ROSE TATTOO – Assault & Battery (Albert Productions)  

Ok ok, gli ACϟDC erano i primi della classe.

I Rose Tattoo invece erano i ripetenti.

Niente divisa da scolaretto per Peter Wells. Per lui solo un bottleneck di metallo da calzare perennemente sul dito medio, come un profilattico d’acciaio.

Per Angry Anderson invece solo abiti proletari. Salopette jeansate, bretelle, magliette unte, canottiere, tatuaggi, jeans coi risvolti, scarponcini da lavoro. Un apprendista da officina in libera uscita. Del resto, come canta su Assault & Battery  “I’m just a workin’ man, I’m just a workin’ man”, no?

O molto più verosimilmente uno skin che passeggia inquieto nel cortile di un qualche riformatorio, accompagnandosi con altri poco di buono. Del resto, come canta sempre lì dove ho detto: “The charge was assault & battery ad they dragged me off to jail”, no? Tutto vero, dunque.

Con gli ACϟDC condividono però molte cose: la città di provenienza, l’etichetta discografica, il team di produttori e non ultimo un amore viscerale per i riff rock ‘n’ roll ad altissimo volume. Quelli dei Rose Tattoo sembrano però pattinare sul ghiaccio. Merito della chitarra slide di Wells che li trascina sulla pista fino allo sfinimento, che in questo secondo album è rappresentato da Suicide City.  

C’è però questa condizione “da fuorilegge” che li avvicina nelle intenzioni ma non nei risultati, ai Motörhead. Hard-rockers che piacciono più ai punk che ai metallari, tanto che anni dopo i loro dischi verranno ristampati da un’etichetta come la Captain Oi!. Ma che in realtà non piacciono mai davvero ne’ agli uni ne’ agli altri.

Assault & Battery fallisce infatti il secondo tentativo di imporre i Rose Tattoo, lasciando la band di Sydney per sempre ai margini della storia, in barba a tutte quelle concilianti cose che ho scritto prima.

Come i Dictators, come i Flamin’ Groovies cacciati dall’aula con l’accusa infamante di aver copiato durante il compito in classe e di aver sputato per terra all’ennesima nota sul registro. Rimasti nei corridoi a far festa coi bidelli e mai più rientrati.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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