THE FEELIES – Indie Love Gods

Suona come un paradosso. Ma uno dei dischi chiave dell’indie-rock chitarristico degli anni Ottanta, è registrato senza alcun amplificatore per chitarre. E senza nessun pedale. Dettando la cifra stilistica di moltissimo rock alternativo degli anni a venire senza mai essere ripagati. Restando per sempre un disco di culto. Difficilissimo da replicare anche per loro stessi.

Pennate nervose che corrono veloci come il Beep Beep braccato da Will Coyote. E che ovviamente suonano come quell’altro Road Runner che tutti dovreste conoscere e che rappresenta uno dei primissimi canoni estetici per la band di Haledon, assieme ai Television cui spesso vengono ancora oggi paragonati.

Crazy Rhythms è però, nella sua meccanica robotica, accostabile più alla musica a scatti degli ex-compagni di scuderia Devo e al funky liofilizzato dei Talking Heads. La loro cover di Everybody’s Got Something to Hide dei Beatles, la perfetta controfigura della Satisfaction smontata dal gruppo dell’Ohio.

Musica disadorna, minimale e spasmodica, sketches in forma di canzone privati di qualunque sequenza armonica, spinti da un battito tribale (campanacci e maracas usati al posto dei consueti piatti e charleston) che sembra più intenzionato a volerli condurre sull’orlo di un baratro che sottolinearne l’andatura, cantata con una voce epurata da ogni emozione, racchiusa in una copertina che è mille miglia distante da ogni stereotipo rock. Così si presenta al mondo Crazy Rhythms nel 1980.

Certificando di fatto la nascita del college rock.

Stabilendo che i tre accordi del punk erano troppi e che i due minuti in cui erano imprigionati potevano essere invece troppo pochi.

Crazy Feelies.

 

Dopo l’esordio vitaminico di Crazy Rhythms la musica dei Feelies si flette in direzione di un guitar-rock minimalista influenzato in equal misura dai Beatles e dai Velvet Underground. E si flette in maniera così decisa che i due superstiti del gruppo madre decidono addirittura di cambiare denominazione ad ogni nuova uscita, la prima delle quali è un EP di quattro brani accreditati ai Trypes con Glenn Mercer e Bill Million affiancati da Stanley Demeski, Marc Francia, John Baumgarter, Toni Paruta e Brenda Sauter più un altro paio di collaboratori: una vera mini-truppa fotografata per esteso sulla copertina di Music for Neighbors, il disco che raccoglie quel piccolo parto di vinile assieme agli inediti del periodo. Un esercito che sembra armeggiare con fucili di plastica non appena la puntina tocca i solchi di From the Morning Glories, lunga canzone folk-rock che sembra un provino dei Jefferson Airplane.

Nonostante il gran numero di attori coinvolti, la musica dei Trypes resta disadorna anche quando (nello strumentale che dà il titolo a questa raccolta, ad esempio) sembra volersi trasformare in una mosca che gira attorno alla cacca degli Yes o quando le percussioni si agitano talmente tanto da trasformare un pezzo come The Undertow in una pizzica velvettiana. Un gusto per l’arredamento essenziale che a tratti (Belmont Girl Is Mad at Me, Friends, Force of Habit) sembra di stare nel salotto di Daniel Johnston con la consolle dei videogiochi Atari accesa.

Non molto per desiderare che i Trypes fossero molto più che uno spin-off. Abbastanza però per desiderare un ritorno dei Feelies.

 

Fatta eccezione per un paio di singoli, The Good Earth rappresenta il primo compito impegnativo di Peter Buck dei R.E.M. in veste di produttore. Non è una responsabilità da poco: i Feelies arrivano al secondo album dopo l’onda lunghissima di un disco di debutto per cui la critica musicale ha fatto man bassa di tutti gli aggettivi più lusinghieri del proprio taccuino. Un disco che segnerà l’indie-rock più di quanto si voglia ammettere e più di quanto la band stessa avesse in programma di fare.

Facile dunque?

Eh no.

Perché i Feelies nel frattempo hanno patito la prima importante defezione e la recessione dal contratto che li legava alla Stiff. E i superstiti di quella prima line-up hanno temporaneamente accantonato la sigla Feelies per mettere su un gruppo che come la band-madre suona pochissimo dal vivo ma, quando lo fa, lo fa addirittura accomodandosi su delle sedie posizionate davanti ai microfoni o in penombra, come atto di rifiuto al megalomane egocentrismo vanaglorioso e onanista del rock.

Ad alzarli in piedi e riaccendere su di loro i riflettori ci penserà Jonathan Demme, che li vuole a tutti i costi nel cast di Something Wild (riuscendoci) e che programma di realizzare un’intera pellicola su di loro (non riuscendoci).

Come se non bastasse, dopo più di un lustro, non hanno per nulla voglia di fare un Crazy Rhythms #2 pur essendo tornata la voglia di strapazzare i loro strumenti.

Dunque Peter Buck non ha compito facile. Eppure deve assolverlo. Non per mere esigenze di contratto ma quasi come pegno per aver portato la sua band ad un successo popolare mai sfiorato dai Feelies pur suonando canzoni per tanti versi identiche a quelli del gruppo che adesso sta per partorire il secondo figlio.

Il risultato ha del prodigioso. Perché i Feelies fanno delle loro piccole imperfezioni, il loro cavallo di battaglia. E queste canzoni che sembrano sul punto di sgretolarsi, tenute a malapena insieme da una chitarra acustica e da una voce che sembra quella di Jonathan Richman in un eccesso di timidezza, queste marce per soldatini di piombo e ballerine di danza classica che si corteggiano senza mai potersi scambiare un’effusione, un bacio, una carezza, queste canzoni che sembrano svolazzare nel volo tutto scoordinato e diagonale che è proprio delle farfalle sembrano dirci che la bellezza è nelle piccole cose.

Nelle piccole cose senza senso.

Nelle piccole mosse sgraziate.

Nei sorrisi in cui dei denti si mostra l’asimmetria e non la bianchezza.

Nel bacio che non conosce remore.

Nella folle corsa verso un abbraccio.

Anche quando per raggiungerlo siamo goffi, purchè si sia pronti a cadere.

 

Gli Yung Wu sono i Trypes che tornano a suonare come i Feelies, dietro un separé da ombre cinesi. Però quando passa una cosa come Spinning le riconosci eccome quelle sagome, anche se adesso la voce narrante dello spettacolo è quella di Dave Weckerman.

Shore Leave è a tutti gli effetti una costola strappata a The Good Earth, anche se la scelta della “mascherata” giapponese permette al gruppo di smarcarsi dalle aspettative che il ritorno in scena di quell’altro si era trascinate dietro.

Sempre che ai Feelies, ai Trypes, ai Willies, agli Yung Wu o come diavolo vogliono farsi chiamare interessi qualcosa, cosa di cui non sarei tanto certo.

Però Shore Leave appare più votato al disimpegno rispetto a The Good Earth, alla divertita jam da cantina, con adeguata scelta di cover di circostanza (Big Day, Child of the Moon, Powderfinger) col dito indice che indica la luna e quello medio che indica voi.

Neil Young li guarda dalla spiaggia.

Di spalle.

 

Ci sarà un paradiso per i Feelies.

Per raccogliere altrove quel che qui hanno seminato e non han raccolto.

I Feelies calpestano le terre d’America, posano in fattorie, ranch e case coloniche. Sono dentro l’immaginario americano ma non ne fanno parte. Sono quasi un elemento di disturbo. Artisticamente sono l’eterna promessa non mantenuta. Per Only Life è la A&M ad investire su quella promessa che raccoglie l’eredità dei Velvet e dei Modern Lovers. Anzi no, come dicevo, non raccoglie: semina. Come una famiglia giudea che aspetta la sua terra promessa, una volta che Lou Reed e Jonathan Richman hanno separato i mari.

Nel frattempo continuano a scampanellare le loro chitarre come in una danza della pioggia che invochi una doccia di gocce paisley con cui ci si inzuppa i vestiti già con It’s Only Life e Too Much, fino ad ingrossare le acque del fiume in cui si bagnavano i piedi i primi R.E.M. e riaffiori l’eco di quel “mormorio” su Deep Fascination.

E noi si resta lì, anche quando nelle tracce conclusive del disco quella pioggia si trasforma in una piccola tempesta di spilli velvetiani. A lasciarci stupire e trafiggere.

 

Fra tutti i miei dischi dei Feelies, Time for a Witness è quello che salta di più.

Segno di ripetuti passaggi sul mio impianto stereo.

Disco accesissimo che se parte ancora una volta dai Velvet Underground, è dalle parti dei Modern Lovers che finisce. Anzi, a voler leggere la scaletta, addirittura in zona Stooges. Non vi tragga in inganno però la Real Cool Time scelta per chiudere la scaletta, perché qui siamo pur sempre dentro un disco dei Feelies. A mio parere addirittura dentro il miglior disco dei Feelies, anche se vi vedo già a sfogliare chili e chili di enciclopedie sugli album del secolo e del millennio e vi sorprendo spaesati a masturbarvi ancora con la copertina di Crazy Rhythms in mano.

Ora, fate pure quel che volete col vostro uccello, però concedetevi il piacere di un disco veramente lussurioso, straripante di chitarre e campanacci, di canzoni come Sooner or Later, Time for a Witness, Decide, Doin’ It Again, Waiting che nel frattempo band come R.E.M., Yo La Tengo o Replacements, analogamente a Lou Reed e Jonathan Richman, hanno dimenticato come si scrivono e che invece Bill Million e Glenn Mercer no.

Se i Feelies cercavano un buon testimone per il loro quarto album, eccomi. Sono pronto.

 

“È troppo tardi per farlo di nuovo? O avremmo dovuto aspettare per altri dieci anni? Nessuno lo sa eppure pare importi a tutti, tutti chiedono delle risposte alle loro preghiere”

I primi versi di Here Before sembrano fortemente autobiografici.

Di decenni ne sono passati addirittura due fra Time for a Witness e Here Before. Venti anni in cui, è vero, una risposta a qualche preghiera l’attendevamo.

Il tempo. Una variabile variabilissima nella storia dei Feelies che torna come protagonista assoluto di questo nuovo album, in un intricato labirinto lessicale dove il tempo ha funzione ora di attesa, ora di rinvio, ora di arrivo, ora di ritorno, ora di successione, ora di interruzione di eventi. Ma l’evento nell’evento è ovviamente un nuovo disco dei Feelies, ormai diventati la versione professionale di loro stessi, con canzoni ben curate, dinamiche, energiche, ineccepibili dal punto di vista formale e melodico come ben dimostrano cose come Way Down, Time Is Right, Should Be Gone e Nobody Knows. Che ammiccano ora ai Byrds con uno sguardo appena meno torvo di quello di J Mascis e ai Velvet sempre meno, seppure non si neghino neppure stavolta ad un omaggio velato ai loro raga con On and On.

Resta però, ai margini di un atteso e graditissimo ritorno, un velo di ripetitività nelle soluzioni melodiche, avvertibile soprattutto quando l’impianto sonoro sceglie di fare a meno dell’elettricità che percorre la gran parte del disco, come nelle noiose paludi di Here Before e So Far che lungi da stemperare la piacevolissima corrente che percorre il disco, ne inquina le acque.

 

Facciamo che lo ascoltiamo dalla fine. Che tanto, finita l’era del supporto fisico, con un “disco” puoi farci quello che cazzo vuoi.

Facciamo che prendiamo In Between e lo ascoltiamo dalla title-track. Non mentre passeggia in una giornata di sole ma mentre viene sferzata dalla tempesta. Che anche nel New Jersey il tempo è capriccioso ormai. E l’uragano può essere dietro l’angolo. O alla fine di un album che sembrava destinato ad avere il passo compassato di chi porta il cane a pisciare e nel frattempo si guarda le notifiche sullo smartphone. Che tanto non piove e lo schermo non si bagna.

Facciamo che lo ascoltiamo da lì e che ci piace.

Facciamo che ci sentiamo i Wire e che magari non lo diciamo.

Facciamo che ci sentiamo i Jesus and Mary Chain e non lo diciamo.

Facciamo che poi dal quarto minuto ci sentiamo i Velvet Underground e allora lo diciamo, perché quando si parla dei Feelies che fai, non parli dei Velvet Underground? Dell’eredità lasciata in buone mani, dell’elettricità che esce fuori dai cavi, della nascita del college-rock e dell’attitudine indie?

Facciamo però che poi andiamo a cercare fra le altre dieci canzoni e ci scopriamo a nostro agio dentro un disco di miniature di Lou Reed, di Tom Verlaine, di Josh Haden, di Peter Buck. Che finiamo per cedere alla voglia di camminare dentro un viaggio quieto e senza imprevisti, e abbandonarci alle lusinghe e alle promesse del tempo (non per niente la parola più ricorrente dell’album, assieme al verbo andare e alle sue coniugazioni), pure se sappiamo che verremo presi per il culo ancora una volta.

Non dai Feelies, ma da altri aguzzini con facce ugualmente amichevoli.

 

Franco “Lys” Dimauro

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