KIM GORDON – No Home Record (Matador)

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Il nome in copertina recita “Kim Gordon”.

I nomi sul disco dicono di più: Justin e Jeremiah Raisen, Shawn Everett e Jake Meginsky, ovvero il fior fiore dell’elettronica estrema di Los Angeles. E dicono di più perché sono loro a indicare la strada di questo chiacchierato debutto in proprio di Kim Gordon. Dei Sonic Youth neppure l’ombra. E se di ombre vogliamo parlare, quelle che vi capiterà di incrociare sono piuttosto quelle di Suicide e Nine Inch Nails.

Abbastanza strano piaccia in maniera così spudorata e totale come mi è capitato di leggere sui termometri dei social. Perché No Home Record è disco contorto come un intestino e pieno di rigurgiti come l’esofago di un corpo che soffre di riflusso gastroesofageo. Disco impopolare per definizione, per costrutto, per scommessa, non lo è nei risultati. Mi risulta lo abbia recensito addirittura qualche rivista che di solito tratta con sufficienza ciò che non è trendy.

Qualcuno parla di disco futuribile. Bene, sappiate che non lo è. Il suono del futuro non passerà da qui.

No Home Record suona piuttosto come una eutanasia artistica.

Suona come Yoko Ono che si è portata via il meglio dei Beatles e ora scorreggia in faccia al mondo. Kim ha fatto un po’ lo stesso con la sua vita artistica e personale e ora scorreggia pure lei. Ma lei ha dietro di sè una macchina promozionale che Ono si sognava, un entourage che ne cura l’immagine e le garantisce copertine e foto a tutta pagina su riviste come Vanity Fair e Vogue e che ne fa la Cristiano Ronaldo della musica alternativa. Che, attenzione, alternativa lo è veramente: fare un disco così scuro e perverso, con dentro una canzone come Get Yr Life Back che sarebbe perfetta per lo spot di una bottiglia di assenzio e tutte quelle sue gemelle storpie che avanzano sulle loro cyberlegs lungo tutto il disco non è cosa da poco conto.

Il dubbio che se su quella copertina ci fosse stato un nome diverso adesso avremmo qualche sottobicchiere in più e molti sedicenti amanti dell’estremo in meno tuttavia rimane. Così come viene confermato il sospetto, dopo gli zii Iggy e Nick e adesso la zia Kim, che a cantare al funerale del rock siano gli stessi che lo avevano svezzato.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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LA CRUS – La Crus (WEA)  

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Il metodo creativo è quello dell’hip-hop.

Ma l’inchiostro che lacrima dal calamaio dei La Crus non ha nulla a che vedere con la musica nera, anche se la loro musica nera lo è per davvero, per certi versi. Anzi, nerissima. C’è innanzi tutto il cupo riverbero della musica d’autore italiana che si consuma e strugge nel vizio, come quella di Tenco (l’amore vissuto con la consapevolezza della sua fugacità, con l’amarezza del rimpianto) e di Ciampi (la fascinazione per la vita scellerata), rivettata alla propria croce dai magli di ferro delle officine industriali mitteleuropee. E c’è poi il nero livore di gente come Nick Cave, Chet Baker, Young Gods, Death in June, Tom Waits, tutti rincorsi dal respiro affannoso e sulfureo dei cavalli dell’Apocalisse, tutti con le mascelle più avvezze alla smorfia che al sorriso.   

La musica dei La Crus si nutre di questo torbido corteggiamento della morte. La copre di lusinghe ed è ricambiata. Vive di questo amore che la imprigiona a sé. Ecco perché il suono chiave del loro disco di esordio è quello di un romanticismo narciso e claustrofobico. Si fustiga nel rumore e si lecca le ferite. Poi si china per specchiarsi in una pozzanghera di alcol e sangue.

Perverse e adulatrici, le musiche di Nera signora, Natura morta, Lontano, Soltanto un sogno, Notti bianche, La giostra, Ricomincio da qui suonano come la solenne promessa di qualcosa che è destinato a finire, scandendo il ticchettio di lancette fra un abbraccio di benvenuto e un addio.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

NICCOLO’ FABI – Tradizione e tradimento (Universal)  

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“sulla testa porto questa specie di medusa

o foresta

non è soltanto un segno

di protesta

ma è un rifugio per gli insetti

un nido per gli uccelli

che si amano tranquilli fra i miei pensieri

e il cielo” cantava il giovane Fabi negli anni Novanta.

Col passare del tempo, man mano che i pensieri si sono via via intorbiditi il cantautore romano ha imparato a costruire i dischi dandogli quella forma lì: la forma di un nido. Il nido come luogo intimo, come rifugio ma non solo, perché il nido è anche la rampa di lancio da cui spiccare il primo volo del mattino.

Tradizione e tradimento è quel posto lì, perché rispetto al capolavoro di tre anni prima il nuovo disco registra il tentativo di Niccolò Fabi di spiccare il volo, di raggiungere in qualche modo quel cielo. Lo si intuisce da titoli come Amori con le ali, Migrazioni e Nel blu ma lo si percepisce ancora più a fondo in certe soluzioni d’arrangiamento che sono piste moderatamente elettroniche che sembrano elevarsi verso l’alto. E spesso succede che Niccolò sembra perdere la strada di casa, in un senso di smarrimento che è personale e universale, come nelle poesie ben fatte.

La ricerca di rotte parzialmente nuove svela paesaggi inediti ma quel senso di smarrimento resta tangibile anche in molti momenti del disco, come in una messa a fuoco che risente di quel passaggio tra miopia e presbiopia che è indice di invecchiamento del corpo.

E si, Tradizione e tradimento è titolo appropriato per identificare su Google Maps questo posto dove Fabi ha deciso di nidificare e covare queste sue uova, un po’ disgustato dal mondo e dai capitani che lo stanno mandando alla deriva, insoddisfatti dai loro orgasmi mancati.      

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE EASYBEATS – Volume 3 (Albert Productions)  

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Il terzo capitolo discografico degli Easybeats si apre con Sorry.

Quindi le istruzioni d’uso sono queste:

Abbassare la puntina sul primo solco, rialzarla dopo due minuti e mezzo, riposizionarla sul solco iniziale. Continuare così fino a morte sopraggiunta.

Basterebbero questi due minuti e mezzo per fare di Volume 3 l’album da possedere a tutti i costi. Viaggiando per paralleli (oltre che per meridiane, visto che ci troviamo in Australia) è un po’ come quando vedi un bel paio di tette, e quella porzione di corpo ti basta per accendere il desiderio della restante parte del corpo.

Ecco, con Sorry gli Easybeats mostrano le tette. E sono due tette bellissime. Due ghiandole mammarie ruspanti, prosperose e ricche di latte beat. Due ghiandole da grattare con veemenza ma senza usare le unghie, come lo strumming della chitarra ci lascia immaginare prima di quel ritornello intoccabile, inviolabile come l’altro paradiso che le ragazze degli anni Sessanta cominciavano a mostrare ancora nascosto dietro un velo spesso di cotone bianco come zucchero filato.

Ho reso l’idea? Credo di si.

Sorry è una delle vette della produzione pop australiana di tutti i tempi. Ovvio che al suo cospetto anche la restante scaletta scompaia, nonostante pezzi come You Said That, Promised Things o Going Out of My Mind siano lì come la Madonna sull’altare di tutto il power-pop che da quella terra arriverà dagli anni Settanta in poi. Stems compresi, ovviamente.

C’è, ovvio, una dipendenza a volte eccessiva dagli zuccheri beatlesiani nella musica del quintetto australiano. Che in quel periodo è mal comune e gaudio altrettanto comune. Ma anche quando si tratta di tirar giù qualche schizzo a ricalco, pochissimi possono vantare un tratto preciso come quello degli Easybeats. Voi riuscite a farlo senza sporcarvi il bordo della mano?  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SAVAGES – Silence Yourself (Matador)  

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Il post-punk, nelle sue forme tipiche del “dopo-punk” propriamente detto, è morto da prima che ognuna di queste quattro ragazze inglesi emettesse il primo vagito. Eppure l’influenza esercitata da band come Banshees, Gang of Four, Bauhaus, Public Image, Joy Division sulla musica delle Savages è vivida ed immensa e Silence Yourself un disco che avrebbe potuto affrontare le serate del Batcave senza temere l’agguerrita rivalità con le band del giro dark/new-wave.

Il ferale rantolio ferroso e il sepolcrale scrosciare di catene che percorre tutte le tracce di questo debutto sono assimilabili se non concettualmente, perlomeno a livello emotivo con capolavori gotici come Atrocities, Dreamtime, Join Hands, In the Flat Field. Un suono che è nervoso e spettrale allo stesso tempo, come di rabbia corrosa dalla ruggine.

C’è molta Siouxsie, dentro le canzoni di questo disco. E al primo impatto l’effetto è del tutto simile a quello del debutto dei Black Rebel Motorcycle Club, quando ci parve di rivedere in deja-vu le sagome torve di Jesus and Mary Chain. 

Ma c’è anche molta P.J. Harvey, Lydia Lunch e Karen O e, quando le maglie si allargano, la catastrofe di pezzi come No Face, Hit Me o Husbands si placa e le luci si spengono un altro po’, molta Gitane DeMone. Fantasmi onnipresenti nella nostra memoria che la tavola Ouija delle Savages torna a far battere al nostro uscio, caviglie esili che trascinano catene cigolanti con cui annodarci al legno di Silence Yourself.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Home Grown Rockabilly (Alligator)  

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Con buona approssimazione potrei dichiarare che Home Grown Rockabilly, primo e quasi unico vagito (gli altri, minuscoli, sarebbero stati comunque aggiunti alla versione su cd dell’album, pubblicata una decina di anni dopo dalla Nervous, NdLYS) della Alligator Records sia il primo documento della scena rockabilly britannica (gli esordi di Stray Cats e Mɘtɘors usciranno entrambi l’anno successivo). Negli anni, nonostante verrà sorpassato dal più estremo fenomeno psychobilly, non perderà un’oncia della sua carica.

Crazy Love, pezzo che apre il disco e che dà il via a tutta la carriera dei beniamini Mɘtɘors è ancora di una forza disarmante, con quel basso che sembra sculacciarti mentre corri per casa. Quell’energia primordiale, non sarà più replicata dalla band di Mr. Fenech.

Il suono di Johnny Key è invece debitore del più classico suono hillbillly. Alle sue spalle suonano Terry Ears, Niggsy Owens e Pete Pritchard che sono detentori dell’etichetta e dell’unica band che ci lavora dentro (i Flying Saucers, ribattezzati per l’occasione Kool Kats). Sempre loro suonano (e cantano, armonizzando a meraviglia) nei due pezzi di Gentleman Jim.

I Rhythm Cats (la band del futuro Polecat Neil Rooney) regalano invece due perle ispirate al suono swing delle grandi orchestre di Louis Jordan, Count Basie e Louis Prima.

A riportare il suono al classico tiro balbuziente del rockabilly ci pensano i Polecats con una Rockin’ All Nite registrata nel primo anno di vita della band di Boz Boorer (molti, molti anni dopo chitarrista di fiducia di Morrissey), destinati assieme ai Mɘtɘors ad un futuro radioso nel cielo del revival rock ‘n roll del decennio appena inaugurato.  

Se volete farvi un’idea di come i gatti inglesi vennero fuori dalle montagne di mondezza disseminata ai bordi delle strade di Londra, eccovi serviti.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SCIENTISTS – 9H2O​.​SIO2 (In the Red)  

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Il titolo è quello di un composto chimico. Un silicato sciolto in qualche sostanza acquosa, immagino.

Un esperimento, insomma. E forse è questa la chiave di lettura di questo inatteso ritorno degli Scientists che dopo due singoli ha adesso preso la forma di un miniLP di cinque brani.

Il pattern ritmico di Leanne Cowie che apre Hey Sydney e che fa da base per il rapping di Kim Salmon e sul quale si innestano via via un basso poderoso, una striscia rumorosa di bave chitarristiche e lo straniante coretto delle Na Na Splits è in effetti una sorta di laboratorio dove la band di Perth sembra divertirsi a miscelare tra provette ed alambicchi. Noi che nell’ora di laboratorio di chimica preferivamo sbirciare sotto il camice dell’assistente anziché miscelare e attivare i reagenti, un po’ meno.     

Però con gli Scientists basta aspettare che l’acquitrino salga.

E l’acquitrino sale.

Si sente ribollire già con Self Doubt, che suona come i Dream Syndicate che si divertono a suonare swamp blues, più attenti a deformare che a rifinire.

Wot’s This Game è un’altra sperimentazione, totalmente fuori di testa. Con il coro di mille bavose che, appiccicate, alla chitarra scivolano giù una volta scoperto che il robusto riff d’apertura diventa in realtà una vischiosa colata di metallo fuso.

I’m Taking It with Me è una spiritata cavalcata di valchirie che marciano però a passo di blues. Un tetragono dove i Birthday Party incontrano i Pussy Galore. Il resto immaginatelo voi. Ma in fretta, perché il pezzo dura un minuto e mezzo, quanto la prestazione sessuale dell’uomo medio italiano.  

Gli Scientists che tutti conosciamo arrivano alla fine, nell’abominevole 100 Points of I.D., quattro minuti di singhiozzante rumore blu, mille watt di chitarre che si leccano l’una con l’altra, toccate senza pudori da basso e batteria, con martellante insistenza. E Kim che con quella voce lì potrebbe leggere anche l’elenco delle sue amanti e lasciarci appiccicati alle casse come moscerini sul parabrezza.     

                                   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

CHRISTIAN DEATH – Atrocities (Normal)  

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Dato il definitivo colpo di spalla a Rozz Williams, Valor si accaparra al costo di 3500 dollari il nome dei Christian Death e dirotta definitivamente la band nei gironi del goth-rock, fino a farli diventare, negli anni, una volgarissima band che sguazza fino ad annegare in un mondo di blasfemia e di pornografia di pessimo gusto. Sotto la dittatura di Valor i Christian Death perdono, ironico dirlo, il loro “valore”. L’unico disco che riesce a mantenere, grazie all’apporto di quelli che a breve diventeranno i Mephisto Waltz, un equilibrio tra la prima e la seconda reincarnazione della band è Atrocities, disco ispirato quasi interamente all’Olocausto ma che ci risparmia le pose paramilitari e filonaziste che abbonderanno negli anni successivi e ci regala una visione decadente e ancora blandamente mistificatoria di quel macabro e raccapricciante capitolo della storia.

Rispetto a quello dei primi dischi è già, musicalmente, un gotico sovrappeso, esagerato ma di sicuro effetto scenografico. Il Capriccio di Paganini che sovrasta le guglie aguzze di Will-O-the-Wisp, i desolanti paesaggi di Tales of Innocence, The Danzig Waltz e Strange Fortune, i sabba valpurgici di Chimere De Si De La e Strapping Me Down e la mortifera versione di Gloomy Sunday si impongono tra i classici del genere, al fianco delle tenebrose ombre di Sisters of Mercy, Virgin Prunes e Dead Can Dance.

Valor affonda i suoi canini nel collo dei Christian Death e aspetta che si dissanguino.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE STYLE COUNCIL – Cappuccino freddo

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Il Maggio del 1984 fu uno dei mesi più piovosi che l’Italia ricordi. 366 millimetri di pioggia solo a Milano. Roba che Siffredi se lo sogna. Roba che non si vedeva da duecento anni. Fu uno di quei mesi in cui ti fermavi volentieri a casa e mandavi a fanculo tutto il resto, sperando che la piena si portasse via gran parte della merda che riempiva le strade. In TV a farti compagnia c’erano Marco Predolin, Beppe Grillo che ti parlava del Brasile, Augusto Martelli, Marco Columbro, Cesare Cadeo, Maurizio Nichetti, Wanna Marchi e la Deejay’s Gang.

In radio, ma anche in sui canali televisivi, passavano spesso loro, vestiti con gli spolverini adeguati a quelle piogge: gli Style Council.

Chi aveva “frequentato” l’ala mod della musica inglese quelle due facce le conosceva già. Per altri erano solo una curiosa alternativa ai suoni “verniciati” del pop che dominava la scena. Cafè Bleu fece il suo ingresso in casa mia coi piedi ancora fradici, cricchiando come quelle vecchie scarpe da ragioniere degli anni Cinquanta. E non fu proprio amore a prima vista.

Era un disco dove convivevano anime diverse, quasi schizofreniche. C’erano queste carezzevoli atmosfere jazz che erano la sinfonia perfetta per accompagnare lo scivolo verticale di quelle gocce di condensa che avevano deciso ad un certo punto di lacrimare dai vetri delle finestre.

E poi improvvise esplosioni di euforia da big-band che ti facevano temere che fuori da quei vetri appannati ci fosse Gene Kelly a ballare ancora col suo ombrello, zuppo di temporale.

E ancora qualche aria da spy-movie.

Del resto qualcuna di loro era venuta dal freddo. E quindi era anche questo un ospite coerente con quel Maggio poco temperato.  

A fianco di tutto ciò, come se non bastasse, c’erano anche delle robe che parlavano quel linguaggio ancora abbastanza piatto del rap. Ma come? Le strade sembrano un fiume che si trascina via il mondo creato e vuoi vedere che c’è gente che sta a rotolarsi sull’asfalto? Poco credibile.

E infatti fuori non c’era nessuno.

Ne’ Gene Kelly, ne’ Richard Burton, ne’ i figlioletti pieghevoli di Grandmaster Flash.

Se richiudevi gli infissi e ti riavvicinavi alla stufa, potevi sentire You’re the Best ThingThe Paris Match o The Whole Point of No Return ardere come dei ciocchi e coccolarti nel loro tepore. Come se fuori dovesse piovere per sempre.

E un po’ anche dentro.

 

Signore e Signori, vi presento gli anni Ottanta.

Eleganti e si, anche un po’ coolatoni.

A sinistra Signor Eleganza in persona, Mr. Paul Weller.

A destra l’organista pel di carota Mick Talbot, da Merton.

Si sono conosciuti nel fremente giro mod inglese alla fine degli anni Settanta e Mick ha già prestato la sua maestranza per Setting Sons dei Jam.

Sono gli ultimi anni di vita della grande mod-punk band.

Weller e Talbot suonano e sognano.

Ascoltano i vecchi dischi di Georgie Fame e Jimmy Reed e sognano.

Rovistano in vecchi negozi alla ricerca di roba vecchia e sognano.

Ogni tanto accendono la tivù. E vedono gli ABC. E i Visage. E gli Human League.

Non gli piace. E sognano.

Sognano di mettere su un gruppo che abbia dentro il calore del soul e l’eleganza del jazz da club, i colori tempera della bossa nova.

Che suoni moderna ma non di plastica.

Ci riusciranno per un po’.

Sicuramente per i primi due album incisi come Style Council.

Gruppo che già dal nome decide di fare i conti con lo stile, la classe, l’eleganza.

Che negli anni Ottanta significa essere fuori dal giro delle popstar di successo, quelle dalle acconciature improbabili e dai raggi laser, metà Megaloman e metà Atlas Ufo Robot.

E invece, dopo Cafè Blue che aveva “creato il caso”, gli Style Council si trovano al centro di un movimento di restaurazione chiamato Cool Jazz, scoprendo che la loro voglia di musica retrò può essere condivisa e che il loro bisogno è un’esigenza sentita anche da una grossa fetta di mercato.

Così ci riprovano, con più convinzione. Tirando fuori Our Favourite Shop.

Rendendo tutto palese fin dalla copertina.

Un emporio dove si trova di tutto, dove molte vite possono trovarsi rappresentate. Di certo quelle di Mick e Paul: c’è Otis Redding, c’è la venerata Rickenbacker 360/12, un manifesto di orgoglio gay come Another Country, c’è Al Green, ci sono le cravatte e i dischi della Motown, la maglia della Raleigh, Sinatra e i Beatles.

Un inventario della propria vita, più che un negozio di uno svuotacantine.

Ascoltato dopo trent’anni ci si accorge di quanto ci suoni ancora familiare e di come riesca ancora a scaldarci il cuore nonostante una sottile patina eighties lo avvolga come un leggero foglio di cellophane, di come tutti gli Housemartins stessero già dentro una cosa come Welcome to Milton Keynes e i Kings of Convenience ovviamente a galleggiare dentro le vasche spa di Down in the Seine e All Gone Away, di come il funambolico soul di Internationalists sarebbe potuto stare allo stesso tempo dentro The Dream of the Blue Turtles di Sting o, con i piccoli ritocchi  necessari, dentro l’unico album dei Redskins o di come, quando passa A Stones Throw Away, ci si sia fatti scappare la Eleonor Rigby degli anni Ottanta distratti da chissà cosa. Non so se possa essere anche il mio negozio preferito.

Ma sono sicuro che un bel po’ di roba la porterei ancora volentieri a casa.

                                                                      

Doppio dodici pollici con un paio di brani per facciata e copertina senza alcun riferimento diretto agli autori. Che sono gli Style Council. E che in questo modo rendono omaggio alla club-culture che sta esplodendo in Gran Bretagna, sulla spinta delle contaminazioni del funk che hanno dato via all’hip-hop. Per vedere l’esplosione del fenomeno acid-jazz occorrerà attendere un altro pochino, ma The Cost of Loving si merita la citazione di disco seminale per l’avvento di band come Brand New Heavies e Mother Earth.

Ancora una volta Paul Weller sembra aver capito tutto, ed averlo capito prima.

Il suo pubblico, me compreso, no.  

Quando il Dynamic Trio dichiara “one nation under a groove” su Right to Go, citando volutamente il Dio del P-Funk, in molti (ancora una volta, me compreso) pensano di essere finiti sul disco sbagliato. Sull’altare sbagliato.

E tutto il resto dell’album non si preoccupa certo di fugare questi dubbi. Lo stacco dal passato è netto e la svolta funky talmente marcata da lasciare le marciature ai piedi. Ma, soprattutto, c’è una laccatura che rende indigesto il tutto. Un ritocco stilistico che sa anche di ritocco estetico, un’abbronzatura che sa di lampade UV. Il più amaro tra i bocconi dolciastri che ci toccò ingerire negli anni Ottanta.

                                                                                  

Spiazzante fino ad essere crudele è invece, Confessions of a Pop Group, il canto del cigno degli Style Council. Al termine della sua avventura iniziata in bici, il duo britannico riesce nell’impresa di giocarsi gli applausi degli ammiratori, facendosi odiare da tutti con un album sofisticatissimo e ambizioso dove jazz, musica classica e pop orchestrale diventano espressioni di un isolazionismo sempre più snob messo in bella mostra su una prima facciata che ha il senso strategico di un ostacolo interposto fra la band e il suo pubblico, quasi a voler scremare quanto invece avevano raccolto senza filtri con il loro precedente, ammiccante The Cost of Loving. Alle lusinghe di quel pubblico il gruppo cede nella seconda parte del disco, con il suo pop ben vestito di fiati esplosivi, pianoforti elettrici e bassi superfunk e regalando al loro repertorio cose come How She Threw It All Away, Confessions of a Pop Group, Iwasadoledadstoryboy e Life at a Top People’s Hearth Farm.

Ma la vera magia del disco è quel nuovo approdo al silenzio che si respira nelle tracce strumentali della prima facciata e vicevera, sempre su quella, il naufragio emozionale per voci che fluttuano sugli oceani di It’s a Very Deep Sea, Changing of the Guard e The Story of Someone’s Shoe. C’è tutto uno stupore che esonda una volta prosciugata quella palude di incomprensione in cui gli Weller, Talbot e Dee C. Lee vogliono farci affondare e che lo rende insondabile come certi abissi marini che spesso hanno lo stesso rumore del riflusso della nostra anima in solitario tormento.

Le confessioni, ecco. Più che il gruppo pop. Per una volta lasciamo sia quella la cosa ad affascinarci di più. Col presentimento avverato che sia l’ultima volta.  

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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IDLES – Joy as an Act of Resistance (Partisan)  

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La gioia come atto estremo di resistenza allo schifo che ci sommerge come merda che sgorga dal pozzo nero del mondo 2.0, quello delle derive nazionaliste, populiste, razziste, maschiliste e sovraniste. Quello per cui quello che mangio è mio e solo mio mentre quello che caco è di tutti. Quello per cui se sei considerato minoranza noi bianchi-maschi-benestanti-samaritani ti diamo una mano per raggiungere la nostra maggioranza, a patto che tu accetti di restare un sottoprodotto e che sia consapevole di essere feccia.

Questo è lo status quo, dentro cui galleggiano delle sacche di resistenza tenute lontane dai riflettori. Gli Idles di Bristol sono una di queste sacche. E il loro secondo album che sembra riadattare nel titolo il vecchio motto di Bakunin è un disco di punk lacerante, scontroso e consapevole. Senza divise di ordinanza, con le facce di una ciurma di filibustieri che una volta scesi al pub del porto si sono dimenticati di doversi nuovamente imbarcare.

Fall nel linguaggio e Clash nell’anima.

Joy as an Act of Resistance è un disco di chitarre sbrindellate e anthem tanto obliqui quanto taglienti (Danny Nedelko, I’m Scum e Colossus destinate ad accendere il pogo nei concerti, oltre che a far brillare qualche neurone nel nostro cervello, NdLYS) che ricorda nei risultati ma non nelle intenzioni quel capolavoro che fu Tournament of Hearts dei Constantines e a metà del quale gli Idles piazzano un’intima confessione di dolore come June che riesce a penetrare la pelle quanto le altre 11 coltellate, nonostante sia condotta da un organo funereo che accompagna i passi muti di Agatha, la figlia di Joe Talbot, obbligata dal destino a dover percorrere solo quelli.

Un disco che ti fa sentire per mezz’ora dalla parte giusta del mondo. Poi torneremo a fare i conti con le restanti quarantasette mezz’ore e mezza che ci restano.      

           

                                                                          Franco “Lys” Dimauro