AA. VV. – Come On, Let’s Go! (Big Beat)  

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Tante hit e nessuna hit, come nella classica tradizione power-pop. Di questo è fatta l’ennesima raccolta sull’argomento pubblicata dalla Big Beat.

Poco importa che dentro ci siano nomi come Flamin’ Groovies, Ramones, Big Star. Già nella sua stagione d’oro il power-pop era un genere demodé su cui pochissimi si sentirono di investire, figurarsi ora che il suono della chitarra è stata bandita dalla radio al punto tale che i ragazzini non sanno distinguerla da quella di un clavicembalo e che i Rubinoos che in copertina ne brandiscono addirittura quattro siano conosciuti solo per essere stati “derubati” da Avril Lavigne della loro I Want to Be Your Boyfriend. Anzi, forse neppure per quello.

Dunque Come On, Let’s Go! è destinata a rimanere a bordo strada, lì dove il power-pop è sempre stato, con le sue chitarre scintillanti come cocci di bottiglia raccolti per errore da qualche gazza ladra. Non basterà la mia o mille altre recensioni a farvelo piacere, se a questi suoni siete rimasti impermeabili per anni. Se viceversa vi piace lasciarvene inzuppare, altrettanto ovvio che non servirà affidarsi alle mie parole per tuffarvi dentro canzoni come Rock and Roll Is Dead dei Rubinoos, Shake Some Action dei Groovies, Tomorrow Night degli Shoes, Let Go dei Dirty Looks o The Trains dei Nashville Ramblers dei rifugiati Ron Silva (The Crawdaddys), Carl Rusk (The Tell-Tale Hearts) e Tom Ward (The Gravedigger V) o Nuclear Boy dei 20/20.

Il sole è alto. Attenti a non abbagliarvi.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

LOVE – Four Sail (Elektra)  

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Un disco assurdamente bello il quarto dei Love, ricompattati con line-up totalmente rinnovata da un Arthur Lee che ha un contratto con la Elektra da rispettare e un bisogno creativo da soddisfare. Non necessariamente in questo ordine. Una band con i controcazzi, val la pena dirlo. In grado di assecondare le smanie del leader, fosse anche quella di praticargli una fellatio mentre accende la sua chitarra degli stessi lampi della Fender di Hendrix.

Un gigantesco teapot da cui la scrittura sempre più smaliziata di Lee sgorga in mille rigagnoli difformi e straripanti. Jazz, bossanova, fusion, folk, acid-rock, psichedelia, hard-rock si rincorrono alternando vertigini allucinatorie a sogni rassicuranti in una giostra musicale capricciosa ed esaltante. In roba come August, I’m With You, Always See Your Face, Good Times e Singing Cowboy Arthur Lee si conferma non solo come il detentore di un folk-rock barocco e mai dimesso, di un ambrato quasi tropicale ma anche come uno dei musicisti più talentuosi e visionari della sua epoca, nonostante sia stato messo “in svendita” dalla sua etichetta.  

Curioso che la traccia più lineare e solare del disco, sorta di incrocio fra i Beatles e i Lovin’ Spoonful, sia quella dedicata al loro roadie Neil Rappaport, morto per overdose durante il tour di Forever Changes e che a confronto con la vecchia Signed D.C. qui non traspaia nessuno sconforto, nessuno strazio ma solo l’ombra nostalgica di un passato che sfaldandosi comincia a mostrare il suo volto peggiore.

Four Sail è la fine dei Love, in qualche modo.

Tutto quanto verrà prodotto successivamente, nonostante il grandissimo valore, subirà la chiusura di ogni canale commerciale, dalla posizione sugli scaffali nei record store ai passaggi in radio totalmente inesistenti, finendo per bruciare il sogno di gloria di uno dei più grandi artisti neri che mai abbiano avuto a che fare col rock.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MAURIZIO CURADI – Phonorama (Area Pirata)  

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C’è un momento in cui le cose si staccano da terra, perdono di gravità, volteggiano libere di andare. È un momento che io associo alle idee, ai sogni e all’espansione consapevole dell’io nel terzo occhio interiore che avviene nella meditazione.

Phonorama contiene tutte e tre queste dimensioni. C’è una sorta di trascendente leggerezza che si dirama come la foce del Gange dentro queste composizioni del Curadi solista, c’è tutto un levare d’àncore, uno sgravio di zavorre, uno sgombero di pesi e fardelli che ha del sublime. Con Phonorama Maurizio Curadi prende le distanze, in verticale, dal suo passato e “piega” le sue inclinazioni al blues rurale e al folk, che tuttavia restano evidenti in almeno un paio di episodi (Hidalgo, Mercurio Orzo Settembre e Water Well ad esempio), dando ad esse la direzione ascendente indicata dall’”Aquilone rosso” che apre il disco. Le mani e la fantasia del chitarrista toscano non sembrano conoscere limiti. O affermano comunque la volontà tenace di superarli. Di cavalcare l’unicorno.

La musica di Curadi mette le ali, insomma. Non proprio come quella bibita che sa di paraffina e lucidalabbra scaduto. È più un volo che a che fare con quell’ossessione per la libertà del protagonista di Birdy, il capolavoro di Alan Parker. Un volo che è viaggio ed esplorazione interiore, alla ricerca del bello che riverbera dentro ognuno di noi e che spesso fatica a trovare una via d’uscita, restando imprigionato nella gabbia dorata che abbiamo costruito per lui.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BRUCE SPRINGSTEEN – Western Stars (Columbia)  

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Treni e cavalli, motel e cafè.

Direzioni cardinali e cartelli di città.

Astri che si abbassano e riemergono dalla linea dell’orizzonte.

Nessun dubbio, dando una scorsa anche superficiale alla lista di canzoni di Western Stars, che il nuovo disco di Springsteen sia un lavoro che omaggia il perpetuo mito della vita on the road che lo stesso musicista del New Jersey ha usato come canovaccio più volte nella sua carriera. Cosa c’è pertanto di nuovo, supposto che debba esserci per forza qualcosa di inedito, nel suo nuovo disco? Fondamentalmente nulla: se ne parla tanto perché è il nuovo disco di Springsteen. E del nuovo disco di Springsteen se ne parla a prescindere, anche perché la Sony spende fiori di quattrini per comprarsi tutto, spazi sui telegiornali di regime compresi. Dunque l’immagine del puledro che scalpita l’avrete già memorizzata e all’occorrenza trasformata in movimento meccanico una volta davanti gli espositori di una qualunque catena di fast-food musicale, secondo la logica persuasiva e subdola della Coca-Cola.

Dunque si, una volta fatto, incontrerete il solito Springsteen. Ma mica da solo, come vogliono farvi credere: dentro Western Stars si muove un cast, come un qualsiasi colossal hollywoodiano. Suonatori di organo, di oboe, di pedal steel, di pianoforte, di percussioni, flauti, tube francesi, glockenspiel, banjo, trombe, violini, timpani e tromboni, celeste, mellotron, sintetizzatori, coristi e direttori di orchestra.

Una moltitudine stanziale che vuole raccontare invece di viaggiatori in solitaria. Quasi un paradosso, ma nei colossal cinematografici riesce.

Un po’ meno qui, dove i luccichii si vedono tutti e la scelta del regista è quella di riverberare ogni luccichio invece che mascherarlo con qualche filtro. Le cose più riuscite sono infatti quelle più sgombre, tanto che Hitch Hikin’ annuncia un bellissimo viaggio, sfruttando l’archetipo del viaggio in autostop. Oggi che ci sono le auto a noleggio e che a piedi non va più nessuno, neppure per andarsi ad ammazzare. E che pure, anche negli anni d’oro del viaggio a scrocco, si rivelavano una trappola dopo una manciata di chilometri. Ed è così che succede anche qui.  

Perché dopo tre minuti e mezzo di strada sterrata, quando Springsteen che ti ha accolto a bordo della sua vettura deve scegliere se proseguire per quella strada polverosa o piuttosto deviare per qualche stradale asfaltata, sceglie quest’ultima.

Ed ecco che già da The Wayfarer, tutta bagnata di violini come una spumosa canzone di Bacharach arriva l’ingombro, che è un ingombro voluto. E tutta quella gente che il Boss si è portato dietro comincia a dire la sua e a pretendere di avere ragione, trascinando via via Springsteen allo sfacelo di pezzi come Sundown e There Goes My Miracle che non perdoneremmo ad Al Bano, che in passato non abbiamo perdonato a Dylan e che invece qui ci sentiamo quasi in dovere di ammettere, umiliandoci e mentendo, che siamo noi a non aver capito in pieno, perché tutto quel tam-tam pubblicitario con le parole dattiloscritte dall’ufficio stampa della Sony e quei giornalisti con l’accredito pronto per incontrare la star dietro il palco vogliono farci credere.

Tutta gente che affolla le sale, come succede qui nello studio di Springsteen.

E il puledro che sembrava scalciare ci appare ad un tratto per quello che è: uno stallone che ha smarrito la strada.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

JOHNNY THUNDERS – So Alone (Real) 

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Finita l’avventura dei Sex Pistols la parte musicalmente sana della band londinese si unisce a Johnny Thunders, il padre che hanno deciso di adottare sin dai primi concerti delle New York Dolls nella capitale inglese e poi, nuovamente, quando Johnny era tornato in Gran Bretagna con quella nuova accolita di junkies chiamata Heartbreakers. È proprio a Londra che i vecchi amici Walter Lure, Jerry Nolan, Lee Black Childers e Billy Rath lo abbandonano uno dopo l’altro, delusi dai risultati delle sessions di L.A.M.F. e affranti dalla bancarotta dichiarata dalla Track Record costringendo Thunders a mettere in piedi una band dalla line-up instabile chiamata The Living Dead in cui militano, appunto, Cook, Vicious e Jones dei Pistols.   

Paul Cook e Steve Jones prestano i loro servigi su metà del set poi utilizzato per So Alone, il debutto in proprio di Thunders cui collaborano anche Phil Lynott, Steve Marriott, Peter Perrett, Patti Palladin, Chrissie Hynde, John Irish Earle e la cui produzione viene affidata a Steve Lillywhite, destinato a diventare nel decennio successivo uno dei più quotati produttori inglesi (U2, Peter Gabriel, La’s, Psychedelic Furs, Big Country, Simple Minds, XTC, Pretenders, Chameleons e tutto il resto). Paradossalmente sono proprio loro a suonare su London Boys, il pezzo con cui Thunders rivendica la paternità sul movimento punk e con cui risponde sputando veleno sul veleno sputato dai Pistols nella loro New York.

Ad una parte delle sessions partecipano Walter Lure e Billy Rath, prima di fare i biglietti per un volo transoceanico che li riporterà definitivamente a casa. Finito il tour di supporto al disco, anche Thunders farà bagagli per trasferirsi a Detroit e mettere in piedi i Gang War con Wayne Kramer.

Al di là della parata di star e dell’eroina che scorre come un fiume tossico nelle vene di Thunders, So Alone rivendica una caratura altissima e un’aura di disco sfatto e maledetto, dolente e metropolitano, torbidamente punk e stradaiolo. Le trombe d’aria e polvere di pezzi come Leave Me Alone, Downtown e London Boys si scagliano ancora oggi sulle nostre coste piene di case per ricchi e lungomari dove borghesi e pescicani fanno le loro vasche di asfalto con la forza di devastante di un vento malato e carico di virus infetti di rock ‘n’ roll.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ALLAH LAS – LAHS (Mexican Summer)  

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La prima notizia è che gli Allah Las hanno imparato le lingue neolatine: spagnolo e portoghese fanno capolino fra le tredici canzoni del loro atteso quarto album.

