SCIENTISTS – 9H2O​.​SIO2 (In the Red)  

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Il titolo è quello di un composto chimico. Un silicato sciolto in qualche sostanza acquosa, immagino.

Un esperimento, insomma. E forse è questa la chiave di lettura di questo inatteso ritorno degli Scientists che dopo due singoli ha adesso preso la forma di un miniLP di cinque brani.

Il pattern ritmico di Leanne Cowie che apre Hey Sydney e che fa da base per il rapping di Kim Salmon e sul quale si innestano via via un basso poderoso, una striscia rumorosa di bave chitarristiche e lo straniante coretto delle Na Na Splits è in effetti una sorta di laboratorio dove la band di Perth sembra divertirsi a miscelare tra provette ed alambicchi. Noi che nell’ora di laboratorio di chimica preferivamo sbirciare sotto il camice dell’assistente anziché miscelare e attivare i reagenti, un po’ meno.     

Però con gli Scientists basta aspettare che l’acquitrino salga.

E l’acquitrino sale.

Si sente ribollire già con Self Doubt, che suona come i Dream Syndicate che si divertono a suonare swamp blues, più attenti a deformare che a rifinire.

Wot’s This Game è un’altra sperimentazione, totalmente fuori di testa. Con il coro di mille bavose che, appiccicate, alla chitarra scivolano giù una volta scoperto che il robusto riff d’apertura diventa in realtà una vischiosa colata di metallo fuso.

I’m Taking It with Me è una spiritata cavalcata di valchirie che marciano però a passo di blues. Un tetragono dove i Birthday Party incontrano i Pussy Galore. Il resto immaginatelo voi. Ma in fretta, perché il pezzo dura un minuto e mezzo, quanto la prestazione sessuale dell’uomo medio italiano.  

Gli Scientists che tutti conosciamo arrivano alla fine, nell’abominevole 100 Points of I.D., quattro minuti di singhiozzante rumore blu, mille watt di chitarre che si leccano l’una con l’altra, toccate senza pudori da basso e batteria, con martellante insistenza. E Kim che con quella voce lì potrebbe leggere anche l’elenco delle sue amanti e lasciarci appiccicati alle casse come moscerini sul parabrezza.     

                                   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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CHRISTIAN DEATH – Atrocities (Normal)  

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Dato il definitivo colpo di spalla a Rozz Williams, Valor si accaparra al costo di 3500 dollari il nome dei Christian Death e dirotta definitivamente la band nei gironi del goth-rock, fino a farli diventare, negli anni, una volgarissima band che sguazza fino ad annegare in un mondo di blasfemia e di pornografia di pessimo gusto. Sotto la dittatura di Valor i Christian Death perdono, ironico dirlo, il loro “valore”. L’unico disco che riesce a mantenere, grazie all’apporto di quelli che a breve diventeranno i Mephisto Waltz, un equilibrio tra la prima e la seconda reincarnazione della band è Atrocities, disco ispirato quasi interamente all’Olocausto ma che ci risparmia le pose paramilitari e filonaziste che abbonderanno negli anni successivi e ci regala una visione decadente e ancora blandamente mistificatoria di quel macabro e raccapricciante capitolo della storia.

Rispetto a quello dei primi dischi è già, musicalmente, un gotico sovrappeso, esagerato ma di sicuro effetto scenografico. Il Capriccio di Paganini che sovrasta le guglie aguzze di Will-O-the-Wisp, i desolanti paesaggi di Tales of Innocence, The Danzig Waltz e Strange Fortune, i sabba valpurgici di Chimere De Si De La e Strapping Me Down e la mortifera versione di Gloomy Sunday si impongono tra i classici del genere, al fianco delle tenebrose ombre di Sisters of Mercy, Virgin Prunes e Dead Can Dance.

Valor affonda i suoi canini nel collo dei Christian Death e aspetta che si dissanguino.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE STYLE COUNCIL – Cappuccino freddo

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Il Maggio del 1984 fu uno dei mesi più piovosi che l’Italia ricordi. 366 millimetri di pioggia solo a Milano. Roba che Siffredi se lo sogna. Roba che non si vedeva da duecento anni. Fu uno di quei mesi in cui ti fermavi volentieri a casa e mandavi a fanculo tutto il resto, sperando che la piena si portasse via gran parte della merda che riempiva le strade. In TV a farti compagnia c’erano Marco Predolin, Beppe Grillo che ti parlava del Brasile, Augusto Martelli, Marco Columbro, Cesare Cadeo, Maurizio Nichetti, Wanna Marchi e la Deejay’s Gang.

In radio, ma anche in sui canali televisivi, passavano spesso loro, vestiti con gli spolverini adeguati a quelle piogge: gli Style Council.

Chi aveva “frequentato” l’ala mod della musica inglese quelle due facce le conosceva già. Per altri erano solo una curiosa alternativa ai suoni “verniciati” del pop che dominava la scena. Cafè Bleu fece il suo ingresso in casa mia coi piedi ancora fradici, cricchiando come quelle vecchie scarpe da ragioniere degli anni Cinquanta. E non fu proprio amore a prima vista.

Era un disco dove convivevano anime diverse, quasi schizofreniche. C’erano queste carezzevoli atmosfere jazz che erano la sinfonia perfetta per accompagnare lo scivolo verticale di quelle gocce di condensa che avevano deciso ad un certo punto di lacrimare dai vetri delle finestre.

E poi improvvise esplosioni di euforia da big-band che ti facevano temere che fuori da quei vetri appannati ci fosse Gene Kelly a ballare ancora col suo ombrello, zuppo di temporale.

E ancora qualche aria da spy-movie.

Del resto qualcuna di loro era venuta dal freddo. E quindi era anche questo un ospite coerente con quel Maggio poco temperato.  

A fianco di tutto ciò, come se non bastasse, c’erano anche delle robe che parlavano quel linguaggio ancora abbastanza piatto del rap. Ma come? Le strade sembrano un fiume che si trascina via il mondo creato e vuoi vedere che c’è gente che sta a rotolarsi sull’asfalto? Poco credibile.

E infatti fuori non c’era nessuno.

Ne’ Gene Kelly, ne’ Richard Burton, ne’ i figlioletti pieghevoli di Grandmaster Flash.

Se richiudevi gli infissi e ti riavvicinavi alla stufa, potevi sentire You’re the Best ThingThe Paris Match o The Whole Point of No Return ardere come dei ciocchi e coccolarti nel loro tepore. Come se fuori dovesse piovere per sempre.

E un po’ anche dentro.

 

Signore e Signori, vi presento gli anni Ottanta.

Eleganti e si, anche un po’ coolatoni.

A sinistra Signor Eleganza in persona, Mr. Paul Weller.

A destra l’organista pel di carota Mick Talbot, da Merton.

Si sono conosciuti nel fremente giro mod inglese alla fine degli anni Settanta e Mick ha già prestato la sua maestranza per Setting Sons dei Jam.

Sono gli ultimi anni di vita della grande mod-punk band.

Weller e Talbot suonano e sognano.

Ascoltano i vecchi dischi di Georgie Fame e Jimmy Reed e sognano.

Rovistano in vecchi negozi alla ricerca di roba vecchia e sognano.

Ogni tanto accendono la tivù. E vedono gli ABC. E i Visage. E gli Human League.

Non gli piace. E sognano.

Sognano di mettere su un gruppo che abbia dentro il calore del soul e l’eleganza del jazz da club, i colori tempera della bossa nova.

Che suoni moderna ma non di plastica.

Ci riusciranno per un po’.

Sicuramente per i primi due album incisi come Style Council.

Gruppo che già dal nome decide di fare i conti con lo stile, la classe, l’eleganza.

Che negli anni Ottanta significa essere fuori dal giro delle popstar di successo, quelle dalle acconciature improbabili e dai raggi laser, metà Megaloman e metà Atlas Ufo Robot.

E invece, dopo Cafè Blue che aveva “creato il caso”, gli Style Council si trovano al centro di un movimento di restaurazione chiamato Cool Jazz, scoprendo che la loro voglia di musica retrò può essere condivisa e che il loro bisogno è un’esigenza sentita anche da una grossa fetta di mercato.

Così ci riprovano, con più convinzione. Tirando fuori Our Favourite Shop.

Rendendo tutto palese fin dalla copertina.

Un emporio dove si trova di tutto, dove molte vite possono trovarsi rappresentate. Di certo quelle di Mick e Paul: c’è Otis Redding, c’è la venerata Rickenbacker 360/12, un manifesto di orgoglio gay come Another Country, c’è Al Green, ci sono le cravatte e i dischi della Motown, la maglia della Raleigh, Sinatra e i Beatles.

Un inventario della propria vita, più che un negozio di uno svuotacantine.

Ascoltato dopo trent’anni ci si accorge di quanto ci suoni ancora familiare e di come riesca ancora a scaldarci il cuore nonostante una sottile patina eighties lo avvolga come un leggero foglio di cellophane, di come tutti gli Housemartins stessero già dentro una cosa come Welcome to Milton Keynes e i Kings of Convenience ovviamente a galleggiare dentro le vasche spa di Down in the Seine e All Gone Away, di come il funambolico soul di Internationalists sarebbe potuto stare allo stesso tempo dentro The Dream of the Blue Turtles di Sting o, con i piccoli ritocchi  necessari, dentro l’unico album dei Redskins o di come, quando passa A Stones Throw Away, ci si sia fatti scappare la Eleonor Rigby degli anni Ottanta distratti da chissà cosa. Non so se possa essere anche il mio negozio preferito.

Ma sono sicuro che un bel po’ di roba la porterei ancora volentieri a casa.

                                                                      

Doppio dodici pollici con un paio di brani per facciata e copertina senza alcun riferimento diretto agli autori. Che sono gli Style Council. E che in questo modo rendono omaggio alla club-culture che sta esplodendo in Gran Bretagna, sulla spinta delle contaminazioni del funk che hanno dato via all’hip-hop. Per vedere l’esplosione del fenomeno acid-jazz occorrerà attendere un altro pochino, ma The Cost of Loving si merita la citazione di disco seminale per l’avvento di band come Brand New Heavies e Mother Earth.

Ancora una volta Paul Weller sembra aver capito tutto, ed averlo capito prima.

Il suo pubblico, me compreso, no.  

Quando il Dynamic Trio dichiara “one nation under a groove” su Right to Go, citando volutamente il Dio del P-Funk, in molti (ancora una volta, me compreso) pensano di essere finiti sul disco sbagliato. Sull’altare sbagliato.

E tutto il resto dell’album non si preoccupa certo di fugare questi dubbi. Lo stacco dal passato è netto e la svolta funky talmente marcata da lasciare le marciature ai piedi. Ma, soprattutto, c’è una laccatura che rende indigesto il tutto. Un ritocco stilistico che sa anche di ritocco estetico, un’abbronzatura che sa di lampade UV. Il più amaro tra i bocconi dolciastri che ci toccò ingerire negli anni Ottanta.

                                                                                  

Spiazzante fino ad essere crudele è invece, Confessions of a Pop Group, il canto del cigno degli Style Council. Al termine della sua avventura iniziata in bici, il duo britannico riesce nell’impresa di giocarsi gli applausi degli ammiratori, facendosi odiare da tutti con un album sofisticatissimo e ambizioso dove jazz, musica classica e pop orchestrale diventano espressioni di un isolazionismo sempre più snob messo in bella mostra su una prima facciata che ha il senso strategico di un ostacolo interposto fra la band e il suo pubblico, quasi a voler scremare quanto invece avevano raccolto senza filtri con il loro precedente, ammiccante The Cost of Loving. Alle lusinghe di quel pubblico il gruppo cede nella seconda parte del disco, con il suo pop ben vestito di fiati esplosivi, pianoforti elettrici e bassi superfunk e regalando al loro repertorio cose come How She Threw It All Away, Confessions of a Pop Group, Iwasadoledadstoryboy e Life at a Top People’s Hearth Farm.

Ma la vera magia del disco è quel nuovo approdo al silenzio che si respira nelle tracce strumentali della prima facciata e vicevera, sempre su quella, il naufragio emozionale per voci che fluttuano sugli oceani di It’s a Very Deep Sea, Changing of the Guard e The Story of Someone’s Shoe. C’è tutto uno stupore che esonda una volta prosciugata quella palude di incomprensione in cui gli Weller, Talbot e Dee C. Lee vogliono farci affondare e che lo rende insondabile come certi abissi marini che spesso hanno lo stesso rumore del riflusso della nostra anima in solitario tormento.

Le confessioni, ecco. Più che il gruppo pop. Per una volta lasciamo sia quella la cosa ad affascinarci di più. Col presentimento avverato che sia l’ultima volta.  

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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IDLES – Joy as an Act of Resistance (Partisan)  

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La gioia come atto estremo di resistenza allo schifo che ci sommerge come merda che sgorga dal pozzo nero del mondo 2.0, quello delle derive nazionaliste, populiste, razziste, maschiliste e sovraniste. Quello per cui quello che mangio è mio e solo mio mentre quello che caco è di tutti. Quello per cui se sei considerato minoranza noi bianchi-maschi-benestanti-samaritani ti diamo una mano per raggiungere la nostra maggioranza, a patto che tu accetti di restare un sottoprodotto e che sia consapevole di essere feccia.

Questo è lo status quo, dentro cui galleggiano delle sacche di resistenza tenute lontane dai riflettori. Gli Idles di Bristol sono una di queste sacche. E il loro secondo album che sembra riadattare nel titolo il vecchio motto di Bakunin è un disco di punk lacerante, scontroso e consapevole. Senza divise di ordinanza, con le facce di una ciurma di filibustieri che una volta scesi al pub del porto si sono dimenticati di doversi nuovamente imbarcare.

Fall nel linguaggio e Clash nell’anima.

Joy as an Act of Resistance è un disco di chitarre sbrindellate e anthem tanto obliqui quanto taglienti (Danny Nedelko, I’m Scum e Colossus destinate ad accendere il pogo nei concerti, oltre che a far brillare qualche neurone nel nostro cervello, NdLYS) che ricorda nei risultati ma non nelle intenzioni quel capolavoro che fu Tournament of Hearts dei Constantines e a metà del quale gli Idles piazzano un’intima confessione di dolore come June che riesce a penetrare la pelle quanto le altre 11 coltellate, nonostante sia condotta da un organo funereo che accompagna i passi muti di Agatha, la figlia di Joe Talbot, obbligata dal destino a dover percorrere solo quelli.

Un disco che ti fa sentire per mezz’ora dalla parte giusta del mondo. Poi torneremo a fare i conti con le restanti quarantasette mezz’ore e mezza che ci restano.      

           

                                                                          Franco “Lys” Dimauro                                       

 

           

                                                                                         

NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – Ghosteen (Bad Seed Ltd.)   

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Titolo e copertina non lasciano margini di dubbio: il “giovane fantasma” è quel che sappiamo e il posto incantato, assolutamente inedito per l’iconografia funerea e bohemien di Nick Cave, è quel posto lì. 

Quella della separazione fisica dal figlio è una ferita che Cave sta cercando di sanare da tempo, cercando reciproco aiuto, confronto e conforto nel suo pubblico.

La liturgia della “Parola” torna ancora una volta nella sua vita come elemento fondamentale della catena di vita e di morte, dell’alternanza di gioia e dolore. Lo è in maniera quasi esclusiva su Ghosteen, luogo metafisico di incontro con il figlio perduto e disco in cui Cave accarezza il dolore senza aggredirlo, seduto su un divano color porpora preparato per lui da Warren Ellis, ormai arredatore unico dello studio Bad Seeds. Il blues è ormai del tutto evaporato, sostituito da uno spleen senza ferocia, da uno sputo di incenso e mirra che sale verso l’alto, oltre quelle nuvole che per più di un’ora Cave ci costringe a vedere nella première mondiale lanciata su YouTube nell’ora che precede l’oblio consolatorio del sonno.

Nick Cave ci invita a condividere il suo dolore. Noi che abbiamo camminato con lui ci sentiamo obbligati a farlo. A partecipare a questa veglia funebre che ha tanto del Songs for Drella di Lou Reed.

In fin dei conti anche noi orfani se non di qualcuno certamente di qualcosa.

Delle sue canzoni, per esempio.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE COOLIES – Uh Oh! It’s…The Coolies (Wicked Cool)  

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Cool l’etichetta, cool le musiciste, cool la musica.

E fredda la doccia che ci sveglia il 3 Ottobre del 2019, una volta appresa la notizia della morte di Kim Shattuck, stroncata dalla sclerosi che le era stata diagnosticata due anni fa. Ecco perché, anche se del power-pop appiccicoso che il terzetto estemporaneo messo su da Kim con l’amica di lungo corso Melanie Vammen e Palmyra Delrani ha invece adottato come fede non ve ne frega nulla, dovreste andare sul loro bandcamp e donare qualche spicciolo da devolvere all’ALS Golden West per le cure e il sostegno economico e psicologico ai malati di sclerosi e alle loro famiglie.

Kim ha lasciato ancora una volta fuori i suoi tormenti fisici fuori dalla sua musica, sbattendogli la porta sul muso.

La musica delle Coolies è un inno alla vita, al divertimento, ai fumetti, alle frivolezze di una serata tra amiche, di una notte al drive-in, di una giornata in spiaggia, di una festa al liceo.

Un mondo di serie B.

Che è spesso l’alternativa B alla vita di serie A che ci vuole grigi e infelici.  

E che si rivela spesso spietata come un boia.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LUCIO BATTISTI – Masters #2 (Sony Music)  

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Allo scoccare della mezzanotte del 29 Settembre 2019 la libreria digitale di Spotify ha subìto l’onda d’urto del catalogo (di gran parte di esso, ma non tutto) di Battisti.

Appena due giorni prima invece, per i cultori del vecchio vinile, la Sony Music porta sui banchi dei negozi veri il secondo volume di Masters, l’operazione di restauro del vecchio materiale del cantante iniziata due anni prima. Che però, vai a capire, su Spotify non c’è. Resta di stucco, è un barbatrucco.

Giochi di prestigio a parte, la liturgia battistiana non conosce tregua.

E i fedeli si inginocchiano come i musulmani davanti a La Mecca ancora una volta. La scomparsa del cantante di Poggio Bustone lo ha redento dai suoi peccati e oggi anche chi quando lo vedeva camminare sulle acque lo accusava di essere un falso profeta, un maschilista, un misogino, un borghese, un fascio, ha deciso di assolverlo e, come Dante quando faceva l’appello o come i nazisti che indicavano la direzione agli ebrei appena scaricati dai treni della morte, hanno scelto per lui una dimora meno atroce di quella che gli auguravano in vita.

Una redenzione altrettanto approssimativa quanto le accuse di qualche decennio prima a dire il vero. Concessa senza gusto critico, prendendo per oro colato anche certo pentolame di rame e viceversa facendo di tutta l’erba “un fascio” (vi prego, fatemela passare, che aspettavo da venti anni l’occasione per usare la battuta, NdLYS) accomunando con giudizio sommario dischi dalle anime molto diverse, divergenti per progettualità, contenuto, urgenza espressiva e tematiche.

Lo fanno anche quelli della Sony, ovviamente. Anche se lo scopo di Masters non è quello di creare una raccolta omogenea dei reperti battistiani.

Lo fanno pubblicando questo cofanetto in edizione cd e vinile, penalizzando il secondo rispetto al primo, amputato di metà scaletta.

Lo fanno dando pregio al contenuto audio, rivisitato e corretto secondo le nuove tecnologie che saranno apprezzate più dagli audiofili che dall’ascoltatore comune cui invece è destinato il libretto allegato in cui gente come Franz Di Cioccio, Alberto Radius, Mara Maionchi, Renzo Arbore o Massimo Lavezzi raccontano i loro aneddoti con la lingua del cuore che però, tradotta in caratteri grafici non so da chi, diventano una sequenza di frasi dislessiche e disgrafiche che neppure i post che ci tocca leggere sui social riescono ad eguagliare. Un analfabetismo o una superficialità già annunciata da una Dolce di giorno che diventa Dolce giorno, come fosse una canzone di Mietta e che mal comprendo e mal digerisco, soprattutto per un’operazione che vorrebbe essere meticolosa e rispettosa e che invece sfiora il fantozziano.

Per lui, perfezionista e curioso come pochi, un po’ come pisciargli sulla tomba.

Il tempo di morire.

Di nuovo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

LUCIO DALLA – Il giorno aveva cinque teste (RCA)  

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Paff…Bum, Bisogna saper perdere, 4/3/1943 e poi ancora Piazza Grande. Quindi nel 1972, per le selezioni di Sanremo dell’anno successivo Lucio Dalla decide di proporre alla commissione della kermesse sanremese L’auto targata “TO”, che è un po’ come lanciare una molotov dentro una ludoteca. Perché Sanremo è in quegli anni un acquario dove l’Italia del dopoguerra e del boom economico devono continuare a nuotare felice. Come se fuori non si fosse già iniziato a sparare, come se le fabbriche fossero ancora degli opifici dove l’eccellenza italiana rende felici non solo i consumatori ma anche gli uomini addetti alle macchine, come se davvero il benessere fosse stato spalmato equamente fra Nord e Sud e tutto lo stivale fosse stato conciato con lo stesso, lucido cuoio.

La proposta di Dalla viene ovviamente scartata. Quell’immagine di un’Italia “sventrata dalle ruspe che l’hanno divorata” e quell’altra ancora più dura dei terroni condannati “a costruire per gli altri appartamenti da cinquanta milioni” sono roba che non può passare in prima serata e che non può essere cantata su un palco davanti a gente ingioiellata che sulla pelle dei meridionali ha costruito il suo impero di capannoni industriali e di ville con piscina.

Il Lucio Dalla de L’auto targata “TO” e dell’album che la contiene è un Lucio Dalla pericoloso. Non è più il burlone dei primi anni, il saltimbanchi che sbuffa come Louis Armstrong, l’ingenuo pagliaccetto che può facilmente essere manipolato aggiustando qualche riga come era già successo con 4/3/1943. È il Lucio Dalla che ha incontrato Roberto Roversi, il pericoloso filosofo che scrive su L’officina e su Lotta Continua. È un Lucio Dalla imprudente e spietato. Un Lucio Dalla che decide di non avere scampo, di suicidarsi simbolicamente lanciandosi proprio dal tetto dell’Ariston. Il giorno aveva cinque teste racconta l’Italia del disagio, delle morti bianche, dei cadaveri rosso sangue, delle utilitarie scassate che trasportano gli operai obbligati a costruire le macchine di lusso per i nuovi padroni. Non necessariamente i loro, ma sicuramente padroni di qualcun altro, di qualche altro proletario, l’Italia delle classi sociali, dei gradini con cui il benessere è stato distribuito, altro che democraticamente spalmato. Un disco musicalmente ridondante e contorto come le tendenze della musica del continente impongono ma ricco di canzoni obliquamente convincenti come Alla fermata del tram, Passato, presente, L’operaio Gerolamo, La bambina, L’auto targata “TO”.

A Sanremo quell’anno vince Peppino Di Capri con Un amore grande e niente più.       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Come On, Let’s Go! (Big Beat)  

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Tante hit e nessuna hit, come nella classica tradizione power-pop. Di questo è fatta l’ennesima raccolta sull’argomento pubblicata dalla Big Beat.

Poco importa che dentro ci siano nomi come Flamin’ Groovies, Ramones, Big Star. Già nella sua stagione d’oro il power-pop era un genere demodé su cui pochissimi si sentirono di investire, figurarsi ora che il suono della chitarra è stata bandita dalla radio al punto tale che i ragazzini non sanno distinguerla da quella di un clavicembalo e che i Rubinoos che in copertina ne brandiscono addirittura quattro siano conosciuti solo per essere stati “derubati” da Avril Lavigne della loro I Want to Be Your Boyfriend. Anzi, forse neppure per quello.

Dunque Come On, Let’s Go! è destinata a rimanere a bordo strada, lì dove il power-pop è sempre stato, con le sue chitarre scintillanti come cocci di bottiglia raccolti per errore da qualche gazza ladra. Non basterà la mia o mille altre recensioni a farvelo piacere, se a questi suoni siete rimasti impermeabili per anni. Se viceversa vi piace lasciarvene inzuppare, altrettanto ovvio che non servirà affidarsi alle mie parole per tuffarvi dentro canzoni come Rock and Roll Is Dead dei Rubinoos, Shake Some Action dei Groovies, Tomorrow Night degli Shoes, Let Go dei Dirty Looks o The Trains dei Nashville Ramblers dei rifugiati Ron Silva (The Crawdaddys), Carl Rusk (The Tell-Tale Hearts) e Tom Ward (The Gravedigger V) o Nuclear Boy dei 20/20.

Il sole è alto. Attenti a non abbagliarvi.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

LOVE – Four Sail (Elektra)  

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Un disco assurdamente bello il quarto dei Love, ricompattati con line-up totalmente rinnovata da un Arthur Lee che ha un contratto con la Elektra da rispettare e un bisogno creativo da soddisfare. Non necessariamente in questo ordine. Una band con i controcazzi, val la pena dirlo. In grado di assecondare le smanie del leader, fosse anche quella di praticargli una fellatio mentre accende la sua chitarra degli stessi lampi della Fender di Hendrix.

Un gigantesco teapot da cui la scrittura sempre più smaliziata di Lee sgorga in mille rigagnoli difformi e straripanti. Jazz, bossanova, fusion, folk, acid-rock, psichedelia, hard-rock si rincorrono alternando vertigini allucinatorie a sogni rassicuranti in una giostra musicale capricciosa ed esaltante. In roba come August, I’m With You, Always See Your Face, Good Times e Singing Cowboy Arthur Lee si conferma non solo come il detentore di un folk-rock barocco e mai dimesso, di un ambrato quasi tropicale ma anche come uno dei musicisti più talentuosi e visionari della sua epoca, nonostante sia stato messo “in svendita” dalla sua etichetta.  

Curioso che la traccia più lineare e solare del disco, sorta di incrocio fra i Beatles e i Lovin’ Spoonful, sia quella dedicata al loro roadie Neil Rappaport, morto per overdose durante il tour di Forever Changes e che a confronto con la vecchia Signed D.C. qui non traspaia nessuno sconforto, nessuno strazio ma solo l’ombra nostalgica di un passato che sfaldandosi comincia a mostrare il suo volto peggiore.

Four Sail è la fine dei Love, in qualche modo.

Tutto quanto verrà prodotto successivamente, nonostante il grandissimo valore, subirà la chiusura di ogni canale commerciale, dalla posizione sugli scaffali nei record store ai passaggi in radio totalmente inesistenti, finendo per bruciare il sogno di gloria di uno dei più grandi artisti neri che mai abbiano avuto a che fare col rock.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro