THE BOGEYMEN – Introducing The Bogeymen (Dig!)  

0

I fans francesi dei Prisoners saranno ben lieti di poter asciugare le loro lacrime senza muoversi dalla loro amatissima patria: Laurent Bauer (voce, chitarra, organo e armonica), Yves Le Diraison (basso) e Oliver Quinot (batteria) esordiscono con un album che raccoglie parte dell’eredità del gruppo di Allan Crockford e Graham Day, infettandolo peraltro con una buona dose di R ‘n B bianco alla maniera dei primi Creeps e spostando spesso l’asse verso certa soul music come la suonavano gli Action, gli Small Faces e gli Artwoods nei medi anni Sessanta.  

Il risultato ha del prodigioso e candida i Bogeymen allo scettro di miglior formazione neo-sixties francese degli anni Novanta.

Dodici pezzi originali che mettono il becco e il culo nella pastoia del garage impastato di northern soul e Hammond-beat.

Roba che vi imbratta di nero i vestiti e vi fa saltare i tre bottoni della vostra bum freezer.

Vespa power forever.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

 

Annunci

LIAM GALLAGHER – As You Were (Warner Bros.)  

0

Che i fratelli Gallagher fossero uno la stampella dell’altro è fatto risaputo.

Tornando ai paragoni ereditari con gli Smiths, Noel è Marr e Liam Morrissey. Come l’ex cantante degli altri mancuniani ha sempre bisogno che per scrivere un pezzo gli venga in soccorso qualcuno. Lui si limita a metterci la sua faccia ingombrante e qualche vezzo da rockstar. E il nome, ingombrante anch’esso.   

As You Were lo vede riappropriarsi proprio di questa identità, dopo la veloce parabola Beady Eye. Lo fa prendendone i meriti ma anche i rischi, che è cosciente di non essere simpatico a tanti. E lo fa sapendo che ascoltatori e critica cercheranno, ascoltando il suo disco solista, di rispondere a una sola domanda: “quanto Oasis c’è nelle nuove canzoni?”.

E dunque non ve lo rivelerò, che non è il mio gioco.

Vi dirò in maniera altrettanto banale che As You Were è un disco che, pur nei suoi mille richiami (non necessariamente agli Oasis, ma a tutta un’attitudine british che parte da Ray Davies e attraversa gli anni grazie a nomi come Stone Roses, Stereophonics, Ocean Colour Scene, Verve, Charlatans, Suede e, anche se so che vi fa male sentirlo, Robbie Williams) funziona.

C’è un’aria vagamente glam che percorre i momenti migliori del disco (Greedy Soul, You Better Run, Doesn’t Have to Be That Way, I Get By) e che bilancia una lista di ballate che ne sarebbe bastata la metà. E ci sono anche delle paludi di stanca in cui si galleggia a fatica, facendo qualche bracciata che ci salvi dai mulinelli che rischiano di tirarci giù (Chinatown, I Never Wanna Be Like You, When I’m in Need sono prive di alcun guizzo creativo e girano attorno al bruco di un’idea che non è riuscita a diventare farfalla), mettendo a nudo la natura imperfetta ed incompleta del suo autore come io metto a nudo la mia.

Voi quando farete lo stesso con la vostra?  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

ST. PHILLIP‘S ESCALATOR – Elevation (Teen Sound)      

0

Solo sei canzoni, stavolta.

Ma la fame dopo quasi dieci anni di astinenza da quell’abbagliante album che fu Endless Trip… era talmente tanta, che ce le facciamo bastare. Rispetto al disco di debutto questo nuovo lavoro punta più all’heavy blues e alla passione per Ted Nugent della quale la band di Rochester non ha mai fatto mistero anche se la Sick on You d’apertura inneggia ancora una volta a quel garage lordato di asfalto e piscio raffermo che fu dei Chesterfield Kings dei tardi anni Ottanta ed è ancora una volta un gran bel sentire. Ma già la successiva South 4th Street Blues ci riannoda gli intestini attorno al budello dei Blue Cheer le cui sagome riappaiono più torbide che mai su Rebel City, stavolta sovrapposte a quelle degli Stooges, riportando alla mente quell’altra band misconosciuta che furono i Black Moses. Altrettanto belle le restanti tracce, con i lampi hendrixiani di Overload e quella magnifica muffin psichedelica di Elevation che sembra raccordare gli Stones del ’67 e gli Elevators più folk mentre Drone pare voler replicare la stessa magia mescolando Chocolate Watch Band e Velvet Underground, riuscendoci solo parzialmente e atterrando proprio quando sembra sollevarsi in volo.

Se è solo un assaggio di qualcosa che i (t)Re di Rochester tengono ancora in forno, non vedo l’ora di scottarmi le dita.        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PINK FLOYD – Animals (Harvest)  

0

Con gli incassi astronomici di Dark Side of the Moon e Wish You Were Here i Pink Floyd si concedono il lusso di comprare un grande edificio di proprietà della Chiesa di San Giacomo situata sulla Britannia Row, nella zona nord di Londra e di allestire il proprio studio personale. Lì dentro, mentre Johnny Rotten passeggia con la sua T-shirt con cui rivela ai coetanei il suo odio per i Pink Floyd, prendono forma a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, Animals e Music for Pleasure, il secondo album dei Damned prodotto da Nick Mason (che presto rileverà l’intero studio di registrazione), a dimostrazione che l’odio per i dinosauri del rock non era poi così viscerale e che la rabbia verso la politica e le istituzioni cova con il medesimo disgusto anche su nidi apparentemente lontani anni luce gli uni dagli altri.

Animals è un disco dai toni plumbei, asfissianti tipici della produzione artistica firmata Roger Waters. Mostra una società soggiogata dai poteri forti, orwelliana, non più divisa per classi sociali ma per branchi, mandrie, greggi. Una mutazione antropologica ispirata da quella descritta proprio da George Orwell su Animal Farm e che Waters sfrutta come immagine allegorica per raccontare un’Inghilterra schiacciata tra l’impennata del National Front e le rivendicazioni sociali della working class che spaccano in due una nazione provata dalla crisi economica del 1976. In mezzo a questi due fronti vive la borghesia, ammansita dalla televisione usata come nuovo veicolo di dominio di massa e vivono i figli scontenti di quella borghesia, annoiati da tutto, privati di un futuro che non riescono a immaginare ne’ in fabbrica ne’ in salotto a condividere con mamme e papà l’ennesima puntata di Coronation Street, di The Good Life o di Crossroads.

Fazioni che non dialogano più tra di loro.

Come forse succede anche dentro i Pink Floyd. Che sono la scomposizione del quattro in numeri primi. Ma che sono capaci di assecondare il frastuono delle parolacce scagliate da Waters lungo le tre canzoni lunghissime che rappresentano il vero cuore del disco, piene di versi di animali reali o plagiati (la chitarra di Gilmour che imita il suono dei gabbiani su Pigs o il chiocciare di una gallina su Dogs oppure il synth di Wright che nella parte centrale di Sheep sembra riprodurre il canto delle balene in cattività). Non più il giardino delle delizie di Ummagumma, ma uno zoo post-industriale di animali ammansiti che grufolano nel trogolo dove hanno messo a macerare la loro libertà.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GIORGIO GABER – I Borghesi (Carosello)  

0

La produzione di album in studio di Giorgio Gaber è numericamente davvero risibile, a dimostrazione di come quella canzonettistica sia diventata, dopo gli anni Sessanta, un’attività del tutto marginale negli interessi e nei mezzi espressivi dell’artista lombardo. Il formato canzone si adatta in effetti malamente ad una forza comunicativa in cui pause, cambi di tono, mimica, silenzi, invettive, esplosioni di rabbia, urla, gestualità hanno un’importanza espressiva basilare. Quella di “recitar cantando” era diventata insomma per Gaber la formula vincente e anche a livello strettamente musicale, il suo amore per la fusion, per il funk, per la musica etnica e per i dischi percussivi non avrebbe mai veramente attecchito in maniera decisiva, cedendo il passo a musiche non proprio meravigliose e pesantemente retrò, alla stregua degli chansonnier francesi da lui sempre amati e celebrati, come in questo caso. In studio insomma Gaber sembra quasi sempre parecchio svogliato e pare non riservare al suo “repertorio” la stessa cura che dedica ai suoi monologhi.

Ma non è così, ovviamente. Perché per I Borghesi Gaber utilizza un piccolo accorgimento stilistico bivalente: la scelta di “tagliare” dal testo le parole che per ovvia assonanza di rime dovrebbero “chiudere” il verso da un lato sembra disinnescare il potere evocativo di quelle stesse parole ma in realtà ne acuiscono il valore e, sottraendolo all’autore, lo donano totalmente all’ascoltatore. È un trucco che viene subito sfruttato nel famoso ritornello del pezzo che intitola l’album (la “parola mancante” ma la cui presenza è tuttavia vibrante, è “coglioni”) così come nella successiva Ora che non sono più innamorato, dove la parola amore si inabissa assieme alla passione dei due protagonisti ma ancora più avanti, su Evasione, Gaber si prende la libertà di definire un amore paragonandolo a qualcosa che non si prende la briga di definire lasciando questa facoltà all’ascoltatore. Che è anche un atto democratico. Forse il supremo atto democratico di un autore di testi. Che strappa applausi a scena aperta anche da quella fetta di pubblico del quale si diverte ad evidenziare tic e magagne, malcostume e ipocrisie. Senza deriderla. Limitandosi a descriverla nelle sue peculiarità, come in quel gioiello che è Che bella gente o, un po’ più in là, su L’uomo sferaubbidiente riflessivo indifeso inoffensivo debole meschino vigliacco inchinato prostrato sudato consenziente affaticato”, l’uomo “inserito” e prostrato davanti al Dio Sistema, imborghesito e imbavagliato, ormai buono per scalciare sotto le coperte di casa per ventinove giorni al mese, abbandonandosi ogni 27 alle gioie della paga e del sesso domestico. Rigorosamente in posizione da cattolico osservante.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

XTC – Go 2 (Virgin)  

0

È probabilmente la follia alla Devo di Meccanick Dancing che apre il secondo album degli XTC a far innamorare perdutamente Brian Eno della formazione di Andy Patridge e Colin Moulding. Un corteggiamento a tutti gli effetti contraccambiato, celebrato proprio qui dentro nel bellissimo tormento (e unica genialata del disco, a dirla tutta) di Battery Brides (Andy Paints Brian) e con la scelta di Eno come candidato alla produzione. Opzione poi declinata in realtà dallo stesso musicista, salvo aver rivelato a posteriori che quella degli XTC era l’unica formazione di cui avesse mai voluto fare parte.

Bizzarrie da musicisti bizzarri. Gli uni e gli altri, ovviamente.

Go 2 è, in questo, degno seguito del debutto di pochi mesi prima, coi suoi ritmi in levare che sembrano fare il verso alla 2-tone e allo skattante pub-rock di Costello e che sembrano dirti che ogni giorno è buono per morire, purché non sia quello in cui stai ascoltando un disco degli XTC. L’effetto immediato è in realtà quello che la formazione del South West sia solo un branco di scimmiette intente a farsi beffe di tutti, loro compresi e che se il corso degli eventi li avesse cancellati alla fine di quell’anno, di loro sarebbe rimasta solo l’impronta dell’ennesima sventurata band new-wave sepolta dalla storia. Così non è stato, per destino, fato o intervento divino che sia. E gli XTC sarebbero diventati una delle pietre angolari di tutta la musica inglese a venire.  

     

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

GIOVANNI LINDO FERRETTI – Co.Dex (Black Out)  

0

Giovanni Ferretti si taglia le mani con la musica elettronica.

E sanguina.

Copioso sanguina.

Impreca e sanguina.

Co.Dex è il Ferretti costretto da Eraldo Bernocchi a recitare se stesso mentre le sue macchine gli stringono la gola, come era già successo al Raiz degli Almamegretta con Corpus, il Ferretti che declama mezze certezze sulla vita, a metà strada fra un comizio di piazza, l’altoparlante di un supermercato, la voce guida di una radio di partito.  

Il Ferretti esiliato dai compagni, orfano di progetti condivisi, rannicchiato come un monarca deposto dal trono e intento a raccontare di quel che i suoi occhi hanno visto o hanno bramato di vedere, mentre Bernocchi lancia uno, due, dieci, cento (Warum) o una pioggia (Codice) di coltelli attorno alla sua sagoma, costringendolo al riparo.

Della rurale bellezza dei C.S.I. non rimane nulla, ed è giusto che sia così. Semmai pare a volte un ritorno alle asprezze acerbe e artigianali dei primi CCCP, nonostante totalmente diverso sia il sillabario esposto e il meccano usato per alloggiarlo.

