DIED PRETTY – Every Brilliant Eye (Blue Mosque)  

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All’epoca della sua uscita ho odiato profondamente Every Brilliant Eye. Del resto avevo già odiato Lost e avrei continuato così per ogni album dei Died Pretty successivo a Free Dirt, che giudicavo e ancora giudico la loro vetta inarrivabile.

Ma Every Brilliant Eye lo odiavo ancora più forte, perché quando lo ebbi fra le mani mi accorsi che il nome di Frank Brunetti che sul primo album era indicato, secondo la tradizione che il gruppo a lungo conserverà, primo fra i primi, stavolta non c’era proprio. Neppure quello di Mark Lock c’era, del resto.

I Died Pretty cominciavano a diventare un affare dei soli Ron Peno e Brett Myers.

Ce n’era ancora abbastanza per spettinarsi, certo. Che quando Myers comincia a soffiare forte diventa Ezechiele e noi dei poveri porcellini. E Peno è sempre un po’ la versione da orco di Dylan e di Young.

Però…sai quando avverti che il romanzo sta prendendo una brutta piega? Ecco, Every Brilliant Eye era quel momento lì. Poi con gli anni certe intransigenze si sono smussate, avendo accatastato tante delusioni quanto metà della mia collezione di dischi. E sono diventato più accomodante.

Col senno del poi e la schiena che comincia ad apprezzare più il riposo che la fatica, il terzo disco dei Died Pretty non è affatto male. Anche perché Brunetti è andato via ma, non si sa come, ha lasciato lì le sue tastiere.

Certo, Face Toward the Sun andava sfrondata di almeno due minuti. Che la schiena è diventata quel che dicevo ma le palle sono rimaste sempre uguali. E True Fools Fall e Rue the Day girano un po’ a vuoto, con una “brillantezza” che mal si combina con i toni tempestosi e torvi di cose come Prayer, Sight Unseen, Whitlam Square, From the Belly o del vertice del disco The Underbelly.

Arrivano e portano ancora polvere, i Died Pretty. Anche adesso che la tempesta è passata da un pezzo.

      

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro