THE BIRDMEN OF ALKATRAZ – Gargolle alate

Suppongo che molti sconoscano, per semplici ragioni anagrafiche, i Birdmen of Alkatraz. A loro dirò, molto semplicemente, che si trattava del più GRANDE gruppo neopsichedelico partorito dalla scena filo-sixties italiana durante gli anni Ottanta.

Non uno tra i migliori ma IL MIGLIORE in assoluto.

Tecnicamente, culturalmente, intellettualmente, musicalmente un vertice mai più raggiunto.

Ne’ allora ne’ mai.

 

Diciassette canzoni. Tante da poter riempire due facciate intere di quelle che allora erano chiamate C90, le cassette da novanta minuti che pochi debuttanti potevano legittimamente riempire senza il rischio di far sbadigliare i giornalisti cui venivano inviate per “far girare” il nome, finendo spesso per far girare ben altro. I Birdmen of Alkatraz potevano permetterselo anche perché non erano dei debuttanti assoluti: due di loro provenivano infatti dai grandi Useless Boys che proprio due anni prima avevano fatto la medesima operazione inviando ai giornalisti di settore Dream’s Dust Factory, preziosissima demotape di una band che non aveva paura di dividere il palco con i temibili mostri a cresta della scena hardcore toscana ma che su nastro aveva già deposto le uova di quello che, finita l’avventura, era diventato il suono dei Birdmen of Alkatraz di Maurizio Curadi e Daniele Caputo e che si ravvisava già in pezzi di psichedelia riverberata e tribale come First Born, Courtyard o Loss of the Soul, chiaramente filiale a quella dei 13th Floor Elevators.

La demotape della nuova band di Curadi e Caputo, ora assestatisi a quartetto con l’ingresso di Gianfranco Migliaccio al basso e Marcello Ventura alla seconda chitarra era in realtà per gran parte niente altro che la documentazione di una serata live particolarmente ispirata registrata a Fidenza il 25 Maggio del 1985 e che come tale verrà poi messa su compact disc quindici anni dopo nella collana Psychedelic Series della AUA. Dodici brani, in larga parte brandelli di amore di Daniele Caputo per gente come Lollipop Shoppe, Elevators, Bo Diddley, Love a anche un salto nel passato allora prossimo degli Useless Boys. Bravi da piangere.

Cosa che, vista la reperibilità praticamente pari a zero del loro materiale vintage (un 12″ e un LP usciti per due etichette ormai sepolte dalla storia) diventerà l’unico modo per correre ai ripari (oltre a quella di avventarsi sugli scaffali di qualche Fiera del Disco) e assicurarsi qualcosa della band pisana facendo un salto indietro di sedici anni, con la storica prima formazione che vedeva ancora Marcello Ventura e Maurizio Curadi contendersi le chitarre (il primo continuerà a scrivere da solista, il secondo formerà i grandi Steeple Jack, NdLYS), ormai ad un passo dall’esordio discografico ufficiale che sarebbe arrivato a breve proprio grazie a quel nastro.  

In coda a quell’esibizione infatti la formazione toscana si divertiva registrando in studio tre classici del blues e due originali. Uno dei quali verrà preso con delicatezza dalle mani sapienti dell’ostetrico Claudio Sorge per posizionarlo nel cullino termico della scena neo-psichedelica italiana Eighties Colours. Una canzone che, partendo dal jungle-beat di Bo Diddley e dalle chitarre acide dei Quicksilver Messenger Service si avventurava nel labirinto del cervello contorto di Charles Manson e che qui vi invito ufficialmente a riscoprire in tutta la sua austerità lisergica: credo che mai più nessuno scriverà una canzone così.

   

In Italia accadono grandi cose, nella metà degli anni Ottanta.

Una delle più portentose viene messa a fermentare all’ombra della torre di Pisa e imbottigliata a Pavia. Si chiamava Glidin’ Off e la stappammo per il Natale del 1986.

Veniva dalle cantine dei Birdmen of Alkatraz, dai cui fatati vigneti avevamo già assaggiato la magica effervescenza di una cosa come Song for the Convict Charlie.

Su Glidin’ Off i Birdmen of Alkatraz riuscivano formidabilmente a replicare quell’incanto, quel maleficio capace di riportare indietro le lancette nel tempo e nello spazio distribuendone le spore su tre canzoni che dei fiori psichedelici di cui essi si erano cibati avidamente come api operose sembrava adesso ne avessero fatto del miele sublime.

Furono loro ad iniziare tanti, me incluso, alla comprensione di alcuni dei testi più pregiati ed enigmatici del rock acido di venti anni prima raffinando quel recupero dell’immenso archivio degli anni Sessanta iniziato dalle formazioni Paisley americane e poi dalle garage-band del vecchio e nuovo continente, concedendosi il lusso di allargare la forbice ad imbuto per lasciare confluire dentro il loro cilindro il blues primordiale di Robert Johnson, il suono della giungla di Mastro Bo Diddley, le muffe post-psichedeliche dei primi anni Settanta. E lo fecero con questo distillato che ancora oggi riesce a spandere vapori e regalare sensazioni olfattive, visive, percettive di stordente, aggrovigliata bellezza.

Quattro uomini dalla testa di pennuto si alzano come colossi dell’antichità dal paesaggio spettrale dell’isola di Alcatraz, puntando i becchi al cielo. 

È uno degli ultimi lavori “commissionati” al grande Rick Griffin, attraverso un ponte italo-americano tirato su da Aldo Pedron del Buscadero e Chris Darrow dei Kaleidoscope. Unici italiani a fregiarsi di quel nome sulla copertina di un loro disco sono i pisani Birdmen of Alkatraz, giunti a From the Birdcage dopo aver attraversato una giungla di problemi di ego (che si “placheranno” con la dipartita di Maurizio Curadi e la nascita degli altrettanto genialoidi Steeple Jack) e di ordine contrattuale (la band abbandonerà la Electric Eye per accasarsi nella geograficamente più a portata di mano Contempo).  

Anche stavolta, nonostante il lavoro di produzione sembri in qualche modo “pietrificare” la sezione ritmica e tendere a soffocare i vapori lisergici, i Birdmen of Alkatraz ci accompagnano in una scala a chiocciola che ci porta direttamente nel cuore della psichedelia californiana e texana dei sixties. Una visione spiroidale e circoncentrica ampliata dagli intrecci di due chitarre che pur conservando i tratti salienti del rock acido di due decenni prima, li proietta in una dimensione onirica para-fantastica e pre-apocalittica (Lord of FliesPuzzle of a Downfall ChildHarsheness Day) che, unita all’immaginario evocato dal nome di battesimo scelto dal quartetto pisano, ne accresce il senso di vertigine e prefigura certa distopia steampunk che verrà codificata da lì a breve.

Più distesa appare la “sezione” dedicata alle cover, ben quattro, che fanno da corollario ai pezzi scritti da Daniele Caputo e Francesco Bocciardi, neo-acquisto della band assieme al bravissimo Stefano Magni, autentico “reduce” del beat anni Sessanta tra le fila de Gli Evangelisti. Rese con perizia magistrale e scioltezza da fuoriclasse.

Quello che i Birdmen erano, con buona pace di quanti cercavano all’estero quello che lasciammo marcire in patria.

Grazie Birdmen. Per esservi presi cura di noi come Stroud dei suoi canarini.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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