AREA – Arbeit Macht Frei (Cramps)

Tra le cose che fanno male, alcune fanno più male di altre.

Gli Area hanno fatto male, malissimo.

Senza abusare di retorica, strisciando sottili.

Fuori dalle righe, cani sciolti che ancora oggi nessuno osa far rientrare in alcun recinto. Troppo veri per essere una cartolina degli anni Settanta da mostrare in tivù.

Gli Area non rappresentavano gli anni ‘70, ma ERANO gli anni ‘70.

Unico gruppo italiano specchio dei propri tempi. Capace di confrontarsi con la politica e le avanguardie musicali occidentali e mediterranee, orgoglioso di iniziare la carriera tra le teche futuriste della Biennale di Parigi, proseguirla negli ospedali psichiatrici e chiuderla tra i sacchi a pelo di Parco Lambro.

Non erano un gruppo fusion.

Non erano un gruppo rock.

Non erano un gruppo d’avanguardia e neppure un gruppo folk.

Non erano un gruppo prog. E neppure un gruppo di musica etnica.

E non erano neppure un gruppo POP, per come lo si intende comunemente. Malgrado il termine POP fosse messo in bella mostra a fianco al loro nome.

Gli Area erano tutto questo e molto, molto di più.

E se tutto questo potrebbe farvi pensare che gli Area piacessero o potessero piacere a tutti, sbagliate di grosso.

Gli Area non piacevano quasi a nessuno, nonostante i loro concerti traboccassero di gente. Gente che era andata ai loro happenings perché, nell’abile strategia di marketing messa su da Gianni Sassi e Demetrio Stratos, la macchina degli Area rappresentava un’adesione incondizionata ad una identità culturale e politica estremista e sovversiva. Gli Area erano il collante di tutto il “movimento” degli anni Settanta: comunisti, radicali, anarchici, tesserati di Lotta Continua, del Potere Operaio, dell’Autonomia Operaia, femministe, hippy, simpatizzanti delle brigate rosse, cani sciolti, proletari, universitari, situazionisti. Gli Area riunivano tutti sotto una bandiera comune. Usando simbologie e allegorie. Senza mai cantare uno slogan che sia uno. Senza affogare nella palude della propaganda. Destrutturando oltre che la musica anche le parole. Rendendo il messaggio “cifrato”.

Senza cercare alcun consenso.

Prendendosi fischi, bottigliate, insulti e sputi anche dal pubblico che avrebbe dovuto sostenerli. Un pubblico che continuerà per anni a richiedere ai concerti Luglio, Agosto, Settembre (nero). E loro, gli Area, continuando a negargliela.

Fottendosene.

Gli Area attraversarono tutti gli anni Settanta trascinandosi dietro tutta la polvere di quegli anni. Che era soprattutto polvere di piombo. Ma non per colpa loro.

Di quegli anni gli Area restano l’emblema più vivido e sconcertante.

Gianni Sassi e Demetrio Stratos si conoscono nel 1972, quando il primo decide di affiancare al lavoro di grafico pubblicitario quello di discografico, talent-scout e diffusore di musica di avanguardia e il secondo si è appena unito ad una band fusion che ha grande perizia tecnica ma soffre a trovare una sua vera identità, in quel calderone che ribolle di nomi come Nucleus o Weather Report. Sono due pianeti simili nella galassia in fermento della Milano dei primi anni Settanta. E sono destinati a scontrarsi o fondersi in un pianeta ancora più grande. Come infatti accadrà.

A “costruire” l’identità che ancora manca al gruppo meneghino ci pensa Gianni Sassi, mettendo in piedi una operazione di marketing che neppure Malcolm McLaren sarebbe riuscito ad allestire con tale perizia. Lavorando sopra di loro, assieme a loro. Perché gli Area e Sassi in quel periodo sono una famiglia. Si confrontano faccia a faccia sui temi scottanti di cronaca e attualità, ma anche su storia, religione, geopolitica, diritti civili. La loro sala prove e gli studi della Cramps si trasformano di volta in volta in officina, in circolo culturale, in assemblea sindacale, in un’aula magna o in una seduta di training autogeno.

Ma lavorando anche sul pubblico che li deve accogliere e che deve propagandarne il messaggio, finendo per distribuire bandiere rosse da sventolare al vento quando passa la telecamera ad inquadrare quella folla in realtà molto distratta che li guarda sgomenti esibirsi sul palco del Festival di Parco Lambro. Manipolando a suo piacimento e secondo sua necessità le masse, per quanto piccole fossero.

Perché, una volta costruiti gli Area, bisognava costruire il loro pubblico.

 

Arbeit Macht Frei è il coraggioso titolo che inaugura il catalogo del Frankenstein verde che Sassi e il socio Sergio Albergone si sono scelti come logo.

Parole e immagini, create ad arte da Gianni “Frankenstein” Sassi marcano l’”area” dentro cui si muove il gruppo milanese. Fascismo, comunismo, cattolicesimo, guerra, privazione della libertà, imperialismo culturale e musicale, lotta armata (la famosa, cruda sagoma di cartone che ritrae la rivoltella di Gaetano Bresci allegata al disco). Gli Area parlano di tutte queste e di molte altre cose, senza nominarne mai alcuna.

Visivamente d’impatto l’artwork realizzato con cura maniacale da Gianni Sassi dando fondo alla sua collezione di oggettistica e pronto a richiamare iconograficamente, soprattutto nello scatto interno, i concetti espressi dentro il disco. Stranamente, vista l’attenzione certosina che il grafico milanese spendeva nella creazione delle sue opere, il cognome di Demetrio viene amputato dalla erre e presentato alla storia come Statos, in un refuso che deve aver pesato sull’orgoglio di Sassi molto più di quanto potesse sembrare. 

Musicalmente l’impronta prog-jazz è fortissima. Ma è una Canterbury che plana sull’Anatolia, tra Cipro, Efeso e Smirne. Che si contamina con la musica contemporanea, con le svisate free, col rumorismo, con le musiche balcaniche e mediorientali, con la democrazia della musica dodecafonica dove nessuna nota è sovrana e tutte lo sono.

Velenoso, caustico, ardito, ingegnoso: Arbeit Macht Frei è un disco di rottura.

Un disco veramente libero da ogni prigione culturale e stilistica.

Ecco perchè, parafrasando me stesso, “tra le cose che fanno paura, alcune fanno più paura di altre“: ancora oggi, 16 Maggio 2020, se postate la copertina del loro disco su Facebook sarete segnalati alla polizia postale per aver postato qualcosa su “un’organizzazione pericolosa”.

Al secondo tentativo, vi verrà bloccato l’account.

Perchè il lavoro vi dà la libertà.

La Rete se la riprende.

Franco “Lys” Dimauro 

 

 

 

2 thoughts on “AREA – Arbeit Macht Frei (Cramps)

  1. L’arte di provocare non fine a se stessa, ma con dei contenuti musicali e culturali.
    Un titolo come un pugno nella faccia e un inizio dolcissimo con la voce di una ragazza palestinese che recita in arabo una poesia di pace e d’amore, per poi lasciare campo alla potenza di Demetrio Stratos che canta sull’aria di un motivo popolare macedone.

    Piace a 1 persona

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