SCOTTY MOORE

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Il mondo del rock ‘n roll venne rivoluzionato da una chitarra jazz.

Una Gibson ES295 elettrica col corpo vuoto.

Un corpo tutto da riempire, come nei migliori sogni erotici.

A riempirlo, fino a tracimare dall’orlo, fino ad inondare prima Memphis, poi tutto lo stato del Tenneessee, poi l’America e quindi il mondo intero fu un ventiquattrenne americano appena sceso da una portaerei ormeggiata lungo le coste di un oceano che di Pacifico aveva allora solo il nome e subito arruolato nell’esercito di Sam Phillips a guardare le spalle ad una spina appena reclutata ma già carica di ambizioni e di una discreta conoscenza del blues e del country. Musiche madide di sudore e fatica che più tardi Elvis Presley abbandonerà in favore di canzoni più ammiccanti, una volta raggiunto l’obiettivo di avere il mondo ai suoi piedi.

Nascono in quel momento, con il contrabbasso di Bill Black a dare calore alle pennate e ai fraseggi ficcanti di Scotty e a sottolineare il vibrato ammiccante di Presley, i Blue Moon Boys, destinati a servire ai tavoli dei bianchi riuniti a forma di famiglia vera davanti alla televisione la sporcizia della musica nera e ad attuare la prima grande rivoluzione culturale del dopoguerra. Nasce, ed è la prima volta, una musica pensata appositamente per i giovani, concedendo loro una precisa  identificazione sociale che era loro stata preclusa fino a quel momento e che da quell’istante li rende, ovvio, destinatari e bersaglio fin troppo facile di un prodotto attorno al quale costruire un intero nuovo mercato.

E’ l’avvio della grande catena discografica. Un lunghissimo nastro trasportatore spinto proprio, quasi in maniera artigianale, dalle dita di Mr. Scotty Moore, da quella sintesi di tecnica blues in grado di sprigionare l’odore erotico del rockabilly. Quelle dita che hanno smesso di strusciarsi su un manico di chitarra il 28 Giugno di quest’anno, quando Elvis e Bill lo hanno chiamato all’Inferno per rimettere in piedi i Blue Moon Boys. Stavolta per sempre.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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Fortuna e le camere mute che cantano

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Il palazzo della povera Fortuna Loffredo lo hanno chiamato “il palazzo dell’orrore”, in una specie di esorcismo collettivo per raccontarci che questo condominio dove si violentano bambini (almeno cinque) e si ammazza chi non ci sta (almeno una, Fortuna, ma forse anche Antonio Giglio pure lui caduto da un terrazzo) è un non-luogo isolato dal contesto, una Cajenna fuori dalla normalità. Però viene qualche dubbio. Viene qualche dubbio guardando la disinvoltura con cui la sessualità dei bambini, e pure il loro palese abuso, vengono messi in scena dal sottomercato più fiorente a Napoli, quello della musica neomelodica, che da anni lavora sull’evocazione della seduttività infantile. E non si parla di adolescenti ma di bambine delle elementari, otto o dieci anni, vestite e truccate e sculettanti come piccole adulte, che con i loro video fanno migliaia di condivisioni sul web.

Una di queste clip (https://www.youtube.com/watch?v=F48SKFFuVAI) risalente a qualche anno fa (fece scandalo, ma poi tutto finì con un paio di articoli sul Mattino) sembra una mostruosa anticipazione della tragedia di Fortuna, corredata dall’invito all’omertà e dall’esaltazione della giustizia fai da te. La protagonista è una baby cantante tra le più popolari battezzata Piccola Anna, violentata e picchiata dall’amico della madre, e vale a poco il cartello finale del filmato in cui si invitano i bambini a “non fidarsi dei pitofili” (la parola pedofili è stata pure stemperata con una parodia) perché sono evidenti gli obbiettivi della atroce sceneggiata: solleticare la morbosità e il voyeurismo rappresentando una situazione proibita ma al tempo stesso ritenuta intrigante. La Piccola Anna è molto simile a Fortuna: ha gli stessi capelli biondi, la stessa età, gli stessi colori. E chissà quante bambine o bambini avranno guardato questo video desumendone una sorta di “normalità” dell’aggressione sessuale in famiglia, oltreché l’aperto messaggio a non confidarsi mai con estranei (e figuriamoci con la polizia).

Visto dall’angolatura di questo video il palazzo dell’orrore comincia ad assumere connotazioni più ordinarie, meno eccezionali. Una storia come tante, verrebbe da dire, giacché la caratteristica della canzone neomelodica è proprio il racconto di storie “normali” – amori, tradimenti, partenze, ritorni, liti, abbracci – caricate del surplus sentimentale della musica e della sua carica drammatizzante.
Così come “normale” sembra l’adultizzazione dei bambini, di cui tanto si è parlato dopo la provocazione di Corrado Augias, alzando scandalo per affermazioni giudicate esagerate o intempestive. Anche qui due video, tutti e due molto cliccati in rete (uno fu anche oggetto di un servizio delle Iene): la Piccola Anna, sempre lei, che sculetta per i vicoli di Napoli minacciando un suo corteggiatore e il piccolo Lucio, più o meno dieci anni, sul letto con la sua fidanzatina invitata a levarsi la minigonna e a “fare l’ammore”.

In una cultura, la nostra, che si indigna giustamente per l’orrore delle spose bambine del Pakistan o degli Emirati, queste “amanti bambine” – prodotti trash del mercato dell’abuso e dello sfruttamento dell’infanzia, non meno delle lavanderie ottocentesche di Dickens – sono non solo tollerate, ma diventano fenomeni pop. Basta cliccare su Youtube con la voce di ricerca “baby neomelodici” per verificare l’ampiezza del fenomeno, dietro al quale si muove un’imprenditoria stracciona ed affamata di concorsi, talent, siti specializzati, Cd. E forse non c’è un collegamento diretto con quel palazzo dove i bambini erano merce e molti adulti ci trafficavano intorno senza forse neanche rendersi conto dell’orrore delle loro azioni. Ma quando la produzione di video così diventa fenomeno di massa è evidente che l’idea dell’infanzia come età dell’innocenza ha subito uno stravolgimento profondo, forse irreparabile, su larga scala.

Il palazzo degli orrori probabilmente è molto più largo, e inesplorato di quello che crediamo e non basteranno a bonificarlo gli arresti e le condanne per un singolo caso.

Bambini che dovrebbero giocare con le bambole o con le biciclette che parlano di sesso, stupro, gelosia, passione, e che per questo diventano piccole star, probabilmente modelli, per i loro coetanei: le femmine a otto anni truccate e agghindate come ragazze, i maschi spesso con la pistola nel comodino, pure loro a otto anni. Nelle molte interviste che ho visto con i genitori (sul web si trovano anche queste, sono ricercatissimi e suscitano grande curiosità con i loro consigli) non una madre o un padre che mostri un qualche imbarazzo. Il cachet medio delle esibizioni in piazza è 100 euro. Per cantare a una festa di comunione o per una serenata anche 150. E bisogna sbrigarsi a fare cassa perché, crescendo, l’effetto non sarà più lo stesso: superati i dieci anni si entra in categorie più concorrenziali e meno redditizie.

L’ammiccamento sessuale dei bambini, evidentemente, vale più di quello degli adolescenti e degli adulti. Povera Fortuna. Poveri loro. Poveri noi. Il palazzo degli orrori probabilmente è molto più largo, e inesplorato di quello che crediamo e non basteranno a bonificarlo gli arresti e le condanne per un singolo caso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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NAMETESTS – Sii come me (ma prima dimmi come sei tu)

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“Quale sarà il tuo lavoro fra 10 anni? Clicca qui per scoprirlo”.

“Lys si fa le pippe. Lys sa cosa pensare quando si fa le pippe. Sii come Lys”

“Cosa rivela la tua foto profilo?” Che sei un cesso, ma io te lo dico dicendoti “Fascino al 75%”

E via così.

Una apparentemente innocua malattia virale, come ce ne sono tante.

Una volta avevamo la gonorrea, la sifilide, l’HIV. Ora che i contatti umani sono ridotti al lumicino abbiamo queste. 

Nulla di strano. 

Lo vedo sulle bacheche dei miei “amici” e subito tento anche io la sorte.

Perchè la furbizia non inquina, la scemenza si.

E’ invasiva più di una sonda per la rettoscopia. 

Scopro che fra dieci anni farò lo scafista.

Che la mia foto profilo rivela che sono intelligente, probabilmente per smentire che se sto giocando in questo modo invece di scoparmi le cento persone che hanno messo il mi piace sono un emerito imbecille, che i miei amici più importanti dell’anno appena trascorso sono quelli che a malapena mi salutano per strada. Alida, Tiziana, Cinzia e non ricordo più chi altri. Dicendomi ancora una volta in maniera diplomatica che non solo sono imbecille ma che il fatto è dimostrabile dagli amici che mi sono scelto. 

Bene. Comunque sia, sii come Lys. Divertiti.

Ovviamente è un gioco (pericoloso, e vedremo poi perché). O meglio: è un test-gioco. Uno di quelli che appaiono regolarmente sui social e promettono di svelarti “quale animale sei”, “quanto ne sai sull’amore”, “qual è il tuo colore” e “quale personaggio storico saresti”. Difficile resistere. In fondo, pensiamo, è un gioco. Una sciocchezza che farà divertire noi e i nostri amici ai quali – sempre via social – invieremo il risultato ottenuto.

Per la verità ne esistono anche di più “seri” (all’apparenza), attraverso i quali possiamo misurare la nostra conoscenza dell’italiano, di una lingua straniera o di un periodo storico.

Ogni volta che clicchiamo sui post che reclamano questi test, veniamo indirizzati in un sito che in pochi secondi ci fornisce un risultato.

Non ci mandano a fare in culo, ci mandano “innocuamente” su un sito.

Ovviamente è una scemenza, pensiamo.

Che però costa cara a chiunque partecipi a questi giochi-test che dietro al loro aspetto ludico nascondono ben altro. Ovvero un algoritmo che lavora come una macchinetta da poker truccata, tanto per rendervi un’idea visiva.

Cosa elabora, esattamente? Più di quello che potete immaginare.

Ma, soprattutto chi c’è dietro?

Restiamo al gioco-test sul lavoro. A lanciarlo, come gli altri citati in questo posto, è un sito tradotto in venti e più lingue denominato nametests.com. È di proprietà dell’azienda Social Sweethearts con sede a Cologna (per scoprirlo bisogna cliccare in basso nella pagina di Nametests, sulla scritta informazioni legali, dove nessuno quasi mai clicca).

Social Sweethearts, malgrado il dolcissimo nome da marshmallow, è uno dei più grandi fornitori mondiali di siti Web e video virali, app per smartphone (sia IOS sia Android) e di strategia di marketing digitale tutti volti “a generare nuovi clienti, download e fan alla vostra società”. Ogni volta che clicchiamo sui loro test consegniamo loro i nostri dati e ciò che abbiamo fatto su Facebook ma anche i dati sensibili di tutti i nostri amici di social, compresi i dati usati per in fase di registrazione, i link cui si collegano (grazie a quell’altra trovata apparentemente innocua e moderna di Google+ e del Cloud che fa si che il vostro piccolo mondo privato di privato non abbia realmente NULLA), nonostante poi siamo solerti a coprire le facce dei nostri bambini con degli emoticojon da veri mongoloidi, celando al mondo quello che invece andrebbe mostrato. Dati che l’azienda (e tutte le altre simili che offrono test-gioco) userà per inviarci pubblicità mirate via social ma anche via mail. Basta che decidiamo di partecipare anche a un solo test (per “divertirci” un po’), per dare l’assenso a frugare nelle nostre vite e ad invaderci di pubblicità.

Uno scambio tutt’altro che alla pari. Ma una buona parte di quei dati vengono rivelati a tutti, in maniera così oscena e plateale che è stupido pure spiegarlo. Perchè molti di questi test, quelli che in particolare si riferiscono ai vostri “rapporti” con gli altri, rivelano chiaramente con chi fra loro interagite di più. Anche se lo avete nascosto alla moglie. O al marito. O al compagno gay. O ai figli. O al datore di lavoro. O agli altri amici. O al mondo intero. E’ così che funziona un algoritmo. Un selfie che vi immortala mentre state toccando le cosce alla moglie del vostro miglior amico mentre ve la siete seduta accanto sul seggiolino delle montagne russe, sperando nessuno se ne accorga e che la vostra faccia da coglioni (buffa al 90%, direbbe Nametests) basti a distrarre gli altri. Che invece sono lì nella vostra bacheca proprio per sbirciare (voyeaur al 70%). A meno che non siate un’anaconda o un’iguana. Ma c’è un test anche per quello.
Ragion per cui, se mai dovesse spuntare il mio nome fra quelli dei vostri “amici del cuore” (ma non spunterà), siete pregati di non pubblicarlo. Copritemi con una foto del vostro gattino. 

Ma voi non siate come Lys. Siate quel che hanno deciso voi siate.

Fate i vostri test e fateci sapere cosa sarete fra dieci anni, quali Giuda vi abbracciano e qual è il significato del vostro nome in aramaico, che alla Nametests sono tutte persone sensibili. Come i vostri dati.  

 

                Franco “Lys” Dimauro 

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STEVE MACKAY

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Nonostante qualche storiografo sui generis gli faccia ombra con lo scheletro di James Chance, Steve Mackay fu il primo uomo a soffiare dentro il corpo del rock.

Il primo uomo armato di sassofono a mettere piede sul pianeta del rock ‘n roll. Lasciando un’impronta impossibile da cancellare, anche ora che i piedi di Steve hanno calzato le scarpe eleganti. Quando Iggy lo avvicina per chiedere i suoi servigi per fare di Fun House una vera casa psichiatrica, Steve è già avanguardia. Dopo aver accompagnato nell’ombra qualche musicista di doo-wop e soul, ha messo su una band criminale chiamata Carnal Kitchen con cui non incide nulla (se non nelle successive estemporanee reunion) ma con i quali rappresenta l’avanguardia sui palchi infuocati della Detroit dei tardi anni Sessanta. Sono concerti ed happening monitorati dalla polizia di Ann Arbor, covo di pantere bianche e nere.

Quindi arriva l’”ingaggio” degli Stooges, accettato da Steve quasi di malavoglia, intimorito più che dalla loro musica, dalla loro tossicodipendenza ingestibile.

Gli Stooges suonano con una potenza inaudita, dentro l’Elektra Sound Recorders di Los Angeles dove è stato costretto a spostarsi annullando i suoi ultimi esami universitari. Steve non ha altre armi per difendersi da quella furia che gli arriva addosso se non il suo sassofono. E con quello barrisce, in quella giungla di distorsioni e mugugni. Ed è lui a far più chiasso di tutti facendo di Fun House il monumento alla follia che è e a dedicare a Los Angeles il blues più deforme che le sia mai stato dedicato.

Poi arriveranno altre collaborazioni, altri “ingaggi”. Snakefinger, Violent Femmes, Peter Gordon, Moonlighters, Andre Williams. E poi ancora altri Stooges, meno cattivi di quelli di un tempo. Quasi inoffensivi. Quelli di Telluric Chaos. Quelli di The Weirdness. Quelli di Raw Power Live, quelli di Ready to Die. Sempre più circondati dalla morte, che viene a raccoglierlo il 10 Ottobre del 2015, a sessantasei anni. Respirando dal naso. Come sempre.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ONE-MAN BAND

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One man band: l’uomo-orchestra.

La macchina perfetta.

Dita, testa, bocca, piedi, braccia e gambe che si muovono seguendo l’istinto primordiale per il ritmo. Organi vivi in un organismo vivo.

L’arte di bastare a se stessi. Sempre e comunque.

Una esigenza che, prima di essere artistica, è tuttavia economica.

La figura dell’one-man band nasce infatti assieme a quella del busker, dell’artista di strada, del musicista vagabondo. Gente capace di fare di necessità virtù e della virtù un’arte.  

L’one-man band è un uomo libero. E come tale può permettersi di dire quello che vuole, quando vuole, con ogni mezzo che ha a disposizione.

È questa figura rivoluzionaria e solitaria ad essere adottata agli inizi del XX Secolo da altri uomini soli e ribelli: i bluesmen e i folk singer sono le prime one-man band dell’era moderna. Le chitarre diventano armi per uccidere i fascisti e l’armonica un grido di dolore che ricorda lo stridere delle ruote d’acciaio dei treni carichi di merce nera sulle rotaie della First Transcontinental Railroad.

Doctor Ross, Joe Hill Louis, Tex Williams, Bob Dylan, Jimmy Reed, Hasil Adkins sono i predicatori che danno vita alla nuova immagine dell’uomo-orchestra, quella che influenzerà i moderni cantastorie armati di chitarra, armonica, tamburello e qualche altra suppellettile. Roba poco ingombrante, da infilare dentro una valigia di cuoio logorato e una custodia a forma di donna.  Pestati a morte dalle montagne di watt che hanno dominato il rock negli anni ’70, ’80, ’90 e dei primi anni del nuovo secolo, le one-man band risorgono ammaccate e tumefatte nell’ultimo decennio, adunandosi soprattutto attorno al maniero svizzero del Reverend Beat-Man. John Schooley, il re King Automatic, Urban Junior, Delaney Davidson, Bob Log III, Zeno Tornado, lo stesso Reverendo sono i nuovi sovrani dell’onanismo rock ‘n roll.

Teppisti che salgono sul palco e ti rovesciano addosso la loro merdosa massa di rumori, flatulenze, rutti e parolacce per invitarti poi a proseguire la festa nei camerini, dove la one-man band diventa un’orchestra a due, tre, quattro corpi.

Perché anche se i fascisti non sono ancora tutti morti, vale sempre la pena fermarsi un po’ per scoparsi una bella figa e insegnarle a cosa serve la destra.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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KIM FOWLEY  

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Ogni tanto qualcuno alza il culo dalla sedia e se ne va.

Che il rock dicono che è morto e invece muore solo chi ne ha fatto quella storia fantastica che ancora oggi ci affascina come bambini davanti alle favole dei fratelli Grimm.

Kim Fowley era uno di questi. Uno che di storie incredibili ne aveva, da raccontare.

E che è passato attraverso la storia della musica contemporanea in maniera così tenace e persistente da togliersi lo sfizio di inaugurare gli anni Sessanta sparando al primo posto delle chart una canzone idiota come Alley Oop (una di quelle cose per cui Ringo Starr gli sarà grato per tutta la vita) e chiudere la carriera producendo dischi anche dal suo ultimo giaciglio (Ariel Pink, altra testa matta quasi quanto la sua).  

Poi, come dicevamo, il 15 Gennaio del 2015 Kim si alza, chiude la porta e se ne va.

Lasciandoci decine e decine di produzioni, regali e cameo eccellenti (le Runaways, soprattutto, ma anche Mothers of Invention, Gene Vincent, Seeds, Blue Cheer, Kiss, Belfast Gypsies, Alice Cooper, Modern Lovers, Paul Revere and The Raiders, Warren Zevon, Soft Machine, St John Green), tanti pessimi LP e un solo album- capolavoro intitolato Outrageous, “una striscia madreperlata di seme maschile che incolla Jim Morrison a Iggy Pop” ebbi a scriverne. E lo ribadisco qui.

Un album dove il buon gusto viene seppellito da una pioggia di insulti, mugugni, rutti, orgasmi, provocazioni, accuse, incitamento ad ogni tipo di abuso. Nel 1968.

Dopo aver incontrato i Beatles, i Byrds, Jimi Hendrix, Eric Clapton.

Voleva morire dopo una bella cena, Kim Fowley.

In una camera con le lenzuola candide.

E si augurava di finire all’Inferno. Perché aveva paura che in Paradiso avrebbe incontrato Pat Boone e gli Osmonds.

Dio voglia che sia stato così.

E anche se ora pensate di potervene dimenticare, prima o poi lo spirito di Kim tornerà in qualche forma che non ci è data sapere. E vi piscerà nei cornflakes.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

Brad Elterman Iconic Archive - File Photos

Mango Morto…

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La scorsa notte è venuto a mancare Mango, notissimo cantautore lucano vittima di un malore durante un concerto a Policoro.
Questa è una notizia. Mango era un simbolo, lo era per la sua musica, lo era il suo personaggio, e dai più è stato giustamente ricordato per le sue doti artistiche. Dicevamo, la notizia è questa: è morto, durante un concerto. Possa riposare in pace.
Possa riposare in pace anche se le ultime immagini che ricorderemo di lui, anzi, ricorderanno quelli che hanno avuto lo stomaco di andarsele a vedere, sono quelle del suo malore sul palco. Certo, era quasi ovvio che qualcuno – viste le circostanze della sua morte – avesse a disposizione delle immagini dell’accaduto. Quanti di noi ai concerti filmano le canzoni preferite, interpretate in diretta dal proprio idolo.
Meno normale che a queste persone sia venuto in mente di mettere il video online, ma anche qui, tant’è. Assolutamente anormale è invece il fatto che questo/questi video siano stati scaricati, ricaricati online con tanto di logo da qualcuno, e infine pubblicati e dati in pasto al grande pubblico.
Cosa aggiungono al dolore, alla notizia, le immagini di un uomo che sta morendo? Se già per le decapitazioni dell’Isis questo tema è diventato di pubblico dominio, lo dovrebbe essere a maggior ragione per la morte di un uomo che si sente male mentre sta lavorando.
Ma c’è di più: se anche mostrare la morte come se fosse un film diventa normale, cosa sarà anormale? Dove ci si fermerà? Questo è un periodo in cui il giornalismo di carta e quello online devono necessariamente trovare nuove forme di narrazione che si adattino al tempo e ai mezzi. Sbagliare ci sta. Ma ci si chiede quanto ci sia, di errore, in questa spettacolarizzazione della morte.
E ci si chiede dove sia l’umanità non solo in chi mostra queste cose, ma anche in quelli, tanti, che le guardano. In quelle, tanti, che le condividono. Responsabilità dei media è anche questa. Pensateci quando avete finito di guardare e condividere il video di un uomo che muore. E auguratevi di morire a casa vostra, dove nessuno può filmarvi.

 

Franco “Lys” Dimauro 

 

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BAMBINI VENITE PARVULOS

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Come avviene quando tutti i grandi CEO passano lo scettro, anche per Vaticano SpA non poteva essere diversamente. C’è un momento in cui il ciclo di vita del prodotto inizia a vedere la sua fine e questo, per qualsiasi azienda, significa solo una cosa: o chiudi o ti rinnovi.

Finchè l’informazione era ridotta a radio, tv e qualche giornale di parte e i libri eretici venivano messi al rogo dalla critica, la Guida Spirituale ideale doveva essere rigorosa, conservatrice, impietosa.

Ma cosa fare quando la conoscenza inizia a diventare martellante? 

 

 

Obbligare il grande pubblico alla fidelizzazione step-by-step offerta dal bundle catechismo+sacramento andava bene ai tempi di Carosello: noi ti suggeriamo cosa acquistare perchè abbiamo in mano la verità, se non acquisti da noi te ne pentirai alla grande, la pasta Barilla non scuoce e tu finirai all’inferno.

Ma al marketing team non sfugge il problema che va concretizzandosi: il cliente si evolve, inizia a leggere recensioni e Ratzinger, per quanto bravo in Teologia, ha preso poche lezioni di comunicazione. Lo stesso ritorno della «Messa in latino» in un periodo storico in cui i giovani faticano a parlare l’italiano fu un passo falso che tolse parecchi like, e dire che sarebbe bastato sostituire le «c» con le «k», ma quando sei aggrappato alle vecchie dinamiche del mercato non puoi sperare di riproporti alla massa innovando.

 

 

Serviva l’uomo giusto, in grado di ribaltare istantaneamente i feedback negativi che intaccavano come muffe la Vaticana Reputazione. 

«Quì la strategia del rigido dittatore, signori, non funziona più. Su facebook ci stanno uccidendo a suon di fotomontaggi di Ratzinger-Gollum… e anche la nuova proposta di legge che minaccia di incarcerare chi lede l’immagine papale non ha fatto altro che aumentare dissensi e condivisioni.…»

Ci hanno dovuto pensare accuratamente, memori della viralità della giacca di ermellino con scarpetta Prada, che indignò il popolo italiano ridotto alla fame. 

Quì serve uno che si presenti al mondo con le scarpe consunte.

E arrivò in una fresca serata di Marzo.

 

Francesco ha una responsabilità di dimensioni colossali: in pochi istanti deve accattivare il grande pubblico, la prima impressione è quella che conta, non può sbagliare.

Esordisce sorridendo come il miglior Berlusconi dei tempi di Forza Italia, non rompe le palle a nessuno, saluta e spiega che viene dalla «fine del mondo», che vuole incarnare il brand di San Francesco facendo dell’umiltà la sua vision. Ringrazia per l’accoglienza, benedice il CEO uscente e fa la mossa storica: chiede il supporto del pubblico.

E› chiaro il passaggio? «Non sono nessuno senza il vostro appoggio». Con una frase, il guru ha fatto sentire importanti tutti i follower, anche i simpatizzanti non ancora convinti. Impossibile odiarlo.

Io stessa, spietata anticlericale che attendevo l’ennesimo bigotto, mi sono trovata spiazzata. E vi dirò che nonostante ravvisi una strategia marketing avveniristica dietro la sua investitura, tutt’ora penso sia un uomo sincero.

 

Ma all’ombra di quest’ometto bonaccione dalle umili origini continuano a muoversi gli ingranaggi di una delle più grandi multinazionali della storia dell’umanità, detentrice di un’impressionante patrimonio monetario, immobiliare, spirituale da gestire e rimpolpare.

Abbiamo punti di debolezza da trasformare in punti di forza. E minacce, grandi minacce da trasformare in opportunità. 

 

Prima tra tutti, la questione omosessuali. Troppo denigrati dalle precedenti amministrazioni e troppo numerosi per essere trascurati. Non si può più fingere che non esistano, ebbene, che entrino in chiesa, insieme alle donne che hanno abortito, purchè pentite. 

In poche parole: entra, sei il benvenuto, ma prima firma la clausola. Non importa se non l’hai letta o se non sei d’accordo, l’importante è finalizzare il contratto e non rischiare di andare alla concorrenza. 

Una strategia di tutto rispetto: non viene intaccata la vision aziendale (anche se fino a ieri abbiamo detto l’esatto contrario, oggi sei pentito e Dio, perdonandoti, ti concede di tornare tra noi), ciò che non rispecchia il valore aziendale viene sempre e comunque condannato, ma perchè negare un condono?

 

Questione IOR: troppi scandali, troppe gole profonde. Francesco, dichiarati favorevole ai controlli della magistratura, piazza da qualche altra parte quel rosicone di Bertone (che fa pure rima) e quando si parla di milioni di euro volati in Svizzera utilizza quanto più possibile il termine «trasparenza». Fa bello, sa di puro, di pulito. 

 

 

La moralità sta in cima, mi sa che l’avevamo letta al contrario. Bisogna riniziare dalla base e visto che i bisogni fisiologici non dipendono da noi, dobbiamo essere certi che il prodotto soddisfi appieno la necessità di sicurezza, stima ed appartenenza.

Io prego per voi, so che siete poveri e intercederò per alleviare le vostre sofferenze.

Politichese D.O.C. Combattere la povertà (concetto abbastanza astruso) rientrerebbe a pieno titolo nelle possibilità di Vaticano SpA: parte del colossale patrimonio ecclesiastico viene destinato alla cultura ed alle infrastrutture affinchè il mondo intero sia alfabetizzato e possa accedere agli strumenti che lo sollevano dalla condizione di sussidiato.

 

Ma quella del sussidiato è una condizione di comodo per i paesi industrializzati, quindi c’è interesse a mantenerlo tale. E Vaticano SpA conosce perfettamente questa dinamica, non ci si opporrà mai. Al contempo non può tradire l’insegnamento dello storico founder J.C. di Nazareth a base di misericordia e non attaccamento ai beni materiali.

Quindi cosa c’è di meglio di una preghiera? Coerente e dall’efficacia sempre dimostrabile.

 

Io prego affinchè Dio risolva il tuo problema e tu in cambio devi avere solo fede. Io comunque qualcosa per te lo sto facendo, comunico in via preferenziale con colui che decide le tue sorti a prescindere, trust me, io ho il potere di intercedere per te. Se poi esaudisce la richiesta, Sia Lodato, se non la esaudisce è comunque la sua volontà, avrà avuto un motivo, torna la prossima settimana a messa e prova a richiedere udienza. Per la legge dei grandi numeri, prima o poi qualcosa arriva. E quello sarà il momento buono per ringraziare.

 

Semplice e geniale. 

 

E› come il call center dell’Enel che non ti farà mai parlare con qualcuno che conta. Tu avrai sempre a che fare con una miriade di operatori che al massimo possono mandarti un modulo o sopportare un vaffanculo. Ma non hanno responsabilità. Non puoi dire che non ti ascoltano perchè lo fanno. Non puoi dire che non ti aiutano perchè lo fanno. Ma tu stai ai loro modi ed ai loro tempi. E col Creatore col cavolo che ci parli.

 

 

Cosa sarebbe successo a Galileo se tutti gli abitanti della Terra all’epoca avessero avuto un telescopio? 

Partendo dal presupposto che la fede è una questione interiore e nessuno ha diritto di mettere parola sulle opinioni altrui, certo è che bastano un paio di lezioni di marketing ben fatte per rendersi conto di come la coscienza delle masse venga manipolata per meri interessi di una delle più proficue aziende al mondo.

Basti pensare alle facce piangenti dei bambini africani nella pubblicità dell’otto per mille: peccato che di questa cifra solo il 7% sopperisce alle loro necessità, tutto il resto viene fagocitato dalla macchina economica vaticana.

 

Insomma, ben vengano le parole di speranza e positività, ma quì stiamo parlando di un business strutturato e altamente proficuo, in cui la spiritualità (che dovrebbe essere il core business) viene rimpiazzata da una materialità a senso unico.

                                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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TANTO RUMORE PER NULLA

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Il passaggio di consegne della direzione del mensile Rumore da Claudio Sorge a Rossano Lo Mele è l’ennesimo funesto segnale del tracollo dell’editoria musicale italiana, l’ulteriore scivolone nel tentativo di conquistare una fetta di mercato che non esiste più, pertanto impossibile non solo da espugnare ma addirittura da inseguire. I nuovi metodi di fruizione della musica, considerati a torto dagli stolti come democratici e popolari, hanno non solo livellato l’attenzione degli ascoltatori e stuprato il fascino della cultura musicale ma ridotto il mercato della musica a un prodotto seriale infinitamente riproducibile, come un accessorio plastico della peggior catena di montaggio industriale azzerando non solo i consumi ma finanche la necessità pruriginosa della ricerca, dell’indagine esoterica ed intima tanto più preziosa quanto più riconducibile alla propria sfera emozionale.

Manca volutamente, in questa spasmodica corsa alla riconquista del mercato editoriale, lo spirito rock ‘n roll che bruciava le fanzine e i primi numeri delle riviste di settore. Manca perché sterminato dagli stessi editori. Fatto fuori, lapidato e fustigato in quanto accusato di non essere più al passo con i tempi. Logoro straccio punk in un’epoca dominata dall’abominevole immobilità degli artisti e del loro pubblico. Lo so perché l’ho vissuto sulla mia pelle e ho visto pian piano crescere le accuse verso il mio modo di scrivere, dapprima ritenuto schietto e cazzutamente in tono con la merda di cui scrivevo, poi via via messo al bando come pericoloso, insolente, addirittura offensivo. Cacciato dalle riviste che contano (i soldi che voi gli mollate) come Rock Sound e Rumore, e anche da quelle che non contano un cazzo come Distorsioni. Le ragioni, che prima faticavo a comprendere, sono diventate via via più chiare, fino a raggiungere la trasparenza perlacea di un opale. E sono quelle che spiegavo sopra: rabbonire il pubblico con un lessico efebico e sordinato, plastificato e molle, rinchiudere le pecore nere del rock ‘n roll dentro un piccolo recinto ben sorvegliato e prendersi cura del gregge immenso che viaggia sulle piattaforme gestite dalle multinazionali del disco (una dittatura governata dal mostro fagocitatore Universal, ma questo il pubblico non può saperlo). Lanciando un messaggio infame e vessatorio.  

E ricavarci denaro. O, per i più sfigati, l’accredito a un concerto.

Non lo so se Rumore sarà peggio o meglio di prima (e in entrambi i casi, non ci vorrà molto a superare le oscenità degli ultimi cinque o sei anni), sarà comunque diverso. Come del resto tutte le altre riviste che ancora ingombrano gli scaffali degli edicolanti. Ancora più una rivistina da studentato. Costretta a mescere nella merda e obbligata a provare a trasformarla in oro. Ringrazio Dio per essere guarito dal Rumore in tempo per non vedere questo scempio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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