SAVAGES – Silence Yourself (Matador)  

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Il post-punk, nelle sue forme tipiche del “dopo-punk” propriamente detto, è morto da prima che ognuna di queste quattro ragazze inglesi emettesse il primo vagito. Eppure l’influenza esercitata da band come Banshees, Gang of Four, Bauhaus, Public Image, Joy Division sulla musica delle Savages è vivida ed immensa e Silence Yourself un disco che avrebbe potuto affrontare le serate del Batcave senza temere l’agguerrita rivalità con le band del giro dark/new-wave.

Il ferale rantolio ferroso e il sepolcrale scrosciare di catene che percorre tutte le tracce di questo debutto sono assimilabili se non concettualmente, perlomeno a livello emotivo con capolavori gotici come Atrocities, Dreamtime, Join Hands, In the Flat Field. Un suono che è nervoso e spettrale allo stesso tempo, come di rabbia corrosa dalla ruggine.

C’è molta Siouxsie, dentro le canzoni di questo disco. E al primo impatto l’effetto è del tutto simile a quello del debutto dei Black Rebel Motorcycle Club, quando ci parve di rivedere in deja-vu le sagome torve di Jesus and Mary Chain. 

Ma c’è anche molta PJ Harvey, Lydia Lunch e Karen O e, quando le maglie si allargano, la catastrofe di pezzi come No Face, Hit Me o Husbands si placa e le luci si spengono un altro po’, molta Gitane DeMone. Fantasmi onnipresenti nella nostra memoria che la tavola Ouija delle Savages torna a far battere al nostro uscio, caviglie esili che trascinano catene cigolanti con cui annodarci al legno di Silence Yourself.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro