LUCIO BATTISTI – Masters #2 (Sony Music)  

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Allo scoccare della mezzanotte del 29 Settembre 2019 la libreria digitale di Spotify ha subìto l’onda d’urto del catalogo (di gran parte di esso, ma non tutto) di Battisti.

Appena due giorni prima invece, per i cultori del vecchio vinile, la Sony Music porta sui banchi dei negozi veri il secondo volume di Masters, l’operazione di restauro del vecchio materiale del cantante iniziata due anni prima. Che però, vai a capire, su Spotify non c’è. Resta di stucco, è un barbatrucco.

Giochi di prestigio a parte, la liturgia battistiana non conosce tregua.

E i fedeli si inginocchiano come i musulmani davanti a La Mecca ancora una volta. La scomparsa del cantante di Poggio Bustone lo ha redento dai suoi peccati e oggi anche chi quando lo vedeva camminare sulle acque lo accusava di essere un falso profeta, un maschilista, un misogino, un borghese, un fascio, ha deciso di assolverlo e, come Dante quando faceva l’appello o come i nazisti che indicavano la direzione agli ebrei appena scaricati dai treni della morte, hanno scelto per lui una dimora meno atroce di quella che gli auguravano in vita.

Una redenzione altrettanto approssimativa quanto le accuse di qualche decennio prima a dire il vero. Concessa senza gusto critico, prendendo per oro colato anche certo pentolame di rame e viceversa facendo di tutta l’erba “un fascio” (vi prego, fatemela passare, che aspettavo da venti anni l’occasione per usare la battuta, NdLYS) accomunando con giudizio sommario dischi dalle anime molto diverse, divergenti per progettualità, contenuto, urgenza espressiva e tematiche.

Lo fanno anche quelli della Sony, ovviamente. Anche se lo scopo di Masters non è quello di creare una raccolta omogenea dei reperti battistiani.

Lo fanno pubblicando questo cofanetto in edizione cd e vinile, penalizzando il secondo rispetto al primo, amputato di metà scaletta.

Lo fanno dando pregio al contenuto audio, rivisitato e corretto secondo le nuove tecnologie che saranno apprezzate più dagli audiofili che dall’ascoltatore comune cui invece è destinato il libretto allegato in cui gente come Franz Di Cioccio, Alberto Radius, Mara Maionchi, Renzo Arbore o Massimo Lavezzi raccontano i loro aneddoti con la lingua del cuore che però, tradotta in caratteri grafici non so da chi, diventano una sequenza di frasi dislessiche e disgrafiche che neppure i post che ci tocca leggere sui social riescono ad eguagliare. Un analfabetismo o una superficialità già annunciata da una Dolce di giorno che diventa Dolce giorno, come fosse una canzone di Mietta e che mal comprendo e mal digerisco, soprattutto per un’operazione che vorrebbe essere meticolosa e rispettosa e che invece sfiora il fantozziano.

Per lui, perfezionista e curioso come pochi, un po’ come pisciargli sulla tomba.

Il tempo di morire.

Di nuovo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro