NOT MOVING L.T.D. – Not Moving L.T.D. (Area Pirata) / X – Delta 88 Nightmare/Cyrano Deberger’s Back (Fat Possum) / THE RAUNCH HANDS – Rodeo Song/4 Naggin’ Wives (Crypt)

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Potrebbe essere che se hai deciso di farti ibernare trent’anni fa e ora, a causa del riscaldamento globale o di una grandissima rottura di coglioni il tuo tumulo di ghiaccio si stia cominciando a sciogliere.

Potrebbe essere, dicevo, che apri gli occhi e pensi ancora di essere nel 1989.  Perché magari ti viene voglia di leggere qualche recensione di qualche nuovo disco e magari becchi proprio questa qui. E rileggi il titolo tre volte e il tag con la data d’uscita almeno sei.

E vorresti capirci di più di questo deja-vu.

E il Lys te lo spiega, questo deja-voodoo.

I Not Moving di Lilith/Tony/Dome sono, va da sé, il “nocciolo duro” dei vecchi Not Moving, tornati dal sepolcro. Ne ho parlato di recente con Dome sul mio libro Born Losers e a quello vi rimando per capirne di più. A quindici anni dalla prima reunion e dopo aver svolazzato sui palchi in lungo e in largo, tornano adesso a sbattere le loro ali di pipistrello in studio.

Tornano, e vi si aggrappano ai capelli.  

Il loro nuovo EP contiene un inedito assoluto (uno stomp maniacale intitolato Lady Wine) + due nuove versioni di due classici come Spider e Suicide Temple che danno ancora mazzate ai denti a quanti oggi li digrignano nascondendo in realtà una coda penzolante. E non solo quella. I Not Moving L.T.D. non ne hanno bisogno, ovviamente. I tre pezzi di questo lavoro in cui la cattiveria di un tempo rimane ma la calibratura ha adesso tutta la precisione e la freddezza di tiro che l’età adulta ti concede, lo dimostrano.  

L’altra band cui il destino ha concesso di rientrare sono gli X, guarda caso “ai tempi” accostati più volte ai Not Moving. Loro tornano in studio esclusivamente per rimettere mano a due cose vecchissime: il loro “nuovo” singolo è in realtà la bella copia di quanto incluso come provino nella ennesima ristampa di Los Angeles (stavolta ad opera della Fat Possum) e, parzialmente, sulla bellissima raccolta Beyond & Back uscita più di venti anni fa, quando eravamo tutti (noi e loro) più belli e incazzati. Delta 88, tuttavia, sia nella sua vecchia versione che in quella nuova, per me è stata sempre una delle cose più belle e divertenti della loro storia. Privarsene sarebbe da stupidi.

Chi invece non potrà più tornare in studio sono i Raunch Hands che dunque sono qui solo in spirito e, grazie a Tim Warren, anche in vinile. Il loro “nuovo” singolo su Crypt mette insieme una cover di Garry Lee registrata a band appena formata più uno “scarto” del 1987. Due luridissime canzonacce da redneck che spaccano il culo a tanti teoreti del buon gusto. Ma la vera bellezza del singolo è il commosso omaggio a Michael Chandler scritto da Mr. Crypt nel libretto a corredo.

Un disco che si fa sepolcro e insieme luce perpetua. Come un buon disco r ‘n’ r dovrebbe.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

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TOM VERLAINE – Flash Light (I.R.S.)  

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La particolarità di Flash Light è costituita dalle canzoni che chiudono le due facciate. Non perché siano le migliori, ma perché Tom Verlaine decide di ripescarle (una identica, l’altra leggermente artefatta) dal disco che la Fontana gli ha rifiutato l’anno precedente perché ritenuto poco commerciale e che lo costringe a rifare (quasi, come abbiamo detto, NdLYS) tutto da capo. Il risultato è un disco che in effetti cede un po’ alle pressioni dell’etichetta, con un suono che sembra quasi fare il verso a quello del Matt Johnson di Infected, successone inaspettato dell’anno precedente.

Il rullante implacabile, metronomico e senza alcuna variante di tempo del funk elettrico di Cry Mercy, Judge va proprio in quella direzione, con la chitarra di Verlaine costretta a trovarsi spazio dove spazio non c’è. Say a Prayer ripete la stessa formula, rallentando leggermente l’andatura e preparando il terreno per il capolavoro A Town Called Walker, epica come una canzone dei Big Country e con un gioco di chitarre da manuale.

A voler essere cattivi, il meglio del disco a questo punto è già passato: per ascoltare una canzone che valga il tempo d’attesa occorre planare direttamente sulla Annie’s Tellin’ Me posta quasi in chiusura che si evolve dal nervoso riff inaugurale ad una distesa di chitarre larghe ed effettate passando attraverso un solo di chitarra che imita il tipico fraseggio di un sassofono.

Il resto, con un po’ di rammarico per At 4 A.M., passa senza lasciare profonde ferite nella carne e pochissime tracce nella nostra memoria.

Sarà contenta la Fontana.

Io un po’ meno.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

DIED PRETTY – Every Brilliant Eye (Blue Mosque)  

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All’epoca della sua uscita ho odiato profondamente Every Brilliant Eye. Del resto avevo già odiato Lost e avrei continuato così per ogni album dei Died Pretty successivo a Free Dirt, che giudicavo e ancora giudico la loro vetta inarrivabile.

Ma Every Brilliant Eye lo odiavo ancora più forte, perché quando lo ebbi fra le mani mi accorsi che il nome di Frank Brunetti che sul primo album era indicato, secondo la tradizione che il gruppo a lungo conserverà, primo fra i primi, stavolta non c’era proprio. Neppure quello di Mark Lock c’era, del resto.

I Died Pretty cominciavano a diventare un affare dei soli Ron Peno e Brett Myers.

Ce n’era ancora abbastanza per spettinarsi, certo. Che quando Myers comincia a soffiare forte diventa Ezechiele e noi dei poveri porcellini. E Peno è sempre un po’ la versione da orco di Dylan e di Young.

Però…sai quando avverti che il romanzo sta prendendo una brutta piega? Ecco, Every Brilliant Eye era quel momento lì. Poi con gli anni certe intransigenze si sono smussate, avendo accatastato tante delusioni quanto metà della mia collezione di dischi. E sono diventato più accomodante.

Col senno del poi e la schiena che comincia ad apprezzare più il riposo che la fatica, il terzo disco dei Died Pretty non è affatto male. Anche perché Brunetti è andato via ma, non si sa come, ha lasciato lì le sue tastiere.

Certo, Face Toward the Sun andava sfrondata di almeno due minuti. Che la schiena è diventata quel che dicevo ma le palle sono rimaste sempre uguali. E True Fools Fall e Rue the Day girano un po’ a vuoto, con una “brillantezza” che mal si combina con i toni tempestosi e torvi di cose come Prayer, Sight Unseen, Whitlam Square, From the Belly o del vertice del disco The Underbelly.

Arrivano e portano ancora polvere, i Died Pretty. Anche adesso che la tempesta è passata da un pezzo.

      

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE ROUTES – Driving Round in Circles (Ghost Highway) / L’ESPERIMENTO DEL DR. K – L’esperimento del Dr. K (Flamingo) / THE NIGHT TIMES – Watch Your Step/I Got My Mind on You (State) / TONI CRIMINE – Tocco il fondo (Area Pirata) / THE UNCLAIMED – You Never Come (Groovie)  

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Quattro nuovi schizzi di seme garage-punk dai Routes, in attesa del loro settimo album in dirittura d’arrivo per Groovie Records. L’EP in piccolo formato esce invece per la spagnola Ghost Highway e in soli otto minuti spiega al mondo intero quello che molte band faticano a far capire in ottanta, a dimostrazione che la band nippo-inglese è ormai da una dozzina d’anni una delle formazioni più agguerrite del genere, con un repertorio solidissimo e un suono roccioso e ultra-riverberato che esplode anche in queste quattro tracce fra accordi legnosi e grugniti da cavernicoli.

Italianissimi sono invece L’esperimento del Dr. K, all’esordio con un 4-pezzi con cui si professano eredi dei Misfits. Un’influenza dichiarata, per il gruppo di Genova. Ma che trovo limitante. La sorpresa sta nel fatto che, derivativi quanto si vuole (poche cose non lo sono), i quattro pezzi del singolo sono strepitosi e lo sono ancor di più quando la lingua scelta è l’italiano.

Accomodatevi pure, lo spaghetti-horror è servito.

Il nuovo singolo dei Night Times conferma le ottime impressioni del loro album: siamo di fronte ad una delle migliori band sixties-oriented uscite in questo ultimo scorcio di decennio. Suoni ricercatissimi e allo stesso tempo esasperati, come il fuzz che frigge come le ali di un’ape sui vetri sul ponte strumentale di Watch Your Step.

Atmosfere analoghe per l’atteso ritorno in studio degli Unclaimed, alfieri del neo-garage che dopo diversi tentativi, riescono finalmente a fermare su lacca quattro pezzi nel loro classico stile, rispolverando anche quella You Never Come suonata decenni fa negli studi di It’s Happening e mai messa su disco. 

Tornano pure, purtroppo solo in digitale, i Toni Crimine di Jenny la motociclista, con due pezzi fortissimi che dovrebbero anticipare un intero album: Tocco il fondo e soprattutto Collezione di vizi sono due sequenze micidiali di riff a manetta, piccoli anthem di punk underground orgoglioso dei suoi vizi e invece prodigo di grandi virtù. In attesa che la loro “collezione di whisky” sia un preludio a una nuova lastra di vinile da aggiungere alla nostra “collezione di dischi”.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Peaky Blinders OST (Universal)  

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Chi l’ha vista, lo sa.

Peaky Blinders, ambientata in una Birmingham appena uscita dalla prima guerra mondiale e ispirata a una organizzatissima famiglia criminale della città inglese, è una serie tv di grandissimo fascino e con una colonna sonora tra le più belle mai sentite, selezionata con grande gusto da Amelia Hartley, responsabile della Endemol Shine inglese. Una che quando alza la cornetta del telefono, muove soldi e persone.

Cinque stagioni che si avvitano sullo sfondo di un’Inghilterra grigia dove malavita, finanza e politica si intrecciano l’una sull’altra.      

“Organizzate” fondamentalmente attorno ai blues cavernosi di Nick Cave e sul suo alter-ego femminile PJ Harvey, le musiche che accompagnano la serie tv sono altrettanto cariche di tensione e di nebbia e odorano di tragedia imminente o appena consumata. Fascinose almeno quanto la storia che viene filmata.

Raccolte a mo’ di playlist individuali su Spotify, è adesso la Universal a raccoglierle (non tutte, badate bene) su supporto fisico su triplo vinile, inframmezzate da dialoghi del film e con corredo di foto e poster della “grande famiglia” Shelby, cominciando proprio dalla Red Right Hand di Cave che fa da sigla a molte puntate e che, nella spoglia versione per voce e pianoforte della Harvey, rappresenta l’unico inedito vero della raccolta assieme alla magistrale versione di All Along the Watchtower ad opera di Richard Hawley che la chiude.   

Dentro, ovviamente, ci trovate pure i “must” della serie, dai Radiohead ai Joy Division, da Anna Calvi agli Idles, dalle Savages ai Queens of the Stone Age, dai White Stripes a Dan Auerbach, dagli Arctic Monkeys a David Bowie, dai Black Sabbath ai Last Shadow Puppet, dai Foals ai Black Rebel Motorcycle Club.

Un po’ una paraculata? Forse.

Un’abile strategia di marketing sicuro.

Ma il fascino di Peaky Blinders e delle sue musiche rimane, nonostante tutto.  

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SWANS – leaving meaning. (Young God)  

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Una sinfonia di uomini appesi per il collo. Che scalciano e imprecano nel vento.

leaving meaning. è disco di supplizio e contemplazione.

Atmosferico e glaciale, il nuovo disco degli Swans arriva ad annunciarci l’inverno prossimo venturo con bellezze ed orrori inenarrabili, ennesimo capolavoro neo-gotico che gronda di sangue. Colando, si fa sinfonia. Sinfonia sinistra.

Come di topi che scappano mentre la nave affonda. E di capitani che affondano con essa mentre gli schiavi esultano perché l’acqua ha allungato il vino.     

La piccola chiesa del porto suona le sue campane, lanciando un SOS a un Dio affaccendato che indugia oltre le nubi con la sua grande scatola di domino.

Michael Gira suona una canzone pure per lui.

La costruisce a forma di cattedrale.

Poi si accuccia a forma di gargoyle.

E guarda tutto il mondo appassire.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SYNDICATE OF SOUND – Little Girl (Bell)  

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Uno dei più sguaiati inni del garage-rock dentro un album che di garage rock non ha praticamente nulla. È il caso di Little Girl dei californiani di San Josè Syndicate of Sound, immarcescibile classicone registrato nel Gennaio del ’66 che sarebbe passato di mano in mano da quelle dei Dead Boys a quelle di Stiv Bators e poi via via tra quelle di Dwight Yoakam, Hypstrz, Outta Place, Unclaimed, Chesterfield Kings per diventare un successo in Australia tra quelle birichine di Chrissy Amphlett e dei suoi Divinyls.

Una canzone sulla perdita della verginità che si agita su uno scampanellante giro di chitarra e che il tono da sberleffo con cui Don Baskin conduce tutto il brano fino alla risatina di scherno finale sublima in una delle più allusive canzoni del periodo.   

Peccato che dentro l’album che la contiene e che da quella prende il titolo di questa sottile perversione, lirica, musicale, attitudinale, non ci sia altra traccia e che il potenziale del gruppo venga dissipato dentro una scaletta da manuale delle buone maniere, tra innocue cover rock ‘n’ roll e altrettanto inoffensive dialettiche sull’amore spalmate su classici giri folk-rock.

L’album nasce in realtà dall’esigenza dell’etichetta di capitalizzare in fretta sul nome dei Syndicate of Sound e da quel piccolo e inaspettato successo regionale del loro pezzo, imponendo al gruppo di finire tutto in meno di un mese, con un budget che non consente al gruppo nessuna sperimentazione e pochissimi margini di errore. Meglio dunque concentrarsi su brani semplici: Big Boss Man, Dream Baby, I’m Alive, Almost Grown, Is You Is or Is You Ain’t My Baby e una serie di pezzi scritti in fretta da John Sharkey che lascerà il gruppo appena ultimate le registrazioni del disco che spegnerà come un fuoco di paglia una delle più belle scintille del garage-rock americano. Per sempre.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MARK LANEGAN BAND – Somebody’s Knocking (Heavenly)  

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Che il revival dark/wave sia dietro l’angolo credo non sia l’unico ad averlo intuito.

E nonostante abbia amato il genere fino a farmi male il cuore, tremo al solo pensiero che tante band di quell’epoca possano fare la solita trionfale reunion mascherando col cerone le rughe e con le camicie abbondanti la pingue che si è accumulata. E, a dirla tutta, tremo anche al solo pensiero che i Cure hanno annunciato ben tre album da pubblicare nei prossimi mesi.

Detto questo, tutto immaginavo tranne che Mark Lanegan si potesse trasformare in una sorta di incrocio tra il Johnny Depp finanziato dalla Dior che sgomma nel deserto americano e il principe del gotico inglese Andrew Eldritch. Eppure il nuovo album della sua “band” (di cui non sono mai stato un ammiratore, val la pena precisarlo, NdLYS) vira in maniera esagerata verso i suoni meccanici che furono dei Sisters of Mercy Phase II e di tanti altri campioni/cialtroni della wave inglese (New Order, Depeche Mode, Psychedelic Furs) con una riabilitazione quasi totale di sintetizzatori e, addirittura, sassofoni. Già, proprio quell’orribile ombrello di ottone che negli anni Ottanta spruzzava aria e saliva un po’ dappertutto.

Il rischio è che, ad esempio se iniziate l’ascolto del disco da Penthouse High o da She Loved You, rischiate di passare accanto a Lanegan scambiandolo per qualcun altro.

Io ad esempio l’ho incrociato sull’uscio del bagno, proprio nel momento in cui l’impellenza è diventata ingestibile. E che fosse lui l’ho capito solo dal capello unto. E di certo non era andato in bagno per pulirsi i denti.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ROBYN HITCHCOCK – Black Snake Diamond Role (Armageddon)  

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Non so a voi, ma a me il jingle-jangle pieno di ruggine di Acid Bird risuona nelle orecchie dalla prima volta che l’ho ascoltata. Che deve essere stato un paio d’anni dopo la sua uscita, visto nel 1981 mi piaceva di più il suono cupo del basso dei Cure e quello tutto curve dei Japan o i bip delle macchine elettroniche dei Wall of Voodoo. Un po’ come a tutti, del resto. In alternativa c’erano le chitarre schiacciasassi dell’heavy metal. E tanti sintetizzatori. Difatti sin da subito Hitchcock viene etichettato come “outsider”. Uno fuori dal mucchio. E lì rimarrà, culto per pochi.

Poco tempo prima il disco dei suoi Soft Boys aveva avuto sorte analoga, colpevole di non voler del tutto rompere col passato. Che per Robyn Hitchcock significa soprattutto Syd Barrett ma non nella maniera in cui se leggete di lui senza ascoltarlo potete immaginare. Se pensate di trovare dentro Black Snake Diamond Role ballate sghembe e filastrocche per bambini autistici sappiate che siete del tutto fuori strada. Se pensate di trovare una casa infestata dai fantasmi di Syd, altrettanto.

Prendete ad esempio l’inaugurale The Man Who Invented Himself, con quel piano marciante che presto avremmo imparato ad amare nei dischi dei Waterboys. Barrett c’è, ma non si vede e soprattutto non si sente, perché sta nascosto dietro le parole, non dentro le note. Sarà così per tutto il disco, ogni qualvolta sfreccia uno slittino in ferro, ogni volta che ti ferma una pattuglia di poliziotti gay o ogni volta che un uccello ti svolazzi in testa per cagarti addosso il suo guano acido.

Non sappiamo se Barrett avrebbe suonato così, se fosse nato dieci anni dopo e fosse stato investito dall’onda traviata del punk. Probabilmente no. C’è tutta una luce diversa dentro Hitchcock, un bagliore che sa di luci al neon più che di fasci colorati e optical come quelli che investivano Syd ai tempi dell’UFO e degli ufo.

Una cupezza che è tutta new-wave, anche se spennellata di colori fluo.

Un’elettricità che spesso Syd disdegnava, preferendo non disturbare il silenzio lunare che lo circondava. Pezzi come Meat e I Watch the Cars ad esempio sarebbero difficili da immaginare cucite sulla sagoma di Syd. Però se magari fosse stato ancora lucido quando i Buzzcocks attraversavano le strisce pedonali delle città inglesi piene di punk, chissà… E se non fosse stato disgustato da tutto un paio d’anni dopo chissà se avrebbe mai comprato il disco di Robyn.

Robyn Hitchcock cammina dunque su un altro marciapiede. Incrocia Syd su quello dirimpetto, procedono su direzioni opposte. Però si scambiano uno sguardo.

Come un’intesa.

Come di chi si sente incompreso e quando avvista uno spirito affine, lo riconosce. E ne rispetta l’unicità.

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE RADIATORS – Ghostown – 40th Anniversary Reissue (Chiswick)  

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Dieci anni fa il più conosciuto quotidiano irlandese stilò la classifica dei quaranta migliori album irlandesi di ogni epoca. Con somma sorpresa di molti, me compreso, Ghostown dei Radiators batté quasi tutti (Van Morrison, Undertones, Pogues, Whipping Boy, Thin Lizzy, Therapy?, Stiff Little Fingers, Cranberries, Divine Comedy), ad eccezione di Achtung Baby degli U2 e Loveless dei My Bloody Valentine.

Discutibile? Sicuro.

Esagerato? Certo.

Però indicativo di quanto la band di Philip Chevron (futuro chitarrista dei Pogues) abbia lasciato, almeno in patria, un ricordo indelebile.

Avrebbe detto Chevron, a pochi mesi dalla sua morte, che i suoi Radiators erano passati dal loro primo album al “loro” London Calling senza passare attraverso Give ‘em Enough Rope. E rende bene l’idea del salto (se non qualitativo, perlomeno stilistico) che i Radiators compirono da TV Tube Heart a Ghostown. Rispetto a quello, il nuovo album è in effetti, quasi un musical. Sovrastrutturato come nessuno avrebbe immaginato e perdonato in epoca punk.

Restano tenaci i legami col rock ‘n’ roll e con le armonizzazioni del beat e del power-pop ma il suono tende adesso a straboccare, ad esondare e talvolta, come in They’re Looting in the Town e nello spiaggiamento nella baia di miele di Dead the Beast, Dead the Poison, a naufragare nell’eccesso.

Oggi che arriva la sua nuova ristampa per il suo quarantennale posso dire con certezza che no, questo non è il terzo disco più bello della storia del rock irlandese, come del resto non mi riconosco in una classifica che ignora capolavori come October, If I Die, I Die o Manic Pop Thrill. Però è necessaria la memoria resti vivida e venga rinfrescata, oggi che molti di quelli che c’erano allora sono morti per potercela raccontare e che la larga parte di chi potrebbe ancora arrendersi al rock and roll non era all’epoca ancora nato.    

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro