in solitario. In carovana nomade e in furgone. Impigliati fra i cavi elettrici o con le dita ad uncino su corde che sembrano filo spinato. Sudati, annoiati, entusiasti, sfiniti, abbracciati o coi musi lunghi, facendo la ola o agghindati come il Rei Momo.

Per un tempo così lungo che sembra quasi siano stati sempre con noi.

E noi, con loro. Libando nei lieti calici.

Eppure, tra l’ultimo lavoro della band torinese e l’8000 Km appena caldo di tostatura passano dieci anni. Dieci anni in cui l’Italia è cambiata senza in realtà cambiare mai. Tanto che alla fine le canzoni dei Mau Mau finiscono per rotolarsi nel medesimo fango senza suonare per niente fuori posto.

Abbandonando la deriva tropicale del precedente album e certe piccole cromature elettriche e le lievi piste di silicio che affioravano su Viva Mamanera o Safari Beach , i Mau Mau ridirigono la prua verso il vecchio suono dell’acustica tribù, recuperando quel tipico suono “a stantuffo” dei primi anni, riattingendo ancora una volta dalla semplicità di una fisarmonica, di un kit di tamburi, di una chitarra acustica e di una tromba mariachi e ridefinendo un “perimetro” che è sì geografico, ideologico ma anche stilistico.

Un disco prezioso che ritrova quell’energia che ha sempre mosso l’avventura dei Mau Mau e che ridisegna con un pizzico di cinismo e un’occhiata di ammirazione i tratti di questa terra meravigliosa dilaniata dalle contraddizioni, pressata da un Mediterraneo sempre più piccolo eppure ancora piena di mille risorse.

Per ripartire in modo dignitoso ci vuole quel talento di cui i Mau Mau parlano con sottile occhio critico alla fine del disco. Loro, dimostrano di averne.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

13445531_1016966605046187_7335860188732008409_n.jpg

THE MOJOMATICS – A Sweet Mama Gonna Hoodoo Me (Alien Snatch!)  

0

Anima blues ma attitudine garage. Matteo Bordin e Davide Zolli esordiscono con un disco che fa terra bruciata e che farà scuola. A Sweet Mama Gonna Hoodoo Me è uno di quei dischi cui piace sguazzare nella porcilaia, tra i propri escrementi, dopo aver ingurgitato avanzi di rock ‘n’ roll di ogni sorta.

Hillbilly, country, blues, garage, folk, ragtime. Tutto apparentemente sgangherato ma nei fatti minuziosamente calcolato come le moine di una meretrice.

Per farci cadere nella loro trappola hoodoo.

E così quando si aprono le tagliole di canzoni come The Story That I Tell, My Mojo Starts Workin’ Now, It’s Such a Shame (che usa come esca The Shape of Things to Come di Max Frost and The Troopers, NdLYS), Please Think About Me, How Long Baby?, Bad Mojo Stomp non abbiamo neppure il tempo di imprecare che abbiamo già perso entrambi i piedi nella loro morsa di ferro arrugginito.

Difficile tirarsene fuori.

Non ci resta che, avendo perso gli arti inferiori, battere il tempo con quelli superiori.

Almeno fino a che non perderemo anche le unghie e le falangi per scavare a mani nude nella speranza di tirarci fuori dalla palude piena di insidie dei Mojomatics.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

DUM DUM GIRLS – Only in Dreams (Sub Pop)  

0

A livello volumetrico, hanno la stessa quantità di fica delle Bangles. E pure in capacità melodica le Dum Dum Girls se la giocano alla pari con le vecchie leonesse californiane.

Non mi stupirebbe dunque che questo secondo disco della band di Dee Dee fosse un grandissimo successo, che a sedercisi sopra mentre gira è un po’ come stare sopra un’enorme, festosa giostra spectoriana.

Ma c’è pure, nella musica delle Dum Dum Girls, un bel tiro “ferroviario” che non dispiacerebbe a Johnny Marr. Cosicchè quando scorrono In My Head, Wasted Away, Always Looking o Heartbeat sembra di vedere passare dei vagoni affollati di tutti i protagonisti delle copertine degli Smiths che ci guardano sorridenti dai finestrini. Qualcuno alza un braccio in segno di saluto. Qualcuna agita la mano.

Noi ricambiamo, che sembra il giorno perfetto per essere felici.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HUMAN SWITCHBOARD – Who’s Landing in My Hangar? (IRS)

0

Gli Human Switchboard erano uno dei tanti banchi di pesci fuor d’acqua del punk americano. Talmente fuori dall’acqua che per pubblicare il loro unico album dovettero aspettare che quelle acque si ritirassero, per spiaggiarsi adeguatamente sulle rive del lago Erie su cui si affaccia la loro Cleveland.

Prima, con le acque ancora alte, c’erano stati due singoli su altrettante minuscole etichette. E dietro uno di quei singoli c’era un pezzo come No!: Farfisa a manetta e una classica sequenza di accordi garage che suonavano come se i Monkees avessero deciso di fare un cameo su The Blank Generation.

Il suono del Farfisa guidato da Myrna Marcarian è lo stesso che aprirà nel 1981 il loro album su I.R.S., anche se (Say No to) Saturday Night (quanti “no” nella breve discografia degli Swictchboard…NdLYS) appare decisamente più ammansita, quasi una soffice canzonetta dei Blondie. Poi però il suono si spettina un po’, diventa una macchina degli anni Sessanta mezza scassata che corre sulle autostrade americane perdendo pezzi, sputando fumo, lasciando lingue di pneumatico sull’asfalto rovente.

Sembrano a tratti i Velvet Underground (Refrigerator Door), a tratti i Doors (Don’t Follow Me Home), a tratti i Television.  

Se avessimo aspettato ancora qualche mese ci sarebbero sembrati i Green on Red, il cui primo minialbum entra tutto per intero dentro No Heart, lasciando pure un po’ di spazio per la batteria dei Feelies e il basso di Brian Ritchie, in una apoteosi di riff nevrotici, squame d’organo, cambi di tempo e d’umore.   

Sembrano tante cose eppure non sono nessuna di loro. Gli Human Switchboard sono scuola a se. Mescolano, sovrappongono, incrociano, innestano. E suonano cose come Book on Looks, Where the Light Breaks o Who’s Landing on My Hangar? dove organetti alla Mysterians, spruzzi di sax, bassi funky, chitarre acide, spastiche smorfie new-wave vengono assemblati per costruire in maniera artigianale un velivolo tra i più sgangherati della storia del rock americano.

Quando esce dall’hangar per affrontare la pista di decollo si sfascia in mille pezzi.

Ma chi se ne frega.

Quello del comandante Pfiefer è stato comunque uno dei decolli più belli della new-wave tutta.      

         

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

THE BOGEYMEN – Introducing The Bogeymen (Dig!)  

0

I fans francesi dei Prisoners saranno ben lieti di poter asciugare le loro lacrime senza muoversi dalla loro amatissima patria: Laurent Bauer (voce, chitarra, organo e armonica), Yves Le Diraison (basso) e Oliver Quinot (batteria) esordiscono con un album che raccoglie parte dell’eredità del gruppo di Allan Crockford e Graham Day, infettandolo peraltro con una buona dose di R ‘n B bianco alla maniera dei primi Creeps e spostando spesso l’asse verso certa soul music come la suonavano gli Action, gli Small Faces e gli Artwoods nei medi anni Sessanta.  

Il risultato ha del prodigioso e candida i Bogeymen allo scettro di miglior formazione neo-sixties francese degli anni Novanta.

Dodici pezzi originali che mettono il becco e il culo nella pastoia del garage impastato di northern soul e Hammond-beat.

Roba che vi imbratta di nero i vestiti e vi fa saltare i tre bottoni della vostra bum freezer.

Vespa power forever.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

 

LIAM GALLAGHER – As You Were (Warner Bros.)  

0

Che i fratelli Gallagher fossero uno la stampella dell’altro è fatto risaputo.

Tornando ai paragoni ereditari con gli Smiths, Noel è Marr e Liam Morrissey. Come l’ex cantante degli altri mancuniani ha sempre bisogno che per scrivere un pezzo gli venga in soccorso qualcuno. Lui si limita a metterci la sua faccia ingombrante e qualche vezzo da rockstar. E il nome, ingombrante anch’esso.   

As You Were lo vede riappropriarsi proprio di questa identità, dopo la veloce parabola Beady Eye. Lo fa prendendone i meriti ma anche i rischi, che è cosciente di non essere simpatico a tanti. E lo fa sapendo che ascoltatori e critica cercheranno, ascoltando il suo disco solista, di rispondere a una sola domanda: “quanto Oasis c’è nelle nuove canzoni?”.

E dunque non ve lo rivelerò, che non è il mio gioco.

Vi dirò in maniera altrettanto banale che As You Were è un disco che, pur nei suoi mille richiami (non necessariamente agli Oasis, ma a tutta un’attitudine british che parte da Ray Davies e attraversa gli anni grazie a nomi come Stone Roses, Stereophonics, Ocean Colour Scene, Verve, Charlatans, Suede e, anche se so che vi fa male sentirlo, Robbie Williams) funziona.

C’è un’aria vagamente glam che percorre i momenti migliori del disco (Greedy Soul, You Better Run, Doesn’t Have to Be That Way, I Get By) e che bilancia una lista di ballate che ne sarebbe bastata la metà. E ci sono anche delle paludi di stanca in cui si galleggia a fatica, facendo qualche bracciata che ci salvi dai mulinelli che rischiano di tirarci giù (Chinatown, I Never Wanna Be Like You, When I’m in Need sono prive di alcun guizzo creativo e girano attorno al bruco di un’idea che non è riuscita a diventare farfalla), mettendo a nudo la natura imperfetta ed incompleta del suo autore come io metto a nudo la mia.

Voi quando farete lo stesso con la vostra?  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro