Born Losers: pepite e lastre di selce – Il Reverendo Lys in libreria, reparto testi sacri

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Ebbene si. Il 15 Giugno, un po’ a sorpresa e forse un po’ troppo in anticipo sulla sua uscita prevista per il rientro a casa dalle vacanze, è iniziato su Amazon il pre-order del mio libro. Il primo ad essere pubblicato e distribuito, sebbene il primo non sia. Nonostante non mi sia mai piaciuto parlare di me e farmi autopromozione stavolta mi tocca farlo, per aiutarvi a capire se questo libro può valere una ventina di Euro dei vostri risparmi o se è meglio leggerne degli stralci sul mio blog. Perchè se abbiamo imparato a godere della musica in rete, non ci sarebbe motivo per evitarvi analogo godimento con la lettura.

Born Losers si prefigge di offrirsi come guida per chi voglia affrontare un viaggio in 55 anni di musica garage. Una sorta di “discografia ragionata” che non vuole (e non potrebbe, anche per motivi di spazio) essere completa ma che si offre come strumento agile ma non didascalico con cui manovrare il timone qualora si decidesse di affrontare il viaggio che il volume stesso si propone di ispirare. Il percorso si snoda lungo sei decenni soffermandosi in maniera più organica sugli anni Ottanta ovvero gli anni del grande revival Sixties e l’esplosione di un fenomeno chiamato neo-garage che contagiò all’epoca centinaia di migliaia di teenagers in tutto il mondo, me compreso. E a cui dunque spettava di diritto di essere il cuore del libro.

Da allora sulla musica garage si è scritto molto ma sempre in maniera piuttosto carbonara. Ovvero: chi sa dove cercare sa cosa può trovare. Bello, esclusivo, privilegiato. Però ricordo che io inciampai nella musica garage quasi per caso e mi piacerebbe che accadesse così anche per chi si trova ad esplorare qualche scaffale in una libreria, che si incuriosisse, che questa copertina, questo titolo, queste pagine, questo mondo non gli fossero già familiari ma lo attraessero pur essendogli alieni e lo incuriosissero a tal punto di innamorarsi delle creature che ci vivono dentro. Per farlo, ho deciso di offrire dei punti di riferimento basilari, elementari, cercando di non cadere ne’ nel fanatismo cieco ne’ nel nozionismo petulante e alla lunga noioso, tracciando delle coordinate chiare, delle mappe che siano leggibili a tutti e non solo a chi è un collezionista sfegatato di dischi e strumenti.

Born Losers si propone dunque di parlare del rock’n’roll e di farlo usando un linguaggio rock’n’roll, schietto nella misura in cui affronta l’argomento esaltando vizi e virtù dei protagonisti, alcuni dei quali chiamati a mettersi in gioco in prima persona. Nel tracciare i profili degli artisti o dei dischi ho privilegiato volutamente quelli più vicini ad uno stile più prettamente vicino ai canoni estetici o sonori delle garage-band degli anni Sessanta, con qualche eccezione necessaria. L’assenza di alcuni nomi è pertanto voluta.

Un percorso che si snoda celebrando il garage come modo di pensare la musica, partendo dal primo tour americano dei Beatles e dal primo riff sporco di Link Wray per finire agli eredi a noi più prossimi di quell’approccio. 

Dentro ci sono più di trecento album commentati. Commentati a mio modo, senza alcuna pressione di musicisti, discografici, distributori (magari non lo sapete, ma non è così scontato come credete, NdLYS). Ci sono i resoconti di dieci chiacchierate con altrettanti musicisti che hanno fatto parte di bands come Morlocks, Gruesomes, Not Moving, Untold Fables, Miracle Workers, Fuzztones, Tell-Tale Hearts, Headless Horsemen, Chesterfield Kings, Crimson Shadows, Hoods, Pikes in Panic, Gravedigger V.

Il mio obiettivo sono i neofiti e i curiosi come me. Ma il libro non è di loro pertinenza esclusiva. Sono certo che chi ha praticato per anni queste strade come me, troverà un ottimo pretesto per ritirare fuori le clave.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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Un disegno della madonna

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Controllate.

Magari ce l’avete in soffitta. O a casa della nonna, che però non la tiene in soffitta ma in bella vista proprio all’ingresso di casa.

Magari ce l’avete in cornice placcata con lo smalto color oro.

Oppure a doppio riflesso. Che la muovi e lei sembra vi parli. Che voi vi mettete in ginocchio e quella pare cullare il bambino.

Oppure ce l’avete in cartone, appoggiata semplicemente allo specchio del comò. Che quando voi scorreggiate lei cade e a voi vi sembra un miracolo.

E in effetti qualcosa di miracoloso, la Madonna del Ferruzzi ce l’ha.

Perché da quel giorno che il pittore Roberto Ferruzzi lo dipinse, la sua vita svoltò e l’immagine, un ritratto nemmeno troppo bello di una fanciulla qualsiasi chiamata Angela Cian con in braccio uno dei disgraziati quattordici fratelli della sua povera famiglia (una di quelle famiglie di mendicanti che stanno nelle baracche che molti affezionati fan della Madonna vorrebbero sgombrare), diventò il modello numero uno delle fake news. Che però non portò benissimo ne’ all’autore ne’ alla ragazzina ritratta in espressione estasiata: il Ferruzzi avrebbe guadagnato si una grossa cifra dalla vendita dell’immagine ma in realtà a farne un affare sarebbero stati gli acquirenti, tipografi di professione, che avrebbero riprodotto l’immagine in migliaia di esemplari e, con il benestare del clero, l’avrebbero distribuita a parrocchie e monasteri dopo averne registrato il diritto di riproduzione, in realtà estorto in maniera tacita. Non andò meglio alla “Madonna”, finita in manicomio dopo essere rimasta vedova e aver sentito tutte le minchiate che voi le avete rivelato in confessione, ne’ tantomeno ai figli di lei, finiti tutti in orfanotrofio. Probabilmente a bestemmiare.

La Madonna del Ferruzzi resta però lì. Nei secoli fedele come i Carabinieri. A sorridere dalle pareti di casa mentre vi genuflettete al suo cospetto. Felice di prendervi per il culo. 

Per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

Franco “Lys” Dimauro

 

SCOTTY MOORE

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Il mondo del rock ‘n’ roll venne rivoluzionato da una chitarra jazz.

Una Gibson ES295 elettrica col corpo vuoto.

Un corpo tutto da riempire, come nei migliori sogni erotici.

A riempirlo, fino a tracimare dall’orlo, fino ad inondare prima Memphis, poi tutto lo stato del Tenneessee, poi l’America e quindi il mondo intero fu un ventiquattrenne americano appena sceso da una portaerei ormeggiata lungo le coste di un oceano che di Pacifico aveva allora solo il nome e subito arruolato nell’esercito di Sam Phillips a guardare le spalle ad una spina appena reclutata ma già carica di ambizioni e di una discreta conoscenza del blues e del country. Musiche madide di sudore e fatica che più tardi Elvis Presley abbandonerà in favore di canzoni più ammiccanti, una volta raggiunto l’obiettivo di avere il mondo ai suoi piedi.

Nascono in quel momento, con il contrabbasso di Bill Black a dare calore alle pennate e ai fraseggi ficcanti di Scotty e a sottolineare il vibrato ammiccante di Presley, i Blue Moon Boys, destinati a servire ai tavoli dei bianchi riuniti a forma di famiglia vera davanti alla televisione la sporcizia della musica nera e ad attuare la prima grande rivoluzione culturale del dopoguerra. Nasce, ed è la prima volta, una musica pensata appositamente per i giovani, concedendo loro una precisa  identificazione sociale che era loro stata preclusa fino a quel momento e che da quell’istante li rende, ovvio, destinatari e bersaglio fin troppo facile di un prodotto attorno al quale costruire un intero nuovo mercato.

È l’avvio della grande catena discografica. Un lunghissimo nastro trasportatore spinto proprio, quasi in maniera artigianale, dalle dita di Mr. Scotty Moore, da quella sintesi di tecnica blues in grado di sprigionare l’odore erotico del rockabilly. Quelle dita che hanno smesso di strusciarsi su un manico di chitarra il 28 Giugno di quest’anno, quando Elvis e Bill lo hanno chiamato all’Inferno per rimettere in piedi i Blue Moon Boys. Stavolta per sempre.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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Fortuna e le camere mute che cantano

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Il palazzo della povera Fortuna Loffredo lo hanno chiamato “il palazzo dell’orrore”, in una specie di esorcismo collettivo per raccontarci che questo condominio dove si violentano bambini (almeno cinque) e si ammazza chi non ci sta (almeno una, Fortuna, ma forse anche Antonio Giglio pure lui caduto da un terrazzo) è un non-luogo isolato dal contesto, una Cajenna fuori dalla normalità. Però viene qualche dubbio. Viene qualche dubbio guardando la disinvoltura con cui la sessualità dei bambini, e pure il loro palese abuso, vengono messi in scena dal sottomercato più fiorente a Napoli, quello della musica neomelodica, che da anni lavora sull’evocazione della seduttività infantile. E non si parla di adolescenti ma di bambine delle elementari, otto o dieci anni, vestite e truccate e sculettanti come piccole adulte, che con i loro video fanno migliaia di condivisioni sul web.

Una di queste clip (https://www.youtube.com/watch?v=F48SKFFuVAI) risalente a qualche anno fa (fece scandalo, ma poi tutto finì con un paio di articoli sul Mattino) sembra una mostruosa anticipazione della tragedia di Fortuna, corredata dall’invito all’omertà e dall’esaltazione della giustizia fai da te. La protagonista è una baby cantante tra le più popolari battezzata Piccola Anna, violentata e picchiata dall’amico della madre, e vale a poco il cartello finale del filmato in cui si invitano i bambini a “non fidarsi dei pitofili” (la parola pedofili è stata pure stemperata con una parodia) perché sono evidenti gli obbiettivi della atroce sceneggiata: solleticare la morbosità e il voyeurismo rappresentando una situazione proibita ma al tempo stesso ritenuta intrigante. La Piccola Anna è molto simile a Fortuna: ha gli stessi capelli biondi, la stessa età, gli stessi colori. E chissà quante bambine o bambini avranno guardato questo video desumendone una sorta di “normalità” dell’aggressione sessuale in famiglia, oltreché l’aperto messaggio a non confidarsi mai con estranei (e figuriamoci con la polizia).

Visto dall’angolatura di questo video il palazzo dell’orrore comincia ad assumere connotazioni più ordinarie, meno eccezionali. Una storia come tante, verrebbe da dire, giacché la caratteristica della canzone neomelodica è proprio il racconto di storie “normali” – amori, tradimenti, partenze, ritorni, liti, abbracci – caricate del surplus sentimentale della musica e della sua carica drammatizzante.
Così come “normale” sembra l’adultizzazione dei bambini, di cui tanto si è parlato dopo la provocazione di Corrado Augias, alzando scandalo per affermazioni giudicate esagerate o intempestive. Anche qui due video, tutti e due molto cliccati in rete (uno fu anche oggetto di un servizio delle Iene): la Piccola Anna, sempre lei, che sculetta per i vicoli di Napoli minacciando un suo corteggiatore e il piccolo Lucio, più o meno dieci anni, sul letto con la sua fidanzatina invitata a levarsi la minigonna e a “fare l’ammore”.

In una cultura, la nostra, che si indigna giustamente per l’orrore delle spose bambine del Pakistan o degli Emirati, queste “amanti bambine” – prodotti trash del mercato dell’abuso e dello sfruttamento dell’infanzia, non meno delle lavanderie ottocentesche di Dickens – sono non solo tollerate, ma diventano fenomeni pop. Basta cliccare su Youtube con la voce di ricerca “baby neomelodici” per verificare l’ampiezza del fenomeno, dietro al quale si muove un’imprenditoria stracciona ed affamata di concorsi, talent, siti specializzati, Cd. E forse non c’è un collegamento diretto con quel palazzo dove i bambini erano merce e molti adulti ci trafficavano intorno senza forse neanche rendersi conto dell’orrore delle loro azioni. Ma quando la produzione di video così diventa fenomeno di massa è evidente che l’idea dell’infanzia come età dell’innocenza ha subito uno stravolgimento profondo, forse irreparabile, su larga scala.

Il palazzo degli orrori probabilmente è molto più largo, e inesplorato di quello che crediamo e non basteranno a bonificarlo gli arresti e le condanne per un singolo caso.

Bambini che dovrebbero giocare con le bambole o con le biciclette che parlano di sesso, stupro, gelosia, passione, e che per questo diventano piccole star, probabilmente modelli, per i loro coetanei: le femmine a otto anni truccate e agghindate come ragazze, i maschi spesso con la pistola nel comodino, pure loro a otto anni. Nelle molte interviste che ho visto con i genitori (sul web si trovano anche queste, sono ricercatissimi e suscitano grande curiosità con i loro consigli) non una madre o un padre che mostri un qualche imbarazzo. Il cachet medio delle esibizioni in piazza è 100 euro. Per cantare a una festa di comunione o per una serenata anche 150. E bisogna sbrigarsi a fare cassa perché, crescendo, l’effetto non sarà più lo stesso: superati i dieci anni si entra in categorie più concorrenziali e meno redditizie.

L’ammiccamento sessuale dei bambini, evidentemente, vale più di quello degli adolescenti e degli adulti. Povera Fortuna. Poveri loro. Poveri noi. Il palazzo degli orrori probabilmente è molto più largo, e inesplorato di quello che crediamo e non basteranno a bonificarlo gli arresti e le condanne per un singolo caso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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NAMETESTS – Sii come me (ma prima dimmi come sei tu)

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“Quale sarà il tuo lavoro fra 10 anni? Clicca qui per scoprirlo”.

“Lys si fa le pippe. Lys sa cosa pensare quando si fa le pippe. Sii come Lys”

“Cosa rivela la tua foto profilo?” Che sei un cesso, ma io te lo dico dicendoti “Fascino al 75%”

E via così.

Una apparentemente innocua malattia virale, come ce ne sono tante.

Una volta avevamo la gonorrea, la sifilide, l’HIV. Ora che i contatti umani sono ridotti al lumicino abbiamo queste. 

Nulla di strano. 

Lo vedo sulle bacheche dei miei “amici” e subito tento anche io la sorte.

Perchè la furbizia non inquina, la scemenza si.

E’ invasiva più di una sonda per la rettoscopia. 

Scopro che fra dieci anni farò lo scafista.

Che la mia foto profilo rivela che sono intelligente, probabilmente per smentire che se sto giocando in questo modo invece di scoparmi le cento persone che hanno messo il mi piace sono un emerito imbecille, che i miei amici più importanti dell’anno appena trascorso sono quelli che a malapena mi salutano per strada. Alida, Tiziana, Cinzia e non ricordo più chi altri. Dicendomi ancora una volta in maniera diplomatica che non solo sono imbecille ma che il fatto è dimostrabile dagli amici che mi sono scelto. 

Bene. Comunque sia, sii come Lys. Divertiti.

Ovviamente è un gioco (pericoloso, e vedremo poi perché). O meglio: è un test-gioco. Uno di quelli che appaiono regolarmente sui social e promettono di svelarti “quale animale sei”, “quanto ne sai sull’amore”, “qual è il tuo colore” e “quale personaggio storico saresti”. Difficile resistere. In fondo, pensiamo, è un gioco. Una sciocchezza che farà divertire noi e i nostri amici ai quali – sempre via social – invieremo il risultato ottenuto.

Per la verità ne esistono anche di più “seri” (all’apparenza), attraverso i quali possiamo misurare la nostra conoscenza dell’italiano, di una lingua straniera o di un periodo storico.

Ogni volta che clicchiamo sui post che reclamano questi test, veniamo indirizzati in un sito che in pochi secondi ci fornisce un risultato.

Non ci mandano a fare in culo, ci mandano “innocuamente” su un sito.

Ovviamente è una scemenza, pensiamo.

Che però costa cara a chiunque partecipi a questi giochi-test che dietro al loro aspetto ludico nascondono ben altro. Ovvero un algoritmo che lavora come una macchinetta da poker truccata, tanto per rendervi un’idea visiva.

Cosa elabora, esattamente? Più di quello che potete immaginare.

Ma, soprattutto chi c’è dietro?

Restiamo al gioco-test sul lavoro. A lanciarlo, come gli altri citati in questo posto, è un sito tradotto in venti e più lingue denominato nametests.com. È di proprietà dell’azienda Social Sweethearts con sede a Cologna (per scoprirlo bisogna cliccare in basso nella pagina di Nametests, sulla scritta informazioni legali, dove nessuno quasi mai clicca).

Social Sweethearts, malgrado il dolcissimo nome da marshmallow, è uno dei più grandi fornitori mondiali di siti Web e video virali, app per smartphone (sia IOS sia Android) e di strategia di marketing digitale tutti volti “a generare nuovi clienti, download e fan alla vostra società”. Ogni volta che clicchiamo sui loro test consegniamo loro i nostri dati e ciò che abbiamo fatto su Facebook ma anche i dati sensibili di tutti i nostri amici di social, compresi i dati usati per in fase di registrazione, i link cui si collegano (grazie a quell’altra trovata apparentemente innocua e moderna di Google+ e del Cloud che fa si che il vostro piccolo mondo privato di privato non abbia realmente NULLA), nonostante poi siamo solerti a coprire le facce dei nostri bambini con degli emoticojon da veri mongoloidi, celando al mondo quello che invece andrebbe mostrato. Dati che l’azienda (e tutte le altre simili che offrono test-gioco) userà per inviarci pubblicità mirate via social ma anche via mail. Basta che decidiamo di partecipare anche a un solo test (per “divertirci” un po’), per dare l’assenso a frugare nelle nostre vite e ad invaderci di pubblicità.

Uno scambio tutt’altro che alla pari. Ma una buona parte di quei dati vengono rivelati a tutti, in maniera così oscena e plateale che è stupido pure spiegarlo. Perchè molti di questi test, quelli che in particolare si riferiscono ai vostri “rapporti” con gli altri, rivelano chiaramente con chi fra loro interagite di più. Anche se lo avete nascosto alla moglie. O al marito. O al compagno gay. O ai figli. O al datore di lavoro. O agli altri amici. O al mondo intero. E’ così che funziona un algoritmo. Un selfie che vi immortala mentre state toccando le cosce alla moglie del vostro miglior amico mentre ve la siete seduta accanto sul seggiolino delle montagne russe, sperando nessuno se ne accorga e che la vostra faccia da coglioni (buffa al 90%, direbbe Nametests) basti a distrarre gli altri. Che invece sono lì nella vostra bacheca proprio per sbirciare (voyeaur al 70%). A meno che non siate un’anaconda o un’iguana. Ma c’è un test anche per quello.
Ragion per cui, se mai dovesse spuntare il mio nome fra quelli dei vostri “amici del cuore” (ma non spunterà), siete pregati di non pubblicarlo. Copritemi con una foto del vostro gattino. 

Ma voi non siate come Lys. Siate quel che hanno deciso voi siate.

Fate i vostri test e fateci sapere cosa sarete fra dieci anni, quali Giuda vi abbracciano e qual è il significato del vostro nome in aramaico, che alla Nametests sono tutte persone sensibili. Come i vostri dati.  

 

                Franco “Lys” Dimauro 

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STEVE MACKAY

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Nonostante qualche storiografo sui generis gli faccia ombra con lo scheletro di James Chance, Steve Mackay fu il primo uomo a soffiare dentro il corpo del rock.

Il primo uomo armato di sassofono a mettere piede sul pianeta del rock ‘n roll. Lasciando un’impronta impossibile da cancellare, anche ora che i piedi di Steve hanno calzato le scarpe eleganti. Quando Iggy lo avvicina per chiedere i suoi servigi per fare di Fun House una vera casa psichiatrica, Steve è già avanguardia. Dopo aver accompagnato nell’ombra qualche musicista di doo-wop e soul, ha messo su una band criminale chiamata Carnal Kitchen con cui non incide nulla (se non nelle successive estemporanee reunion) ma con i quali rappresenta l’avanguardia sui palchi infuocati della Detroit dei tardi anni Sessanta. Sono concerti ed happening monitorati dalla polizia di Ann Arbor, covo di pantere bianche e nere.

Quindi arriva l’”ingaggio” degli Stooges, accettato da Steve quasi di malavoglia, intimorito più che dalla loro musica, dalla loro tossicodipendenza ingestibile.

Gli Stooges suonano con una potenza inaudita, dentro l’Elektra Sound Recorders di Los Angeles dove è stato costretto a spostarsi annullando i suoi ultimi esami universitari. Steve non ha altre armi per difendersi da quella furia che gli arriva addosso se non il suo sassofono. E con quello barrisce, in quella giungla di distorsioni e mugugni. Ed è lui a far più chiasso di tutti facendo di Fun House il monumento alla follia che è e a dedicare a Los Angeles il blues più deforme che le sia mai stato dedicato.

Poi arriveranno altre collaborazioni, altri “ingaggi”. Snakefinger, Violent Femmes, Peter Gordon, Moonlighters, Andre Williams. E poi ancora altri Stooges, meno cattivi di quelli di un tempo. Quasi inoffensivi. Quelli di Telluric Chaos. Quelli di The Weirdness. Quelli di Raw Power Live, quelli di Ready to Die. Sempre più circondati dalla morte, che viene a raccoglierlo il 10 Ottobre del 2015, a sessantasei anni. Respirando dal naso. Come sempre.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ONE-MAN BAND

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One man band: l’uomo-orchestra.

La macchina perfetta.

Dita, testa, bocca, piedi, braccia e gambe che si muovono seguendo l’istinto primordiale per il ritmo. Organi vivi in un organismo vivo.

L’arte di bastare a se stessi. Sempre e comunque.

Una esigenza che, prima di essere artistica, è tuttavia economica.

La figura dell’one-man band nasce infatti assieme a quella del busker, dell’artista di strada, del musicista vagabondo. Gente capace di fare di necessità virtù e della virtù un’arte.  

L’one-man band è un uomo libero. E come tale può permettersi di dire quello che vuole, quando vuole, con ogni mezzo che ha a disposizione.

È questa figura rivoluzionaria e solitaria ad essere adottata agli inizi del XX Secolo da altri uomini soli e ribelli: i bluesmen e i folk singer sono le prime one-man band dell’era moderna. Le chitarre diventano armi per uccidere i fascisti e l’armonica un grido di dolore che ricorda lo stridere delle ruote d’acciaio dei treni carichi di merce nera sulle rotaie della First Transcontinental Railroad.

Doctor Ross, Joe Hill Louis, Tex Williams, Bob Dylan, Jimmy Reed, Hasil Adkins sono i predicatori che danno vita alla nuova immagine dell’uomo-orchestra, quella che influenzerà i moderni cantastorie armati di chitarra, armonica, tamburello e qualche altra suppellettile. Roba poco ingombrante, da infilare dentro una valigia di cuoio logorato e una custodia a forma di donna.  Pestati a morte dalle montagne di watt che hanno dominato il rock negli anni ’70, ’80, ’90 e dei primi anni del nuovo secolo, le one-man band risorgono ammaccate e tumefatte nell’ultimo decennio, adunandosi soprattutto attorno al maniero svizzero del Reverend Beat-Man. John Schooley, il re King Automatic, Urban Junior, Delaney Davidson, Bob Log III, Zeno Tornado, lo stesso Reverendo sono i nuovi sovrani dell’onanismo rock ‘n roll.

Teppisti che salgono sul palco e ti rovesciano addosso la loro merdosa massa di rumori, flatulenze, rutti e parolacce per invitarti poi a proseguire la festa nei camerini, dove la one-man band diventa un’orchestra a due, tre, quattro corpi.

Perché anche se i fascisti non sono ancora tutti morti, vale sempre la pena fermarsi un po’ per scoparsi una bella figa e insegnarle a cosa serve la destra.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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KIM FOWLEY  

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Ogni tanto qualcuno alza il culo dalla sedia e se ne va.

Che il rock dicono che è morto e invece muore solo chi ne ha fatto quella storia fantastica che ancora oggi ci affascina come bambini davanti alle favole dei fratelli Grimm.

Kim Fowley era uno di questi. Uno che di storie incredibili ne aveva, da raccontare.

E che è passato attraverso la storia della musica contemporanea in maniera così tenace e persistente da togliersi lo sfizio di inaugurare gli anni Sessanta sparando al primo posto delle chart una canzone idiota come Alley Oop (una di quelle cose per cui Ringo Starr gli sarà grato per tutta la vita) e chiudere la carriera producendo dischi anche dal suo ultimo giaciglio (Ariel Pink, altra testa matta quasi quanto la sua).  

Poi, come dicevamo, il 15 Gennaio del 2015 Kim si alza, chiude la porta e se ne va.

Lasciandoci decine e decine di produzioni, regali e cameo eccellenti (le Runaways, soprattutto, ma anche Mothers of Invention, Gene Vincent, Seeds, Blue Cheer, Kiss, Belfast Gypsies, Alice Cooper, Modern Lovers, Paul Revere and The Raiders, Warren Zevon, Soft Machine, St John Green), tanti pessimi LP e un solo album- capolavoro intitolato Outrageous, “una striscia madreperlata di seme maschile che incolla Jim Morrison a Iggy Pop” ebbi a scriverne. E lo ribadisco qui.

Un album dove il buon gusto viene seppellito da una pioggia di insulti, mugugni, rutti, orgasmi, provocazioni, accuse, incitamento ad ogni tipo di abuso. Nel 1968.

Dopo aver incontrato i Beatles, i Byrds, Jimi Hendrix, Eric Clapton.

Voleva morire dopo una bella cena, Kim Fowley.

In una camera con le lenzuola candide.

E si augurava di finire all’Inferno. Perché aveva paura che in Paradiso avrebbe incontrato Pat Boone e gli Osmonds.

Dio voglia che sia stato così.

E anche se ora pensate di potervene dimenticare, prima o poi lo spirito di Kim tornerà in qualche forma che non ci è data sapere. E vi piscerà nei cornflakes.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

Brad Elterman Iconic Archive - File Photos

Mango Morto…

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La scorsa notte è venuto a mancare Mango, notissimo cantautore lucano vittima di un malore durante un concerto a Policoro.
Questa è una notizia. Mango era un simbolo, lo era per la sua musica, lo era il suo personaggio, e dai più è stato giustamente ricordato per le sue doti artistiche. Dicevamo, la notizia è questa: è morto, durante un concerto. Possa riposare in pace.
Possa riposare in pace anche se le ultime immagini che ricorderemo di lui, anzi, ricorderanno quelli che hanno avuto lo stomaco di andarsele a vedere, sono quelle del suo malore sul palco. Certo, era quasi ovvio che qualcuno – viste le circostanze della sua morte – avesse a disposizione delle immagini dell’accaduto. Quanti di noi ai concerti filmano le canzoni preferite, interpretate in diretta dal proprio idolo.
Meno normale che a queste persone sia venuto in mente di mettere il video online, ma anche qui, tant’è. Assolutamente anormale è invece il fatto che questo/questi video siano stati scaricati, ricaricati online con tanto di logo da qualcuno, e infine pubblicati e dati in pasto al grande pubblico.
Cosa aggiungono al dolore, alla notizia, le immagini di un uomo che sta morendo? Se già per le decapitazioni dell’Isis questo tema è diventato di pubblico dominio, lo dovrebbe essere a maggior ragione per la morte di un uomo che si sente male mentre sta lavorando.
Ma c’è di più: se anche mostrare la morte come se fosse un film diventa normale, cosa sarà anormale? Dove ci si fermerà? Questo è un periodo in cui il giornalismo di carta e quello online devono necessariamente trovare nuove forme di narrazione che si adattino al tempo e ai mezzi. Sbagliare ci sta. Ma ci si chiede quanto ci sia, di errore, in questa spettacolarizzazione della morte.
E ci si chiede dove sia l’umanità non solo in chi mostra queste cose, ma anche in quelli, tanti, che le guardano. In quelle, tanti, che le condividono. Responsabilità dei media è anche questa. Pensateci quando avete finito di guardare e condividere il video di un uomo che muore. E auguratevi di morire a casa vostra, dove nessuno può filmarvi.

 

Franco “Lys” Dimauro 

 

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