HUMAN SWITCHBOARD – Who’s Landing in My Hangar? (IRS)

Gli Human Switchboard erano uno dei tanti banchi di pesci fuor d’acqua del punk americano. Talmente fuori dall’acqua che per pubblicare il loro unico album dovettero aspettare che quelle acque si ritirassero, per spiaggiarsi adeguatamente sulle rive del lago Erie su cui si affaccia la loro Cleveland.

Prima, con le acque ancora alte, c’erano stati due singoli su altrettante minuscole etichette. E dietro uno di quei singoli c’era un pezzo come No!: Farfisa a manetta e una classica sequenza di accordi garage che suonavano come se i Monkees avessero deciso di fare un cameo su The Blank Generation.

Il suono del Farfisa guidato da Myrna Marcarian è lo stesso che aprirà nel 1981 il loro album su I.R.S., anche se (Say No to) Saturday Night (quanti “no” nella breve discografia degli Swictchboard…NdLYS) appare decisamente più ammansita, quasi una soffice canzonetta dei Blondie. Poi però il suono si spettina un po’, diventa una macchina degli anni Sessanta mezza scassata che corre sulle autostrade americane perdendo pezzi, sputando fumo, lasciando lingue di pneumatico sull’asfalto rovente.

Sembrano a tratti i Velvet Underground (Refrigerator Door), a tratti i Doors (Don’t Follow Me Home), a tratti i Television.  

Se avessimo aspettato ancora qualche mese ci sarebbero sembrati i Green on Red, il cui primo minialbum entra tutto per intero dentro No Heart, lasciando pure un po’ di spazio per la batteria dei Feelies e il basso di Brian Ritchie, in una apoteosi di riff nevrotici, squame d’organo, cambi di tempo e d’umore.   

Sembrano tante cose eppure non sono nessuna di loro. Gli Human Switchboard sono scuola a se. Mescolano, sovrappongono, incrociano, innestano. E suonano cose come Book on Looks, Where the Light Breaks o Who’s Landing on My Hangar? dove organetti alla Mysterians, spruzzi di sax, bassi funky, chitarre acide, spastiche smorfie new-wave vengono assemblati per costruire in maniera artigianale un velivolo tra i più sgangherati della storia del rock americano.

Quando esce dall’hangar per affrontare la pista di decollo si sfascia in mille pezzi.

Ma chi se ne frega.

Quello del comandante Pfiefer è stato comunque uno dei decolli più belli della new-wave tutta.      

         

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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