LA CRUS – La Crus (WEA)  

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Il metodo creativo è quello dell’hip-hop.

Ma l’inchiostro che lacrima dal calamaio dei La Crus non ha nulla a che vedere con la musica nera, anche se la loro musica nera lo è per davvero, per certi versi. Anzi, nerissima. C’è innanzi tutto il cupo riverbero della musica d’autore italiana che si consuma e strugge nel vizio, come quella di Tenco (l’amore vissuto con la consapevolezza della sua fugacità, con l’amarezza del rimpianto) e di Ciampi (la fascinazione per la vita scellerata), rivettata alla propria croce dai magli di ferro delle officine industriali mitteleuropee. E c’è poi il nero livore di gente come Nick Cave, Chet Baker, Young Gods, Death in June, Tom Waits, tutti rincorsi dal respiro affannoso e sulfureo dei cavalli dell’Apocalisse, tutti con le mascelle più avvezze alla smorfia che al sorriso.   

La musica dei La Crus si nutre di questo torbido corteggiamento della morte. La copre di lusinghe ed è ricambiata. Vive di questo amore che la imprigiona a sé. Ecco perché il suono chiave del loro disco di esordio è quello di un romanticismo narciso e claustrofobico. Si fustiga nel rumore e si lecca le ferite. Poi si china per specchiarsi in una pozzanghera di alcol e sangue.

Perverse e adulatrici, le musiche di Nera signora, Natura morta, Lontano, Soltanto un sogno, Notti bianche, La giostra, Ricomincio da qui suonano come la solenne promessa di qualcosa che è destinato a finire, scandendo il ticchettio di lancette fra un abbraccio di benvenuto e un addio.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro