THA SUPREME – 23 6451 (Epic/Sony Music)  

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Da 1 a 20 in alfabeto leet. Così procede la scaletta di 23 6451, album d’esordio di Tha Supreme, il giovane trapper che raccoglie in rima, “yah” e autotune tutti i sogni dei millennials.

Spinto da un’etichetta come la Sony che quando deve spingere un prodotto non ha limiti di spesa, tanto da poter erigere un piccolo monumento plastico in pieno centro a Milano e costringere le radio a passaggi ripetuti a braghe calate (mica come me che mi devo vendere i libri porta a porta e ricevere le richieste di qualche giornalista che piange per avere una copia gratis salvo poi mettersela sotto il culo per sembrare più alto alle presentazioni dei libri imposti dall’alto, NdLYS), 23 6451 è il nuovo capolavoro annunciato della scena trap italiana, con featuring prestigiosi come quelli di Nitro, Mahmood, Salmo, Gemitaiz, Fabri Fibra o Marracash. Peccato poi che, siccome il pubblico dei bimbiminkia i dischi non li compra, anche il supereroe deve farsi da scultura carne e fare il solito umiliante giro tra centri commerciali e librerie in franchising per fotografarsi coi fans che hanno comprato la loro plasticazza e pagare la Sicurezza per cacciare via gli altri di cui alla Sony e al supereroe non interessa un emerito cazzo.

Un disco che luccica come l’oro ma che in realtà di metalli preziosi non ne ha che una percentuale minima, come i succhi di frutta del supermercato. Infarcito del linguaggio familiare ai nostri figli, che sarebbe quello slang fatto di riferimenti immediati, riconoscibili, condivisi e condotto con una voce nasale che il vocoder (quel marchingegno necessario per “mascherare” un’incapacità palese di cantare a tono, creando quell’effetto straniante dovuto all’adeguamento tonico delle frequenze vocali, ma questo dovreste ormai saperlo, NdLYS) trasforma in una irritante litania da muezzin con le adenoidi, 23 6451 in realtà non ha nulla di innovativo, malgrado agli speaker radiofonici e ai giornalisti di regime sia stato detto di dire il contrario. Tutto già sentito fino ad averne pieni non solo i timpani ma anche i testicoli, dissing e dichiarazioni di superiorità comprese. Dalla mediocrità si distinguono però almeno un paio di episodi: le dinamiche di Sw1n6o capace di adeguare lo stile funky di gruppi storici come OTR e I Messaggeri della dopa ai nuovi tempi (e fregiandosi del flow cattivo di Salmo) e di Parano1a Kid, la più old-school del lotto, più il tormentone vincente di Blun7 a Swishland, con un piccolo giro di chitarra acustica in loop e un bel girotondo di rime che magari anche stavolta finiranno nella Treccani.

E ci troveremo a parlare nel giro di dieci anni come dei c09i0n1.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BOA – Bag of Seeds (Seahorse Recordings)  

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Nasce come omaggio a Leonard Cohen, questo disco dell’italianissimo Boa. Eppure Lorenzo Bonarini usa il cappello del cantautore canadese come fa un illusionista col suo cilindro, tirando fuori qualcos’altro, perché in fin dei conti dentro il suo Bag of Seeds si scorgono più e meglio le sagome di Buckley (padre ma anche figlio, come nella corrente che sembra trascinarne via il corpo nel ritornello di Down by the River) e Nick Drake che quella di Cohen, il cui spirito aleggia nelle tinte autunnali di Pinch of Salt. Ma non solo, perché queste canzoni hanno anche molto in comune con la musica californiana dei tardi anni Sessanta, quella che dai ponti della stagione psichedelica si affacciava per guardare alle piantagioni di cotone dove gli schiavi cantavano il blues e alle fattorie dove i rednecks intonavano su una chitarra folk le loro canzoni country. Gruppi come i Moby Grape e i Byrds, per capirci.

Those Who fa storia a se discostandosi dal clima generale del disco, aprendo per una manciata di minuti le imposte sullo stesso sole sudamericano che di frequente ha abbronzato la pelle bianca di David Byrne. Bluesette gli fa coda con una classica tastiera reggae e qualche contaminazione elettronica.

Poi torna l’autunno, l’appiccicosa aria di novembre che incolla le foglie all’asfalto e ci fa scivolare sui nostri passi falsi.

Affinché ci sia di monito.  

                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

THE PLAYN JAYN – Friday the 13th (A&M)  

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Inghilterra, campionato di calcio 1984-1985, Isthmian League, South Central Division. Non proprio gli assi del football inglese, ma qualche bel tiro in porta si vede anche da queste tribune, peraltro a costi accessibili e proletari.  

Friday the 13th, nonostante sia un disco suonato da una band del girone B del campionato rock ‘n’ roll, è un disco dal vivo energico, appiccicoso di sudore ma anche di gran classe. Tecnicamente del tutto imperfetto ma la staffetta di concerti registrati il 13 e il 14 Luglio dentro le mura del Marquee (dove il pubblico viene adescato distribuendo gratuitamente all’ingresso una copia del primo acetato della band con Chamber Door da un lato e lo strumentale Mezcal dall’altro, NdLYS) che ne costituiscono la scaletta restano tra i documenti più ricercati di quella stagione.  

La band patrona dell’evento, chiamata Playn Jayn, fu uno dei nomi più effimeri della scena proto-garage londinese dei mid-eighties, fondata e guidata dai fratelli Mike “The Psyche” e Nick Jones, che in quel medesimo periodo scrive entusiaste recensioni per il magazine Zigzag, e dal biondo cantante Craig Lindsey che lascerà prematuramente il pianeta Terra il 12 Gennaio del 2010, quando non solo i riflettori ma anche le piccole torce al fosforo si saranno spente sul ricordo della loro band. Che brillò essa stessa, come dicevo, solo per una brevissima stagione (chiudendo la sua storia all’Haçienda, introdotti dagli Stone Roses al loro debutto assoluto).

L’aderenza ai modelli tipici della musica degli anni Sessanta è tuttavia tutt’altro che rigorosa. Le chitarre hanno più di uno scintillio power-pop ma cedono spesso anche ad una innegabile fascinazione per il “cattivo” gusto gotico di band come Mɘtɘors e Damned (Rockin’ Hearse, Crystal Ball). Un suono “ibridato” che ai londinesi a metà degli anni Ottanta piace parecchio ma che verrà sorpassato in toto dalla nascente scena baggy di Manchester, fino a venirne travolto. E i Playn Jayn con esso.

Vedi alle volte le superstizioni….     

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LTD – “Stop und Fick Dich!” (In the Red)  

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L’acronimo relativamente anonimo nasconde in realtà King Khan e Fredovitch dei mai dimenticati Shrines più Looch Vibrato e Aggy Sonora dei francesi Magnetix, il che vi dà già la misura di un disco come “Stop und Fick Dich!”.  

Larry Hardy della In the Red, dal canto suo, garantisce e mette la firma sul registro dei testimoni in quest’ennesimo matrimonio artistico del Re Khan, il cui vizio di mescolare il proprio sperma a quello altrui supera di gran lunga le perversioni di qualsiasi caserma militare e di qualsiasi college universitario e pareggia le zozzerie di Mick Collins.

Nonostante qui (a casa mia, intendo. E nella mia auto, dove un loro album qualunque non manca mai, NdLYS) la nostalgia per i dischi degli Shrines rimanga a livelli altissimi, questo ritorno alle radici fracassone dei suoi venti anni quando, sotto il nome di Blacksnake, suonava il basso negli Spaceshits. Se però quel gruppo lì guardava verso il garage rock degli anni Sessanta, pur se attraverso l’oblò del punk, i Louder Than Death quell’oblò lo lasciano ben chiuso e, opportunamente coperto di vapore, ci scrivono sopra con le dita proprio la parola punk, scrivendo canzoni in classicissimo ’77-style come la bellissima ABC’s in Old Berlin, che è anche l’unico vero motivo per portarsi a casa questo disco. Non perché sia brutto, affatto, ma solo perché in realtà l’intero repertorio è prelevato in toto dai dischi dei Black Jaspers, in versione ancora più deragliante. Però se non avete quello e in ultima analisi anche se ce l’avete ma non lo ascoltate da dieci anni, potete tranquillamente sentirvi ancora teppisti ascoltando la musica del Dio Khan e dei suoi compari.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

ELECTRIC PEACE – Kill for Your Love (Barred)  

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Nessuna indicazione relativa a luoghi e date di registrazioni. E neppure qualche indizio sulle operazioni di “ristrutturazione” cui le canzoni degli Electric Peace sono state sottoposte. Tanto da poterlo spacciare, per chi trent’anni fa non fosse ancora nato, come un nuovo album. Perché, diciamolo francamente, chi tra voi avrebbe il coraggio di andare da Brian Kild, l’uomo che ha più muscoli che capelli e più vite di ogni gatto, l’uomo sopravvissuto ad attentati e galera, l’uomo che ha diviso la cella con Rick James e rubato per anni gasolio dalla macchina di Kurt Cobain, per dirgli che forse è un po’ paraculo? Ne dubito.

Qualche indicazione ve la do io, dicendo che rispetto alla raccolta precedente con la quale condivide oltre la metà della scaletta (gli altri pezzi sono Nothing’s Yours, Nothing’s Mine, Somethings Wrong, Smiling Shadows, Tell Me You Hate Me, Poor Little Girl), la confezione è meno artigianale e la dinamica più alta e pulita. Roba buona per “bere e guidare (finchè muori)”, per dirla con le loro parole. L’immaginario della band, fatto di pistole fumanti, rapporti amorosi che farebbero inorridire qualunque sostenitore delle fondazioni anti-violenza, lavori pesanti, macchine e asfalto, non viene tradito.

Neppure un solo secondo.

Pur nel mondo pieno di traditori che è il mio e quello di Kild.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

OPAL – Happy Nightmare Baby (SST)  

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Gli Opal. Ovvero quando David Roback si ridesta dal sogno colorato dei Rain Parade e sprofonda in un incubo Escheriano.

Sul letto, accanto a lui, c’è distesa Kendra Smith, musa e madonna del movimento Paisley. È un incubo, ma è un incubo niente male.

Happy Nightmare Baby rende tributo all’acid rock californiano di due decenni precedenti e lo avvelena ulteriormente con le ossessioni inglesi di Roback (Pink Floyd in primis e non esclusivamente quelli di Barrett, ma anche i Tyrannosaurus Rex e i Soft Machine) e alcune scorie tossiche che sembrano state trasportate da qualche falda petrolifera sotterranea proveniente dall’oriente.

Ne viene fuori un disco bellissimo e trasversale di grande fascino che disseminerà il suo polline ben oltre il recinto ormai divelto del Paisley Underground. Ne ritroveremo tracce nei dischi di esordio di Uzeda e PJ Harvey ad esempio e, tumulato sotto tonnellate di rumore, in molti dischi shoegaze e anche in quelli di band come Smashing Pumpkins e Tool. Ma mai in questa forma, che suona come una visione dilatata, alterata, deforme, fluttuante del blues primigenio, così come lo sognarono i Doors e i Grateful Dead.

Il Paisley Underground muore agitando i tentacoli, in preda ad un ultimo spasmo, vittima di un ultimo, definitivo fiotto di veleno lisergico e letargico.     

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

LE CAROGNE – TuttiFuzzy (Area Pirata)

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Titolo geniale per il quarto lavoro de Le Carogne, il gruppo che suona garage-rock con le mole di una fresatrice, orgoglio di un’Italia che si nutre di cultura trash, di doppisensi, di televisione spazzatura, di cattivo gusto, di zozzerie. E stavolta ce le cantano (e ce le suonano) anche in inglese. Anche se i pezzi che ci fanno divertire di più restano i tre cantati in italiano, quelli che possiamo cantare assieme a loro ai concerti.

E però, nonostante la si possa cantare meno liberamente, cosa non è Screen Addicted? Tre minuti dove tutto frigge, dove tutto sibila, dove tutto straripa, dove Le Carogne sono ancora più carogne. Tre minuti che varrebbero tutto il disco se non fosse che ci viene scippata sotto gli occhi e seppellita sotto i tumuli di Fermo immagine e di Monster, rugginosi mucchi di ruggine che hanno il colore del sangue rappreso.

Canzoni che hanno il ghigno delle iene, sciacalli che mangiano carogne. Canzoni buone per noi, da divorare come fettine di carne cotte al sangue.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE BLACK LIPS – Sing… in a World That’s Falling Apart (Fire)  

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Sarà che Hooker Jon, il pezzo che apre questo Sing…in a World That’s Falling Apart rassomiglia pericolosamente, rutto escluso, al Bob Dylan di Tombstone Blues e From a Buick 6. Oppure sarà che recentemente ho in heavy rotation sul mio stereo nientedimeno che Delaney & Bonnie ma il nuovo Black Lips mi è piaciuto dal primo solco, come a Romolo piacque Roma.

Un disco dove i richiami a certa country music sono molto più che una suggestione,  dimostrando in almeno due o tre occasioni come i Black Lips sappiano fare, oggi, molto meglio di tante band di roots-rock degli anni Ottanta.

Il frat-rock e il garage punk scazzato non sono tuttavia totalmente scomparsi e fanno capolino in maniera prepotente in pezzi come Rumbler, Dishonest Man e nel whap-a-dang di Angola Rodeo (condotto da un piano honky-tonk e dal sax di Zumi Rosow che finalmente la band di Atlanta sfoggia in copertina ufficializzandone in qualche modo la presenza) ma l’aria che si respira è tuttavia più vicina a quella del “banchetto dei mendicanti” degli Stones, del “rodeo” contadino dei Byrds e, in una meraviglia filigranata come Locust, alla ricetta basica dei primissimi album dei White Stripes o dei Reigning Sound marci di Live at the Goner Records, anche in considerazione del fatto che i Black Lips hanno registrato stavolta praticamente in presa diretta e senza tecnologia di supporto.

Dal vivo in studio.

Vivi, in studio.

Non è ancora finito Novembre e io ho già trovato uno dei miei dischi preferiti del 2020. Voi invece quale reunion avete chiesto a Babbo Natale quest’anno?

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

WOLFMANHATTAN PROJECT – Blue Gene Stew (In the Red)  

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Se i Broadway Lafayette erano già una sorta di supergruppo, il Wolfmanhattan Project lo è ancora di più. A spartirsi onori e gloria con Mick Collins sono stavolta Bob Bert e Kid Congo Powers (oltre a Lydia Lunch che partecipa a uno dei dieci brani) con i quali il musicista di Detroit realizza un lavoro trasversale al pari di quelli dei Dirtbombs.

Un sillabario dove blues, funk, new-wave, elettronica convivono fianco a fianco.

Un parco al centro di Manhattan dove ti può capitare di vedere Brian Eno camminare fianco a fianco con Andre Williams. E insieme, voltare la testa ogni volta che passa qualche bel paio di natiche da guardare.  

Detto questo, è vero che St. Collins i miracoli li ha già fatti tutti e infatti in Blue Gene Stew di miracoli veri non ce n’è. Così come è vero che lo sperimentalismo di Toybee Tile Blues nei suoi otto e passa minuti di tribalismi industriali alla PiL alla lunga risulta noioso e fine a sé stesso.

Però quando i tre vestono i panni di papponi che gli sono consoni (Now Now Now con la voce licantropa di Powers, Stick, Smells Like You oppure quella versione sci-fi-billy di Third Uncle che è I Feel You) scopriamo che ci si può divertire anche al riparo dai miracoli. E che Mick Collins non ha ancora terminato la sua missione.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE RACONTEURS – Broken Boy Soldiers (XL Recordings)  

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Quando nel 2003 i White Stripes scelsero una cover di Good to Me di Brendan Benson come retro per il loro singolo di maggior successo, nessuno avrebbe immaginato che quell’atto d’amore si sarebbe trasformato in una “relazione” artistica. Eppure, eccoli qua: Jack White e Brendan Benson fianco a fianco in questo nuovo progetto chiamato Raconteurs, cercando di adattarsi l’uno nei vestiti dell’altro. L’album che ne viene fuori è un disco che beneficerà di grandissimo battage proprio in virtù della presenza di White che fa da garante per quello che è in realtà un capolavoro di modeste dimensioni.

Pescando un po’ dove cazzo gli pare (dal blues, dal glam rock, da Elton John, dai Beatles, dal prog, dal power-pop) i Raconteurs mettono in piedi un album di sicuro appeal per le nuove generazioni ma un po’ stantio per quanti di cerchi di vinile ne hanno consumati quanti e più degli autori (basti già l’inaugurale Steady, As She Goes, furbetto singolo da classifica alternative che in realtà è un collage Picassiano tra Is She Really Going Out with Him? di Joe Jackson e California Dreamin’ dei Mamas and Papas o l’apatica ballata Together che in realtà suona come un mash-up tra il passo vellutato del Lennon newyorkese e la melodia di Rocket Man di Elton John).

Per carità, nulla di grave. Ci sono fior fiori di musicisti che hanno costruito un’intera carriera su questo meccanismo (Lenny Kravitz in America, in Italia ci facciamo bastare Zucchero Fornaciari) e di certo non metteremo i Raconteurs alla gogna per questo. Ma neppure tra i gruppi che salveremmo da una catastrofe correndo con i loro dischi sotto il braccio e rischiando di inciampare proprio su quell’ostacolo che abbiamo evitato per anni con grande destrezza.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro