LUCIO DALLA – Il giorno aveva cinque teste (RCA)  

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Paff…Bum, Bisogna saper perdere, 4/3/1943 e poi ancora Piazza Grande. Quindi nel 1972, per le selezioni di Sanremo dell’anno successivo Lucio Dalla decide di proporre alla commissione della kermesse sanremese L’auto targata “TO”, che è un po’ come lanciare una molotov dentro una ludoteca. Perché Sanremo è in quegli anni un acquario dove l’Italia del dopoguerra e del boom economico devono continuare a nuotare felice. Come se fuori non si fosse già iniziato a sparare, come se le fabbriche fossero ancora degli opifici dove l’eccellenza italiana rende felici non solo i consumatori ma anche gli uomini addetti alle macchine, come se davvero il benessere fosse stato spalmato equamente fra Nord e Sud e tutto lo stivale fosse stato conciato con lo stesso, lucido cuoio.

La proposta di Dalla viene ovviamente scartata. Quell’immagine di un’Italia “sventrata dalle ruspe che l’hanno divorata” e quell’altra ancora più dura dei terroni condannati “a costruire per gli altri appartamenti da cinquanta milioni” sono roba che non può passare in prima serata e che non può essere cantata su un palco davanti a gente ingioiellata che sulla pelle dei meridionali ha costruito il suo impero di capannoni industriali e di ville con piscina.

Il Lucio Dalla de L’auto targata “TO” e dell’album che la contiene è un Lucio Dalla pericoloso. Non è più il burlone dei primi anni, il saltimbanchi che sbuffa come Louis Armstrong, l’ingenuo pagliaccetto che può facilmente essere manipolato aggiustando qualche riga come era già successo con 4/3/1943. È il Lucio Dalla che ha incontrato Roberto Roversi, il pericoloso filosofo che scrive su L’officina e su Lotta Continua. È un Lucio Dalla imprudente e spietato. Un Lucio Dalla che decide di non avere scampo, di suicidarsi simbolicamente lanciandosi proprio dal tetto dell’Ariston. Il giorno aveva cinque teste racconta l’Italia del disagio, delle morti bianche, dei cadaveri rosso sangue, delle utilitarie scassate che trasportano gli operai obbligati a costruire le macchine di lusso per i nuovi padroni. Non necessariamente i loro, ma sicuramente padroni di qualcun altro, di qualche altro proletario, l’Italia delle classi sociali, dei gradini con cui il benessere è stato distribuito, altro che democraticamente spalmato. Un disco musicalmente ridondante e contorto come le tendenze della musica del continente impongono ma ricco di canzoni obliquamente convincenti come Alla fermata del tram, Passato, presente, L’operaio Gerolamo, La bambina, L’auto targata “TO”.

A Sanremo quell’anno vince Peppino Di Capri con Un amore grande e niente più.       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro