NIXON NOW – The NOW Sound (Elektrohasch)  

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Dove sono stati i Nixon Now negli ultimi tredici anni?

Ma, soprattutto, chi li ha cercati durante tutto questo tempo? Probabilmente in pochissimi, che non credo abbiano mai avuto una base così forte qui da noi.

La band di Amburgo ha da sempre una venerazione quasi maniacale per gli Stooges e per le band che al suono della band di Detroit si sono dichiaratamente ispirate (U.C.P., titolo del primo singolo, era un omaggio agli Union Carbide Productions mentre sulle liner-notes del primo album il ringraziamento d’obbligo è agli Hypnotics, NdLYS). Venerazione che viene confermata da questo The NOW Sound anche se coperta da qualche fuliggine di troppo, che i vent’anni non sono per sempre e certe esasperazioni atte a ravvivare il viso (A Matter of Time, Too Much Too Soon) finiscono per assottigliare le differenze con i primi (stoogesiani anch’essi) Monster Magnet.

Il suono che loro chiamano “di oggi” è dunque in corto-circuito con quello di ieri.

E a me va bene così, che troppo spesso mi sono addormentato cercando di farmi piacere dischi futuribili che erano invece cimiteri dove gli elefanti andavano a morire. Di noia, molto probabilmente.

The NOW Sound è invece un disco suonato con quella stessa turpe perversione degli anni Sessanta che si spengono con uno stoppino di odio.

Come se Richard Nixon fosse ancora al governo.

Come se Rob Tyner fosse ancora vivo.

Come se Michael Davis fosse ancora vivo.

Come se Fred “Sonic” Smith fosse ancora vivo.

Come se Dave Alexander fosse ancora vivo.

Come se i fratelli Asheton fossero ancora vivi.

Come se tutti noi fossimo ancora vivi.  

E affamati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE COUNT BISHOPS – The Count Bishops (Chiswick)  

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Dave Tice era stato, dal 1971 al 1977, il talentuoso cantante dei Buffalo, una delle tante meraviglie del continente australiano. Da quella stessa progenie di bovini era fuoriuscito all’indomani del fantastico album di debutto Paul Balbi, trasferitosi ormai da tempo a Londra dove, rispondendo ad un annuncio sulle pagine del Melody Maker, aveva unito la sua sorte a quella di altri due bighelloni della City ponendo le basi per la nascita dei Count Bishops. Abbandonati dal cantante, i Bishops avevano dovuto incidere il primo album affidando ai due chitarristi l’onere di alternarsi al microfono, senza grossi risultati. Ma al momento di registrare il seguito, Paul decide di “offrire” un’opportunità di lavoro al vecchio amico Dave. Che fa fagotto e arriva a Londra proprio in tempo per entrare negli studi Jackson di Vic Maile che la band ha prenotato per le sessions di registrazione di quello che dovrebbe essere, e la mancanza di titolo lo indica chiaramente, un nuovo inizio per la band inglese. La voce ruspante di Dave Tice calza a pennello per il suono morbosamente vintage dei Bishops, una portentosa miscela basica di rock ‘n roll, beat e blues in grado di gareggiare con la Magic Band di Safe as Milk, i Troggs e i Kinks dei primi tre album in pressapochismo elevato a scelta di vita, con cover come Don’t Start Crying Now, I Need You e Down in the Bottom a marcare il territorio, facendo arretrare gli altri cani randagi della città.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOJO NIXON AND SKID ROPER – Mojo Nixon and Skid Roper (IRS)  

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– Entrammo in un negozio di dischi chiedendo di Mojo Nixon.

“Non lavora qui” ci risposero.

“Be’..” rispondiamo “se non avete Mojo Nixon allora il vostro negozio avrà dei seri problemi”.

Così cantavano i Dead Milkmen mentre per ripicca spaccavano un disco dei Poison nella loro minor-hit Punk Rock Girl.

Già, Mojo Nixon. Chi era Mojo Nixon?

Mojo Nixon, ovvero Neill McMillan era uno che agli inizi degli anni Ottanta gira una buona fetta d’America armato di chitarra, umorismo e una conoscenza di base del blues e del rock ‘n roll. Finchè, nel suo girovagare, non si imbatte in Skid Roper che lo sente suonare e si entusiasma così tanto che decide di diventare il suo compagno di viaggio. Ma all’epoca Richard è un inetto e l’unica cosa che conosce è un vago senso del ritmo. L’unica cosa che possiede è la fantasia e una discreta manualità. Il che gli permette di rubare un asse da lavare e costruirci un attrezzo ritmico.

L’esordio su Enigma tenta di mettere su disco quello spettacolo da busker e riesce a catturarne l’energia solo in parte. Ma è una parte alquanto divertente. Fra macchiette psychobilly e rivisitazioni sboccate del blues e del country da palude, l’album d’esordio del duo è una boccata d’aria di spensierata freschezza ai margini di una scena, quella cow-punk cui il disco è in qualche modo assimilabile, che fra cappelli da cowboy e stivali con gli speroni rischiava già di diventare patetica.

Il meglio Nixon e Roper lo realizzeranno successivamente ma questo disco ha il pregio di averceli fatti scoprire e di averci domato al loro passo bluegrass.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MC5 – Thunder Express (Jungle)  

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La Skydog/Jungle continua a riproporre periodicamente una nuova edizione di Thunder Express, pruriginoso live album degli MC5. L’ultima versione esce in studiata sincronia con MC50, il tour che ci ricorda quanto gli MC5 e il pubblico siano invecchiati e quanto Wayne Kramer sia assetato di denaro. Non ho visto nessun video del loro (loro? Loro chi? NdLYS) tour geriatrico, che già al concerto sponsorizzato Levi’s di quindici anni fa sembrava di stare dentro un film di Romero, per cui mi rifaccio le orecchie con questa bella foto d’epoca che ritrae la locomotiva di Detroit con ancora la caldaia che sbuffa vapore e le ruote d’acciaio che mordono i binari. Quattro tracce registrate ad un passo dallo scioglimento e un soffio dopo la scarcerazione di John Sinclair, catturare durante uno show televisivo francese del Marzo 1972 col Steev Moorhouse alla sua prima uscita pubblica dopo essere stato chiamato a rimpiazzare Michael Davis e le quattro sides dei due 45 giri che anticipano il contratto con la Elektra e l’uscita del primo stordente album.

Canzoni grigio-ferro.

Limatura hard e punk che copre il rock ‘n’ roll come polvere di piombo.

Questa nuova edizione esce su uno splendido vinile verde e rosso, con i dieci punti programmatici del White Panther Party stampati in chiaro sulla busta interna. Come se la rivoluzione fosse ancora dietro le porte. Mentre invece siamo tutti in lotta per null’altro che cinque minuti di notorietà: Warhol batte Sinclair 10 a 1.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE NOMADS – Where the Wolf Bane Blooms (Amigo)  

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La frase Where the Wolf Bane Blooms aveva colpito anche me, nella busta interna del sottovalutato ed incompreso High Time degli MC5. Bello che non sia stato l’unico a notarla e che gli svedesi Nomads abbiano deciso di usarla per intitolare il loro mini-album di debutto. Una roba di dodici pollici che girava a 45 giri registrato nell’Ottobre del 1983 e che può essere a ragione considerato il primo lavoro “di sostanza” del garage punk svedese. Pur nell’accezione per nulla purista che sarebbe stata per sempre il tratto distintivo dei Nomads, ugualmente innamorati dei Blue Öyster Cult quanto dei Sonics. Su questo miniLP non ci sono però ne’ gli uni ne’ gli altri. Ci sono però i Third Bardo, animali psichedelici newyorkesi cui vengono riaperte le gabbie, c’è una mungitura rabbiosa alle mammelle delle vacche del Milk Cow Blues, munte anni prima dalle mani di Kinks e Chocolate Watch Band. Ci sono i Revelons, che nessuno conosceva allora e nessuno conosce ancora oggi, ma che in epoca punk ricevevano la visita dei musicisti di Patti Smith direttamente nel loro sottoscala newyorkese. E poi c’è un Chuck Berry che è sempre Chuck Berry e va bene ovunque. Le restanti canzoni sono opera del gruppo: una bella canzone dal taglio più garage delle altre e una allucinata, psicotica ed anfetaminica corsa alle calcagna dei Cramps e delle band psychobilly inglesi.

I Nomads allungano le mani dappertutto, come un maniaco su un bus pieno di belle donne. Da lì a breve il cielo svedese pioverà gocce di garage-punk a iosa. Fino a sommergere gran parte dell’Europa.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

OFFICINE SCHWARTZ – L’opificio (Again/Luce Sia)  

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Andrea Chiesi è, negli anni Ottanta un bel ventenne modenese che si trova a frequentare, come tanti altri coetanei, vecchi capannoni industriali, officine abbandonate e stabilimenti fatiscenti. In maniera abusiva, spesso. Altre volte in veste, per così dire, “ufficiale”. Sono i luoghi dove quel che resta della scena punk e quella nuova della cultura hip-hop trovano anzi si prendono l’ospitalità altrove negata. Organizzano raduni, incontri, concerti, strategie.

Andrea Chiesi è lì per quello ma non solo per quello. È lì per lasciarsi sedurre da quei luoghi. Non dai corpi che li abitano ma da quelle strutture che li sovrastano, che li protegge e che allo stesso tempo custodiscono la memoria recente dei muscoli, del sudore, della fatica e della morte che hanno abitato quei posti. È lì anche quando ne esce, perché nei suoi disegni cerca di riportare il respiro di quei posti. Il mondo di Chiesi, in quegli anni, non può non intersecare quello delle Officine Schwartz di Bergamo anche loro attratti da quel mondo post-industriale, da quelle necropoli moderne dove schiavitù e libertà hanno convissuto fianco a fianco. E così, grazie ai ragazzi del Maffia di Reggio Emilia e dei grafici del Kom Fut Manifesto, Chiesi e le Officine si avventurano in quell’esplorazione delle fabbriche che è L’opificio, progetto multimediale dedicato al lavoro e al dopolavoro dentro il ventre industriale dell’Emilia.

Il materiale sonoro di quel disco è il cuore di questa ristampa aperta dallo ska meccanico di Carica!, title-track dell’E.P. uscito poco prima e qui aggiunto per intero assieme a tre bonus tratte da Stoccaggio Armonia e Meccanica che invece sono relegate in fondo alla scaletta dell’album.   

Le “manovre” dell’uomo-operaio vengono prestate all’utilizzo per un’opera concertistica dove mazze e seghe circolari convivono con canti di fatica e musiche popolari, riaggiornando il blues alla realtà post-bellica e partigiana della terra emiliana, suonato sotto l’occhio vigile e i fischietti dei capo-cantieri e dei padroni.

Ancora una volta le Officine portano il lavoro su un palco, nei teatri, dentro uno studio di registrazione. Onorano il sacrificio dei martiri dell’efficienza e dell’opulenza industriale. Reclamano un silenzio e un’attenzione riguardosa, come se dentro ogni pugno sferrato su un’incudine si muova la forza della mano divina.

E come se noi, avendone rispetto, provassimo qualcosa vicina al timor di Dio.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LAZY COWGIRLS – Lazy Cowgirls (Restless)  

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Guardi la copertina e non sai cosa cazzo pensare.

Cosa suoneranno questi quattro tipi vestiti come il mio idraulico quando si prepara per andare al pub?  

Ve lo dico io cosa suonano: suonano rock ‘n’ roll con i candelotti di dinamite in mano. Roba sgualcita come quella dei Saints e vagamente imparentata col garage punk come quella dei Radio Birdman e degli svedesi Nomads. Ma le Lazy Cowgirls vengono dalla California, quella che parafrasando O. Henry è la Repubblica delle Bandane. Ecco perché sono vestiti così sull’orribile copertina di questo disco che invece è uno dei migliori prodotti della seconda ondata punk di Los Angeles.

Prodotto da Chris D. Lazy Cowgirls ha già dentro tutti i New Bomb Turks che arriveranno molto più tardi. Solo che nessuno lo sa, ancora oggi che da quel disco sono passati trentacinque anni e sui nostri piatti forse un milione di dischi, di cui più di 2/3 peggiori di questo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BAD MOJOS – I Hope You OD (Voodoo Rhythm)  

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Capita che i vicini di casa facciano un gran casino.

I Bad Mojos ad esempio sono dei fracassoni svizzeri che quando scendono a buttare la loro spazzatura punk è meglio mettersi una caccola di ovatta nelle orecchie.

Il Reverendo Beat-Man, da anni ormai affetto da sillogomania, accoglie loro e la loro immondizia in casa sua.

Aprendo la porta, possiamo adesso curiosare.

I Hope You OD sono dieci canzoni, di cui sette inferiori al minuto e mezzo. Le rimanenti non molto al di sopra. Non fai in tempo ad impararne una che è già andata, come se fosse passata l’ombra di Joey Ramone da dietro le tende e, non appena ne hai scostata una, la sua sagoma di mantide è già fuori dal raggio visivo.  

Fortuna vuole che con le canzoni del terzetto svizzero ci familiarizzi subito, tanto che appena rimetti il disco le sai già tutte a memoria, come il Padre Nostro e l’Ave Maria. E così ora possiamo alzare il volume e fare chiasso anche noi.

Everybody hates me!

Everybody hates me!

Everybody hates me!

Everybody hates me now here in my hometown!

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CYPRESS HILL – Black Sunday (Columbia)  

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Asciugare l’hip-hop dalla sbobba funk, riportandolo ad un immaginario e ad un’idea di suono ibridato col bianchissimo pallore dei ragazzoni tatuati della scena hardcore e ai più emaciati metal-kids.

Un suono che si muove in una zona dove ogni frequenza di mezzo viene azzerata, svolazzando tra alti acuminati che tagliano come lame e bassi profondi, sinistri e circolari.

In questo carosello inquieto ed inquietante dove su una miscela ossianica di scratch da puntina arrugginita, nitriti di cavalli, fischi, sbuffi di pipe ad acqua e giri di armonica freddi come lapidi (non per niente la provenienza è di marca Black Sabbath) la voce psicopatica di B-Real si muove come il clown insano di It, snocciolando parole in rima in una metrica acida e dispettosa, in accento chicano e tono da degente in attesa per l’asportazione delle adenoidi.

Una miscela unica ed infetta, quella dei Cypress Hill. Che con Black Sunday assume proporzioni gigantesche. Canzoni come Cock the Hammer, A to the K, Insane in the Brain, Hits from the Bong, I Ain’t Goin’ Out Like That , Lick a Shot, What Go Around Come Around, Kid, When the Sh—Goes Down col loro immaginario pulp, escono dal ghetto messicano di Los Angeles ed entrano con prepotenza teppista nell’immaginario collettivo.

B-Real, Sen Dog e Muggs una domenica notte violano le tombe dei conquistadores, strappano via i cenci dai loro cadaveri e colonizzano il mondo.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE DRONES – Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By (ATP Recordings)  

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Che disco incredibile, questo secondo degli australiani Drones.

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro