THE EASYBEATS – Volume 3 (Albert Productions)  

Il terzo capitolo discografico degli Easybeats si apre con Sorry.

Quindi le istruzioni d’uso sono queste:

Abbassare la puntina sul primo solco, rialzarla dopo due minuti e mezzo, riposizionarla sul solco iniziale. Continuare così fino a morte sopraggiunta.

Basterebbero questi due minuti e mezzo per fare di Volume 3 l’album da possedere a tutti i costi. Viaggiando per paralleli (oltre che per meridiane, visto che ci troviamo in Australia) è un po’ come quando vedi un bel paio di tette, e quella porzione di corpo ti basta per accendere il desiderio della restante parte del corpo.

Ecco, con Sorry gli Easybeats mostrano le tette. E sono due tette bellissime. Due ghiandole mammarie ruspanti, prosperose e ricche di latte beat. Due ghiandole da grattare con veemenza ma senza usare le unghie, come lo strumming della chitarra ci lascia immaginare prima di quel ritornello intoccabile, inviolabile come l’altro paradiso che le ragazze degli anni Sessanta cominciavano a mostrare ancora nascosto dietro un velo spesso di cotone bianco come zucchero filato.

Ho reso l’idea? Credo di si.

Sorry è una delle vette della produzione pop australiana di tutti i tempi. Ovvio che al suo cospetto anche la restante scaletta scompaia, nonostante pezzi come You Said That, Promised Things o Going Out of My Mind siano lì come la Madonna sull’altare di tutto il power-pop che da quella terra arriverà dagli anni Settanta in poi. Stems compresi, ovviamente.

C’è, ovvio, una dipendenza a volte eccessiva dagli zuccheri beatlesiani nella musica del quintetto australiano. Che in quel periodo è mal comune e gaudio altrettanto comune. Ma anche quando si tratta di tirar giù qualche schizzo a ricalco, pochissimi possono vantare un tratto preciso come quello degli Easybeats. Voi riuscite a farlo senza sporcarvi il bordo della mano?  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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