Co.Dex è un disco che riesce a dare fastidio, come un aculeo sulle nostre natiche agiate.

Come di qualcuno che avrebbe potuto adagiarsi sugli allori e invece ha scelto le ortiche.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SALMO – Playlist (Sony Music)  

0

Meno arrabbiato e più consapevole delle sue capacità (artistiche ma anche carismatiche e di marketing), il buon Salmo mette in piedi il disco destinato a conquistare anche il pubblico dei bimbiminkia, in virtù dei featuring azzeccati e dei suoni a la page che tendono la “trap”pola per attirarli nella sua tela di ragno, fino a sfociare nel footwork ossessivo di Ora che fai?. E il disegno della copertina mi pare abbastanza eloquente e anche azzeccato.  

Il suo spirito hardcore non è però avvizzito, pur riadeguando il suo stile.  

Sa di essere nel mirino e non ha intenzione di scansarsi. Che è un po’ il ruolo imposto a tutti i rapper, di qualunque epoca e a qualsiasi latitudine. Ma sa anche che, dopo aver tastato il terreno, è il momento per tirare l’affondo e battere cassa, al flow di “suono solo per i soldi, vivo solo per il grano, solo per il cash” ostentando quell’ingordigia per il denaro che fa arricciare il naso a tanti puristi rockettari che inviterei volentieri a chiedere ad un qualunque gruppetto alternative o cantautore indie ad abbassare il proprio cachet e a girarmi la loro risposta, se mai la ricevessero. Ecco dunque spuntare le prime crepe in quel muro eretto dal rapper cagliaritano, quelle da cui possono sbocciare (e sbocciano) canzoni dai toni morbidi come Il cielo nella stanza (con lo zampino del team 2nd Roof, da tempo dietro il rap da classifica dei vari Guè Pequeno, Rocco Hunt, Gemitaiz) o Lunedì che servono per circuire il mercato degli adolescenti, evidentemente il nuovo target cui Salmo mira adesso spudoratamente, giocando ad evocarne i demoni come con una tavola Ouija e allo stesso tempo farsene beffe quando questi si siano manifestati.

Il resto è la solita orgogliosa manifestazione di appartenenza ad una tribù che nel giro di qualche anno si è presa tutto quello cui ambiva e che è riuscita a scardinare il mercato e a far invecchiare di colpo di almeno venti anni i soliti nomi del circuito musicale. Muovendo numeri da paura. Perché ormai “tutti sanno il nome”. Che piaccia o meno.

È la tribù che si sente a suo agio dentro quel mondo immenso e superficiale dell’età di internet, quello in cui puoi fluttuare senza soluzione di continuità da un sito porno ad un social, da un video musicale a un gioco virale, da una fake news ad una dichiarazione politica, da una chat ad un trailer di Netflix assegnando ad ogni clic del puntatore lo stesso valore, quasi sempre prossimo allo zero, appiattendo le coscienze e riducendo tutto ad una serie paritetica di hashtag, citazioni, richiami che sono mnemonici e sintattici, di costume o di tendenza ma mai realmente emozionali. Dove la curiosità è semplice gusto voyeuristico o al massimo presa di posizione fine a se stessa giustificata solo dal bisogno di esibizione. Così che quando Salmo cita Franco Micalizzi, il suo pubblico finisce per assorbirne il nome come semplice elemento metrico di assonanza sillabica ma senza sentire alcuna necessità di approfondirne la conoscenza. Di questo mondo onnivoro ma senza appetito e di questi tempi in cui tutti siamo connessi senza essere legati a nessuno Playlist legittima Salmo come uno dei rappresentanti più credibili, disinvolti e capaci, con pezzi come 90min, Perdonami, Stai zitto, Prega per me, Dispovery Channel destinati a fare da innesto per i candelotti di un disgusto che si risolve sempre più spesso in una misantropia e uno strisciante, tacito, subliminale mito del super-uomo che per nostra fortuna resta spesso difficile da decifrare anche a coloro che ne sono vittime.     

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ELECTRIC BANANA – Electric Banana (Music De Wolfe)   

0

Reg Tisley è l’arrangiatore incaricato dalla Fontana per dare un tocco orchestrale ad Emotions dei Pretty Things. Un incarico che il maestro del Surrey accetta di buon grado, tanto da spiegarne le dinamiche nelle note di copertina dell’album. Mister Reginald, che è di vent’anni più vecchio rispetto ai ragazzacci della band, ne diventa in qualche modo il pigmalione, lo stratega, la vecchia volpe in grado di suggerire a Phil May e Dick Taylor che “i tempi stanno cambiando” e che forse è il caso, una volta appresa l’arte, metterla da parte. Tisley dunque trascina la band alla De Wolfe, che fino a quel momento e da ormai quarant’anni, è la più prestigiosa (nonché, storicamente, la prima) etichetta di musica per film e sonorizzazioni e sotto mentite spoglie fa loro registrare qualche brano. Glieli fa “mettere da parte”, come dicevamo. E infatti una delle canzoni di quella prima sessions che ne frutta cinque verrà usata dieci anni dopo per un film di George Romero: ogni volta che il film Zombi passa al cinema o in tv, i Pretty Things incassano qualche monetina. E così sarà anche per altre pellicole, da Doctor Who a What’s Good for the Goose? dove la band fa anche una comparsata interpretando sè stessa. Uno “svago” che la band si concederà anche con le line-up successive, anche se la trilogia d’oro è quella collocabile fra Emotions e Parachute e che, a parte l’anonimato dietro cui la band si nasconde, riflette in pieno le mutazioni stilistiche in atto nei Pretty Things.

Electric Banana, primo effort della serrata trilogia del triennio ‘67/’69, è ad esempio perfettamente sovrapponibile al sound orchestrale di Emotions, complice l’orchestrazione di Tisley che fa di pezzi come Walking Down the Street, If I Needed Somebody e Danger Signs, con tanto di “indicazioni” sommarie in calce ad ogni brano (per aiutare i primi destinatari del lavoro, ovvero gli addetti alla sonorizzazione delle pellicole, ad “individuare” il brano senza dover ascoltare alla cieca migliaia di canzoni), autentiche out-takes del disco-madre.

Solo, un po’ più furbe.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE LAST – L.A. Explosion! (Bomp!)  

0

Era inevitabile, per uno che a cavallo degli anni Settanta aveva sponsorizzato il passaggio dei Flamin’ Groovies dalla fase stonesiana a quella di stampo Beatles/Byrds, innamorarsi di una band come i Last, perpetuatori proprio di quel suono fatto di chitarre scintillanti e cori armoniosi indicati dal nuovo corso dei Groovies. Ed è così che Greg Shaw vuole che il disco di debutto dei Last esca con la stessa etichetta con cui nel ’74 aveva pubblicato You Tore Me Down.

L.A. Explosion! si nutre del resto delle stesse frattaglie di cui sono ghiotti i Groovies, aggiungendo un pizzico ma proprio un pizzico di strafottenza punk (Walk Like Me, I Don’t Wanna Be in Love) ad un miscuglio power-pop che avrà un’influenza determinante su gruppi come Barracudas e Rain Parade.

Le canzoni dei Last, come quelle dei primi Beach Boys, sono una lode infinita ad un’estate altrettanto infinita, alla spensieratezza come forma di resilienza. Che però è qualcosa di indigesto per il pubblico di quegli anni, tanto che i loro gig a fianco di bestie come Black Flag e Fear che stanno traghettando il punk verso il più temerario hardcore vengono, quando va bene, derisi. Quando va male, molto di peggio.   

La considerazione di cui godono all’epoca band come i Last o i Groovies è pari a quella per gruppi come Herman’s Hermits o Manfred Mann che sgambettano su un qualunque varietà televisivo. E del resto Joe Nolte e compagni non fanno mistero nel considerare il lustro compreso fra il 1963 e il 1967 come il quinquennio dorato da cui attingere per tirare su canzonette (perché quello sono, al di là delle valutazioni soggettive e quelle oggettive che identificano la portata dei Last come una delle formazioni di punta del revival neo-sixties) come Century City Rag, The Rack, Every Summer Day, She Don’t Know Why I’m Here.

E’ insomma come sentire le onde dei Beach Boys che si infrangono sulla battigia dove è il beach-punk e non la surf-music a dominare la spiaggia.

Una nostalgia che può anche essere pericolosa, se parte di quella schiuma dovesse finire per inzozzare gli anfibi di Henry Rollins.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro