IDLES – Joy as an Act of Resistance (Partisan)  

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La gioia come atto estremo di resistenza allo schifo che ci sommerge come merda che sgorga dal pozzo nero del mondo 2.0, quello delle derive nazionaliste, populiste, razziste, maschiliste e sovraniste. Quello per cui quello che mangio è mio e solo mio mentre quello che caco è di tutti. Quello per cui se sei considerato minoranza noi bianchi-maschi-benestanti-samaritani ti diamo una mano per raggiungere la nostra maggioranza, a patto che tu accetti di restare un sottoprodotto e che sia consapevole di essere feccia.

Questo è lo status quo, dentro cui galleggiano delle sacche di resistenza tenute lontane dai riflettori. Gli Idles di Bristol sono una di queste sacche. E il loro secondo album che sembra riadattare nel titolo il vecchio motto di Bakunin è un disco di punk lacerante, scontroso e consapevole. Senza divise di ordinanza, con le facce di una ciurma di filibustieri che una volta scesi al pub del porto si sono dimenticati di doversi nuovamente imbarcare.

Fall nel linguaggio e Clash nell’anima.

Joy as an Act of Resistance è un disco di chitarre sbrindellate e anthem tanto obliqui quanto taglienti (Danny Nedelko, I’m Scum e Colossus destinate ad accendere il pogo nei concerti, oltre che a far brillare qualche neurone nel nostro cervello, NdLYS) che ricorda nei risultati ma non nelle intenzioni quel capolavoro che fu Tournament of Hearts dei Constantines e a metà del quale gli Idles piazzano un’intima confessione di dolore come June che riesce a penetrare la pelle quanto le altre 11 coltellate, nonostante sia condotta da un organo funereo che accompagna i passi muti di Agatha, la figlia di Joe Talbot, obbligata dal destino a dover percorrere solo quelli.

Un disco che ti fa sentire per mezz’ora dalla parte giusta del mondo. Poi torneremo a fare i conti con le restanti quarantasette mezz’ore e mezza che ci restano.      

           

                                                                          Franco “Lys” Dimauro