L’altra notizia è che il suono del quartetto californiano si è permeabilizzato non solo ad altri idiomi ma anche ad altri linguaggi musicali. Segnatamente, è come se gli Allah Las abbiano trovato una falda funk sotto il terreno da cui continuano a mietere messi di folk e che su quella stiano provando a tirar fuori nuova linfa, irrigando i loro campi.

Ecco allora pannocchie come In the Air, Star, Electricity, Houston. Il blues amorfo di Royal Blues a costituire la vera novità di LAHS, con i loro piccoli sussulti ritmici a increspare un suono soffice che è sempre più accostabile a quello dei Feelies di Only Life: un jangle-rock garbato, parsimonioso, misurato, leggermente ricurvo su sé stesso, mai veramente allegro ma neppure veramente corrucciato. Forse, solo timido. Che è la dote migliore della musica degli Allah Las, anche se non l’unica.

Un po’ come questo LAHS, che è il loro disco migliore, anche se non l’unico.          

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

HONEYMOON KILLERS – Hung Far Low (Fist Puppet)  

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Quando nel 1990 Jerry Teel invita Jon Spencer ad unirsi al gruppo in cui suona da almeno un lustro prima che venisse ingaggiato nei Boss Hog, non sa ancora che l’ingresso di Spencer in formazione avrebbe di fatto sancito la fine della sua band. È difatti proprio durante le registrazioni di Hung Far Low che Spencer e Simins, il batterista che ha appena sostituito Sally Edroso dietro le pelli degli Honeymoon Killers, scoprono di avere un feeling musicale che può andare oltre le sevizie che i due amano impartire al blues: dentro il disordine di Hung Far Low, in pezzi come Quittin’ Time, Tanks a Lot, Whole Lotta Crap e Scootch Says nasce di fatto la Blues Explosion anche se tutto il mondo è troppo distratto per potersene accorgere.

Lo scarto rispetto al caos puro delle precedenti prove degli Honeymoon Killers è notevole, il rumore bianco che prima fagocitava il repertorio sembra diradarsi lasciando intravedere delle carcasse putrescenti di rock ‘n’ roll malmesso che sembra avere sete di vendetta e fame di sesso.

Il blues degli anni Novanta è pronto ad esplodere.         

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

LIAM GALLAGHER – Why Me? Why Not. (Warner)  

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Il peaky blinder di Manchester torna a casa. E sa di trovarla semivuota, ovviamente. Sarà anche per questo che gli affetti, anche quelli traditi, popolano gran parte del suo nuovo disco. Mamma e fratello abitano e ingombrano tracce come Be Still e One of Us, col carico di nostalgia che potete immaginare.

La poetica di Liam è del resto sempre stata in equilibrio tra nostalgie e la rivendicazione di un futuro fatto di riscatto e successo. Quindi si, come ho detto prima, Liam torna a casa.

E a casa rimette su i soliti dischi, per soffocare un silenzio che solo in parte è riuscito a riempire col rancore. Nello spazio che resta, ci mette sempre un po’ di John Lennon e dell’Elton John ancora re(gina) del glam.

Di tutto questo è fatto Why Me? Why Not., di questo astuto eterno presente che vive in bilico tra quello che è stato prima e quello che, travolgente, arriverà. Tra un libro dei profeti e uno dell’Apocalisse. Tra il successo sognato e quello raggiunto, tra i gradini in salita e quelli in discesa che verranno, inevitabilmente.

E Liam riesce a tenere l’equilibrio. Non sempre, che sembra barcollare in almeno tre/quattro episodi (Misunderstood, Alright Now, Invisible Sun), ma azzeccando almeno un paio di zampate (le ciambelle allo zenzero Shockwave, Be Still e Glimmer, già pronte ad essere mangiate da tutti appena sfornate) e tenendo saldi gli anfibi sulla corona perché non gli venga portata via su tutti gli altri.

Sarebbe il caso di ascoltarlo, senza pretendere che venga a salvarci.

E del resto, perché no?

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

THE CREEPS – ORGANIsmi mutanti

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Enjoy The Creeps fu il disco che tolse agli Stati Uniti la coppa del mondo del garage revival. Lo fece nel 1986 e nei due tempi standard, senza bisogno di tempi supplementari e calci di rigore.

Uno dei testi sacri del Nuovo Testamento del garage rock fu elaborato in Svezia, terra di grandi profeti e di innumerevoli seguaci del Nuggets-sound per tutti gli anni Ottanta. I Backdoor Men erano nati nel 1984 dalla naturale evoluzione dei Pow, una mod-band che allietava i locali di Stoccolma con la loro lista di covers di Small Faces e Spencer Davis Group. Fu in uno di questi club che il biondissimo Hans Ingemansson, mente dei Pow, conosce Robert Jelinek, un immigrato cecoslovacco con la passione per le crude garage bands degli anni Sessanta come Music Machine, Sonics, Count Five e Standells. La band muta pelle, nome e suono. Ribattezzatasi Backdoor Men in onore dello storico e lascivo blues rivisitato dagli Shadows of Knight, si avvicina a un suono più squisitamente sixties-punk, strizzando l’occhio al grungey-folk degli anni Sessanta.

A spingere dal basso è però l’amore per il blues virato punk di bands come Animals e Them, per l’hi-speed soul da go-go party, per il jazz-rock di Brian Auger e dei suoi Trinity. I Backdoor Men si trasformano in breve nei Creeps e nel giro di pochi mesi mettono mano a questo esordio folgorante dominato dalla tastiera Farfisa, dall’incredibile voce black di Robert e dagli inserti di armonica blues (da pelle d’oca l’intro di The Creep, NdLYS) e maracas (che in Rattlesnake Shake si trasformano in un raggelante serpente a sonagli).

Down at the Night Club, in apertura, chiarisce subito il concetto: è un beat energico dominato da un giro d’organo circolare, groovy, dinamico. La voce di Robert nera e piena raccoglie in toto l’eredità di Van Morrison così come quella di Greg Prevost aveva fatto con Jagger, poco tempo prima. In chiusura, dopo due minuti di furia soul-punk, il pezzo si dilata con una sincopata coda strumentale per piano jazz di gran classe. Forse la cosa più chic che una garage band abbia mai osato fare.

Ma chi porta il disco nei salotti buoni dell’Alta Classe è un fesso.

Enjoy riaccende subito i motori con Ain’t No Square ed il suo elementare assolo intinto nel fuzz, fino al rutilante finale. Come Back Baby smorza nuovamente i toni con una ballata dove è ancora una volta l’eco dei Them di pezzi come How Long Baby o Here Comes the Night a risuonare nei riverberi vintage delle chitarre e nel canto implorante di Robert.

Gli fa da gemella, sul lato B, Darling. Uno struggente ricamo folk-blues con le corde vocali di Jelinek tese fino allo spasimo.

Le cavalcate più intense si intitolano Just What I Need, Hi Hi Pretty Girl e She’s Gone, tre violente e implacabili marce beat che spaccano le casse. Resteranno tra le pepite più preziose delle miniere neogarage dell’intero decennio.

Ineccepibili, per gusto ed esecuzione, le covers: una City of People rubata agli Illusions e un medley tra due Sonics “minori” resi con ferocia e competenza filologica.

Now Dig This! di due anni dopo ce li restituirà completamente soggiogati dalla febbre Hammond del post-James Taylor con un album ancora dignitoso ma distante dalle furiose scorribande sixties punk del debutto.

La rovina sarà dietro l’angolo, con una serie di album brutti quanto il gobbo di Notre-Dame e un’immagine da tamarrissimi figli dell’acid-house.

Ma queste sono storie buone per gli agiografi e i minchioni di wikipedia.

Per tutti gli altri rimangono le dodici perle di questo disco, una delle migliori cose rotonde con un buco al centro che non sia da poggiare sul vostro letto ma su un piatto hi-fi.

 

Hans Ingemansson is a great organist… …und ibt gern speghettis.

La definizione non è mia e non so se Hans abbia mai mangiato volentieri gli spaghetti.

Ma so per certo che è stato davvero un grande organista e che fu lui, con questo disco, a farmi innamorare del suono Hammond, così come due anni prima aveva fatto col suono del Farfisa.

Due anni.

Anche se, messi a confronto Enjoy The Creeps e Now Dig This!, sembra sia successo chissà cosa.

Sono anni in cui tutte le band garage cambiano pelle spostandosi più o meno consapevolmente verso un inspessimento dei suoni che porterà alle deflagrazioni grunge di fine decennio (nessuno lo ammetterà mai ma i Miracle Workers potrebbero essere accreditati a pieno titolo come precursori del genere, NdLYS).

I caschetti lasciano il posto a capelli incolti.

Anche i Creeps cambiano registro, allontanandosi dal grintoso R&B di matrice Animals e dal furioso garage degli inizi verso un suono diverso, dinamico, hi-energy. Diversamente da tutti gli altri però.

Sono gli unici, nel giro, ad aver ancora buoni rapporti col barbiere.

Proveranno acconciature improbabili, qualche anno dopo.

Col risultato di diventare calvi come culi di bertucce.

Ma all’epoca, siamo nel 1988, decidono per un taglio da uomini dei servizi segreti.

E sulla copertina del loro secondo disco stanno, pistole in pugno, tutti attorno al trono del Re dai denti d’avorio.

I Creeps hanno cambiato del tutto il loro stile ma rimangono ancora una granata ad impatto. Hans, lo spaghettaro di cui divevo, ha preso il predominio su tutto il resto così che Now Dig This! suona in tutto e per tutto come uno strepitante, glorioso omaggio al suono Hammond, come quello che James Taylor sta celebrando in contemporanea in Inghilterra, solo che qui c’è la voce pazzesca di Robert Jelinek a leccarci l’addome e non c’è un pezzo, dico un SOLO pezzo, sbagliato. Se non avete mai organizzato una festa solo per il piacere di sparare a mille questo disco, avete vissuto invano.

Gli svedesi Creeps sono, storicamente, l’unica band nata in piena rivoluzione neo-sixties ad aver raggiunto un successo clamoroso. Breve, effimero ed evanescente ma clamoroso. Lo fanno all’alba degli anni Novanta, con un disco che lascerà interdetti anche i fans che avevano accettato quella metamorfosi che da Enjoy The Creeps li aveva portati al soul-punk farcito di Hammond di Now Dig This! di cui Blue Tomato rappresenta la degenerazione e lo scadimento in ottica commerciale.

Siamo nel 1990 e la piccola ma agguerrita Acid Jazz di Londra sta creando dal nulla un nuovo fenomeno musicale che cerca di coniugare il jazz elettrico degli anni Sessanta con l’R&B più raffinato e un tiro funky morbido che riesce a fare breccia nel mercato con band come Galliano, Brand New Heavies, Mother Earth, Corduroy mentre vecchie glorie come Style Council, James Taylor Quartet ed Everything But the Girl trovano una seconda giovinezza proprio riadattando il loro stile alle moine delle piste da ballo più sofisticate.

La WEA, che si trova in mano un prototipo che con qualche ritocco all’immagine e una spinta sul groove può tranquillamente rivendicare un ruolo in quello che è diventato il suono più “in” della stagione, mette il gruppo alle strette.

Il risultato è Blue Tomato.

Copertina disarmante, con la band obbligata a vestire come una terribile boy band dei paesi baltici. Come la band, anche il suono di Now Dig This! viene costretto sin dall’introduzione a subire parecchie umiliazioni (Ohh-I Like It! – il megasuccessone di cui parlavo in apertura – She’s My Girl, I’m Gone, Up the Top, I’d Better Start Running, Get a Little Lovin’) con assoli di chitarra, piccoli orgasmi fiatistici, cori da Sister Act e una batteria che, pur poco dinamica, viene incaricata di tenere sveglio il groove, come fosse una pasticca di amfetamina.

C’è tutta un’aria di allegria posticcia che inquina Blue Tomato, anche quel poco, pochissimo di buono che noi dal cuore tenero vorremmo salvare dal macero, un’aria da programmi televisivi del venerdì pomeriggio.

I Creeps affogano in una insalata di pomodoro.

Blu, peraltro.

Il secondo album dei Creeps per la WEA prosegue sul solco tracciato dal vendutissimo Blue Tomato: un funky/soul scattante e dominato dall’organo Hammond che in quel periodo viene smerciato come acid-jazz. La sovvenzione della major permette loro pure di poter ottenere i servigi dei Kick Horns, terzetto inglese che ha lavorato su dischi sovrabbondanti come Sophisticated Boom Boom dei Dead or Alive, About Face di David Gilmour, Flaunt the Imperfection dei China Crisis, Red dei Communards, Wait a Minute del James Taylor Quartet, Steel Wheels degli Stones, Connected degli Stereo MC’s e svariate produzioni di Camel, Pete Townshend, Paul Young e addirittura della nostra Marcella Bella.

Quello di Seriouslessness è un suono tutto sommato esplosivo, seppur piegato alle logiche dell’ascolto disimpegnato. Accoglie qualche riff in odore di Kravitz come quelli di Unhippify Yoselph e Dingaling, un paio di ballate sornione, un groove funky memore della lezione di James Taylor e soprattutto la voce di Robert Jelinek che resta una preziosissima ostrica slava con dentro una perla nera. Tutto declinato in funzione di un appeal accattivante e senza sbavature, fino a farlo sembrare di plastica. Un po’ come certe panterone degli spot tv che sembrano pronte a sfoderare gli artigli ma poi alla fine mostrano solo il perizoma e le due natiche che lo contengono.

Però un occhio glielo si butta sempre, no?

 

Mr. Freedom NOW! esce solo su compact disc, come esige il mercato dell’epoca.

Poco male: ha un suono di plastica, e val bene una plastica.

Qualcuno se lo scambia su Napster, altra obbrobriosa moda del periodo.

Comunque sia, l’ultimo album dei Creeps concepito come tale porta ad un’ulteriore placcatura del soul ballabile del quartetto svedese.

Volendo interpretare con un pizzico di cattiveria la copertina e sovvertendo il naturale processo evolutivo di ogni favola che si rispetti, diremmo facilmente che i principi si sono trasformati in ranocchi. Mr. Freedom NOW! è infatti l’ennesimo disco destinato a deludere quanti si aspettavano un ritorno nella tana del sixties-punk da cui, a ben vedere, i Creeps sono scappati ormai da dieci anni e dentro cui non faranno più ritorno. E perché dovrebbero, del resto?

Sgombrando il campo dalle aspettative deluse, si tratta di un chiassoso lavoro acid-jazz (le chitarre pressanti di Number 3 e No Go, il funky volgare di Old Folks, ‘Bit Younger Folks & New Folks e Grossmotherfucker che sembrano voler incrociare RHCP e Andre Williams, i ritmi svagatamente caraibici che fanno capolino spesso, i rumorismi vari che schizzano il pentagramma) più del solito, con l’organo di Hans Ingemansson come sempre protagonista assoluto e valore aggiunto di questo nuovo pugno di canzoni dall’anima nera che, a differenza dei loro detrattori, non hanno voglia di prendersi troppo sul serio.

 

La passione per il cinema che avrebbe fatto di Hans Ingemansson, fino alla sua prematura scomparsa a soli 54 anni un ricercato autore, sceneggiatore e attore per diversi film e serie tv svedesi ha un anello di congiunzione con la sua “prima vita” da musicista nella realizzazione delle musiche per la serie Mysteriet På Greveholm, atto conclusivo della vicenda discografica dei Creeps. Composte in parte con il produttore Dan Zaethreus, le musiche del disco pubblicato come colonna sonora del telefilm hanno pochissimo a che spartire col repertorio classico dei Creeps, pur essendo riconoscibilissimo l’organo di Hans. Il resto della band, Robert compreso, ha un ruolo marginale nella creazione di questi “sketch sonori” aperti da un improbabile minuetto annunciato da una improbabile foto che ritrae i Creeps con tanto di parrucche settecentesche e costumi da concertisti di corte.

Si passa dal trascurabile al trascurabilissimo.

Lasciando dei Creeps un flebile ricordo destinato a sfiorire nei cuori di quanti li avevano conosciuti solo per l’effimero successo dei primi anni Novanta e una grande amarezza per chi ne aveva testimoniato il deflagrante avvio di carriera ormai dieci anni prima.

Ciao Creeps. ciao Hans.

Vostro per sempre, malgrado voi.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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FRED BUSCAGLIONE – Il favoloso Fred Buscaglione (Cetra)  

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Prima c’erano stati i 78 giri.

I 45 giri come li conosciamo noi sarebbero invece arrivati solo l’anno dopo.

Nel mezzo degli uni e degli altri, nel 1956, avvenne invece il debutto su 33 giri di Fred Buscaglione, che però all’epoca erano ancora su 10” ultrarigido e affidati a editori che di americano masticavano solo le chewing gum, tanto da storpiare stomper in stamper e shuffle in shaffe quando si tratta di annotare in copertina le notizie necessarie per quanti, nelle feste da ballo organizzate in casa, avevano il compito di scegliere la colonna sonora della serata.

Che sono serate in cui ci si scazzotta e ci si corteggia.
Sono le serate degli anni Cinquanta.

Le serate di Buscaglione, che ha la faccia da schiaffi, lo sguardo del dongiovanni e il baffo da sgherro e ha sempre una spider posteggiata lì davanti. Che può sempre essere necessario dileguarsi.

È il mondo di bulli e pupe che stuzzica la sua fantasia e quella dell’amico Leo Chiosso. Il mondo libero dell’America che ha strappato entrambi dalle mani dei tedeschi e che agli italiani ha dato rifugio da sempre, accogliendo oltre che una manovalanza tra le più pregiate del mondo, anche una raffinata indole criminale. Gangster e sciupafemmine, gli italo-americani dallo zigomo pronunciato affollano l’immaginario che farà la fortuna di Buscaglione. Il loro stile di vita borderline ne provocherà da lì a breve anche la sfortuna.

Ma nel ’56 la stella di Fred splende su tutto l’universo creato, e lo farà ancora per quasi un lustro, fino a quel maledetto schianto del 23 Febbraio del 1960 che si porterà via uno dei caratteristi più brillanti che l’Italia abbia mai conosciuto.

Fred Buscaglione è il “favoloso” personaggio raccontato in questa doppia raccolta, l’astro che brilla assieme alla sua stella gemella Leo Chiosso, lasciando nel cielo una scia luminosa di canzoni come Whisky facile, Il dritto di Chicago, Eri piccola così, Che notte, Una sigaretta, Criminalmente bella, Teresa non sparare, Ciao Joe, Porfirio Villarosa.

Ogni canzone, un film.

Nessuno in più riuscirà a replicare, o soltanto ad imitare, quello che Leo & Fred avevano creato in cinque anni.

Non sarebbe valsa la pena aspettare cento anni.

E Fred era uno che andava di fretta e che perdeva facilmente la pazienza.

Anche se a me piace ricordarne il sorriso.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro