FUNKADELIC – Reworked by Detroiters (Westbound)  

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C’è un disco molto bello in giro. Un disco che potrebbe finalmente sdoganare i Funkadelic alle nuove generazioni, quelle che affollano i club mentre noi stiamo seduti a casa davanti a televisori sempre più grandi e divani sempre più comodi.

Dentro ci sono le canzoni dei Funkadelic. Ma non come ce le ricordiamo noi (noi quelli seduti davanti ai televisori su divani sempre più comodi). Sono le canzoni dei Funkadelic come le hanno ridisegnate i musicisti di Detroit, proprio quelli che nei club ci vanno come i nostri figli, ma guardano la pista dall’alto.

Ridisegnate, ecco. Come ci aiuta a comprendere il titolo.

Ridisegnate ma senza annientare lo spirito dei Funkadelic.

Anche dentro i giochi tridimensionali di Claude Young Jr, tra le maglie dub galattiche di Brendan M Gillen, sommerso dalle onde reggae degli Ectomorph o sotto i colpi d’ascia dei Dirtbombs lo spiritello di George Clinton rimane protagonista assoluto e ultimo re vivente del funky.

E Jamiroquai zitto.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE WAR ON DRUGS – A Deeper Understanding (Atlantic)

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Del rock, come del maiale, non si butta via nulla.

Tutto può essere riciclato e anche quello che un tempo ci sembrava indigeribile alla fine, servito con qualche spezia diversa, diventa un pasto se non gradito, gradevole.

Magari lo vedi nei piatti degli amici che ti invitano a provarlo e dai oggi e dai domani, alla fine lo ordini anche tu.

È come cedere all’invito ad aggregarti al branco per andare all’All You Can Eat. Anche le palline di riso al vapore che una volta rifiutavamo quando andavamo a pranzo dalla nonna ridiventano tendenza.

I War on Drugs nelle cene sociali cui ho partecipato mio malgrado sono ad esempio passati, pur senza cambiare di molto gli ingredienti (appena un po’ di autoindulgenza in più sulle chitarre), da un piatto di seconda scelta ad un piatto gourmet. Assieme a tutte le cose che si trascinano dietro: i Dire Straits, Chris Rea, i Waterboys, Tom Petty, Elliott Murphy, lo Springsteen che ai tempi di Born in the U.S.A. giudicammo osceno e che ora ci sentiamo di beatificare nemmeno fossimo il concilio vaticano.

Come i prelati dispensiamo indulti e come i giudei carichiamo merda sui nostri carri per spargerla come concime sui nostri campi da arare.

Domani mangeremo uno sformato di miglio.

E qualcuno intingerà dal nostro piatto.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LYRES – Lost Lyres (Munster)  

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Il materiale è stato già pubblicato dalla Matador in due riprese ma si tratta in ogni caso di materiale storico oltre che bellissimo. Sono le registrazioni in studio dei Lyres del 1980, destinate in parte ad un mini-Lp poi mai uscito. I Lyres hanno ancora pubblicato solo un singolo e, fin alla pubblicazione dell’album di debutto del 1983, resteranno un gruppo di nicchia, ascoltato solo dai pochi che grazie al lavoro delle formazioni della costa Ovest come Unclaimed e Crawdaddys stanno aprendo gli occhi sul mondo del recupero della musica beat dei Sixties. Rispetto a quelle, il suono dei Lyres fa leva sul suono ossessivo ed infetto dell’organo, sullo stile dei Mysterians e del Sir Douglas Quintet, primi punti di riferimento della band prima di spostarsi sui suoni europei di gruppi come Kinks e Outsiders.

Un bellissimo viaggio nei Lyres “perduti”. Perché dei Lyres non ne ho mai  abbastanza. Voi si?

 

                                                                                  Franco “LYreS” Dimauro

 

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SPIDERGAWD – II (Crispin Glover)  

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Il secondo lavoro dei norvegesi, preparato e sfornato a pochissima distanza dal debutto, assottiglia i margini tra la promessa di passare una mano di lucido al vecchio e glorioso hard-rock e la tentazione di ergersi a nuovo modello nordico del rock da stadio deludendo in parte le aspettative accese con il loro primo album.

È una tentazione cui il quartetto di Trondheim cede volentieri e spesso lungo queste nove tracce di power-rock che potrebbero facilmente conquistare i fan di Queens of the Stone Age (Tourniquet) e Foo Fighters (Our Time, Made from Sin) così come i nostalgici dello stoner come lo forgiarono Kyuss e Monster Magnet (Crossroads, con tanto di assolo di chiara ascendenza Seventies e chitarra “abbassata” come nella migliore tradizione Sabbathiana). Unica parentesi a tirarsi fuori da questi clichè è la centrale Caerulean Caribou dove l’ascia di guerra viene sotterrata e il sassofonista Rolf Martin Snustad può accendere il suo calumet della pace sottoforma di sassofono, finendo per vestire di un vago sapore Morphine (come del resto succede pure sulla successiva Get Physical) quella che alla fine è diventata una pièce strumentale ridotta però a pochi minuti, trasfomando sprovvedutamente quello che avrebbe potuto essere (come era stato per Empty Rooms sul disco precedente) l’evento-sorpresa del disco in una semplice ed effimera pausa pubblicitaria.

Sono certo che gli Spidergawd hanno le carte in regola per alzare il tiro. Speriamo non si limitino a puntare i loro fucili in un banale poligono e tornino a seminare il terrore per le strade.

  

                                                                           Franco “Lys” Dimauro

DINOSAUR JR. – Without a Sound (Blanco Y Negro)

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Raggomitolato sul divano di casa, da solo, J. Mascis stappa una bottiglia di prosecco brindando non si sa bene a cosa o a chi, poi si snida e srotola il suo tappeto di chitarre cominciando a strusciarvisi sopra, facendo le fusa.

Disseminati sul tappeto, i suoi giocattoli di sempre. Lui ogni tanto tira fuori le unghie e li aggredisce come fossero dei topi di fogna che non meritano altro che essere sbranati. Poi torna a stiracchiarsi pigro, nei modi a lui consoni. E, quando l’intestino lo richiede, va a cagare nella lettiera. Senza curarsi di ricoprire la merda col terriccio.

Without a Sound non regala nessuna novità di rilievo, se non per il fatto che la sigla Jr. potrebbe adesso tranquillamente ridursi alla sola J., unico proprietario del marchio. E del resto, perché dovrebbe regalarne qualcuna? Mascis ha aspettato con pazienza che il mondo girasse e passasse dalla sua camera senza che lui abbia fatto niente di più che alzare leggermente la tapparella facendo passare un po’ di luce.

Adesso finalmente è giunto quel momento.

E mentre i Nirvana e gli Hüsker Dü pubblicano, per ironia della sorte, i loro dischi “dal vivo” pur essendo già morti, i Dinosaur Jr. si inerpicano sulle classifiche a rubare i croccantini che qualcuno aveva messo in alto illudendosi che il gatto Mascis non avesse mai avuto la forza e la volontà di spirito di arrampicarsi così in alto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LCD SOUNDSYSTEM – American Dream (DFA)

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A molti ricorda i Talking Heads. A me, la Grace Jones di Nightclubbing e i King Crimson di Red.  

A molti altri ricorda i Suicide. A me, i Soft Cell.

Ad altri ricorda Bowie. Quello di “Heroes”. A me ricorda più Moby che tenta di fare Bowie. Quello di 18, per intenderci. 

Alcuni ancora ci hanno sentito i Joy Division e i Depeche Mode. Io i Simple Minds di Sister Feelings Call e Real to Real Cacophony.

Se pensate stia denigrando, il problema è vostro, non mio.

Piuttosto che stare a disquisire su quanto sia bello un disco come quello della Jones o su quanto erano bravi i Simple Minds preferisco dedicarmi all’ascolto del nuovo, quarto album dei LCD Soundsystem. Che, al di là della soggettiva dell’ascolto e dei deja-vu, è un disco deliberatamente carico di impressionismo citazionista. Come tante “opere” rock contemporanee.

In questa fame di colossi (che nessuno, a parte i Motorpsycho, ne fa più), ci era venuta fame pure degli LCD Soundsystem, anche loro sciolti e riformati, come le vere rockstar. Ci è venuto appetito e James Murphy ci ha saziato. Con un disco dove puoi sentirci un sacco di cose di quelle che ti piacciono per davvero. Da Brian Eno ai Cure, da tant(issim)a new wave di quella sintetica dei primi anni Ottanta (Orchestral Manouevres in the Dark, Modern English) a tutta quella roba che ho citato prima o che altri ci hanno sentito dentro, mentre sulla pista passava il corpo degli LCD Soundsystem e nessuno specchio della sala riusciva a replicarne l’immagine.

Tirati in barca i remi dell’innovazione che qualcuno gli volle mettere in mano frustandolo affinchè ci trascinasse via dalla melma degli anni Zero, Murphy ci regala il disco che tutti volevamo sentire, capace di cortocircuitare la mia generazione con gli amanti dei dischi di tendenza che affollano le praterie del mercato discografico. Tutti, in un modo o nell’altro, schiavi dell’irresistibile legge di Murphy.

 

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

 

THE WILLOWZ – Fifth (Thrill Me)  

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I Willowz mancavano dal mercato discografico dal lontano 2009.

È probabile non siano più quegli spilungoni lungocriniti che attraversarono tutto quel decennio inseguendo a loro modo e con ottimi risultati i White Stripes e i Boss Hog e che quindi stenteremo a conoscerli ora che il loro quinto album arriva, un po’ a sorpresa, a far circolare nuovamente il loro nome. Nel frattempo la band ha lavorato su un concetto rock ‘n roll più definito, concentrandosi su riff basici (Now You Know il più endemico, ma anche All the Same, Ana Lee, See You Again non scherzano) che potrebbero far battere il piedino pure a chi stravede per Wolfmother, Redd Kross o Jet, facendo cortocircuito con il garage-punk di bands come Brood e Darts su episodi come Just Can’t Wait o Lily.

Il risultato è un disco di facile presa.

Forse troppa, gli verrà rimproverato.

Probabilmente dai sempliciotti che si sfregano ancora le mani quando in edicola spunta l’ennesimo speciale dei Led Zeppelin dove sono scritti i soliti cinquanta aneddoti letti migliaia di volte.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HÜSKER DÜ – Savage Young Dü (The Numero Group)

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Per tutti gli anni Ottanta e oltre, anche dopo che gli Hüskers abbandonarono la sua piccola etichetta per approdare alla SST, Terry Katzman rimase in ottimi rapporti con Mould, Norton e Hart e continuò a pubblicare su cassetta e col beneplacito della band le loro vecchie registrazioni da “garage” su un’etichetta battezzata, appunto, Garage d’Or. Non c’era ancora Paypal ma se a Terry inviavi una busta con dei soldi ficcati dentro, stai sicuro che in cambio avresti ricevuto una di queste disastrose cassette, con copertina fotocopiata e titoli battuti su macchina da scrivere.

Io ne ho una mezza dozzina.

Parte di questo prezioso patrimonio (una cinquantina di pezzi, cui vengono aggiunte le rimasterizzazioni del primissimo catalogo ufficiale) viene adesso ripulito e riordinato per la pubblicazione di Savage Young Dü, il box che a ridosso del primo grande lutto per il trio di Minneapolis rende finalmente tangibile l’aeriforme programma di restauro del catalogo degli Hüsker Dü, perlomeno quello relativo al primissimo periodo. Sono gli Hüskers che, tra una cover dei Ramones e una di Donovan, aprono un varco al proprio stile che non ricorda ne’ quello dei primi ne’ quello del secondo ma che, della metabolizzazione di quella scorta melodica farà tesoro per trovare una via di fuga dalla folle corsa dell’hardcore, quando i piedi sceglieranno di non pigiare più sull’acceleratore ma di assecondare, con un abilissimo lavoro di frizione, i cambi di marcia della leva del cambio, trascinando nel suo viaggio tutto l’alternative rock americano.     

Quegli “anni importanti” sono raccontati qui dentro, in 69 canzoni che spesso non toccano neppure il mezzo minuto e dentro la raccolta di foto e locandine commentata da Erin Osmon di Spin.

Io mi ricordo.

Voi?

 

Franco “Lys” Dimauro

EDDY CILÌA – James Brown: Nero e fiero! (Vololibero Edizioni)

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L’aneddoto più gustoso è quello raccontato da Graziano Uliani nel classico spazietto che si riserva alla fine di ogni “racconto” trattato sui Soul Books e vede protagonista uno straordinario Francesco Sanavio travestito da Papa pur di convincere James Brown a salire sul palco de La Bussola. Ma ogni singola riga delle restanti cento pagine, quelle firmate dall’autore Eddy Cilia, valgono ben un sorriso, una smorfia di stupore, una riflessione, una empatica partecipazione (come quando, nelle pagine iniziali, ci invita a riprodurre il nome del Padrino del Soul concentrandoci sull’effetto onomatopeico che potrebbe avere pensando, mentre lo pronunciamo, al suono di un piatto da batteria e a quello di un battito della grancassa: Gemsss…broun come prototipo rozzo e primitivo di quel beat campionato migliaia di volte) sulla vita leggendaria di Mr. James Brown.

Uno per cui gli appellativi si sono sprecati ma per il quale sono stati tutti strameritati, almeno per metà della sua carriera.

Un artista dalla vita piena di contraddizioni e il cui album perfetto non è mai stato registrato ma che ha regalato al mondo la più incendiaria, sexy, instancabile macchina ritmica di sempre. Della quale ha sempre preteso la paternità, anche quando la messa a punto non era esattamente opera sua (come nell’eclatante caso di Funky Drummer).

Uno che apriva per Muhammad Alì, mica per Barry White.     

Uno che quando passa in radio, ancora oggi, ne senti il puzzo di sudore. E sai che è il suo, se hai vissuto sullo stesso suo pianeta.

Eddy Cilìa ne ripercorre col suo consueto stile brillante l’intera vicenda. Ne sottolinea le idee geniali, le manie, i passi falsi, i capolavori e i flop, la lenta ma costante ascesa all’Olimpo (ce n’è uno per ogni colore della pelle? NdLYS) e l’inesorabile, rovinosa discesa, regalandoci un’altra storia avvincente dell’immenso patrimonio archiviabile sotto il nome di “Sogno Americano”.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE MOTHERS OF INVENTION – Freak Out! (Verve)  

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L’ultima frontiera della follia “social” si chiama Sarahah: tu individui qualcuno cui vuoi paventare il tuo odio, il tuo risentimento, il tuo amore e, in maniera anonima, gli scrivi quello che pensi. Una baggianata inutile e meschina di cui Frank Zappa non avrebbe certo avuto bisogno. Lui ci ha sempre messo la faccia, in quello che diceva. Anche quando si scagliava, con il disco pubblicato nella culla del movimento hippie, contro il movimento stesso. Scegliendo sin dall’inizio di farsi odiare anche da chi era chiamato a legittimare la musica e le idee dei suoi Mothers of Invention.

Inimicandosi gli amici, che tanto i nemici erano già tali.

Vendendo ai capelloni la stessa musica da cui stavano scappando (l’eleganza lambiccata del doo-wop, ad esempio), criticandone gli eccessi liberali (l’uso delle droghe di cui Zappa si professò da subito acerrimo nemico), restaurando la vetusta ideologia sessista in loco delle nuove spinte femministe sul ribaltamento o la parità dei diritti di genere e imponendo al suo gruppo e a chiunque gli si avvicinasse un dispotismo dittatoriale che cozzava con gli inconcludenti aneliti democratico-popolari del “movimento” e travestendo il tutto con le vesti dell’eccesso e sotto la bandiera di una chiamata alle armi, Frank Zappa metteva in atto, nel pieno del fermento hippie, la sua prima scellerata azione di follia dissacratoria e di satira al vetriolo puntando il dito sulla stessa controcultura e i suoi miti pacifisti da cui egli si sarebbe sempre tenuto alla larga e che sarebbe tornato a sbeffeggiare a più riprese durante tutta la carriera, fino ad oltrepassare la barriera del buon gusto sulla astiosa We’re Turning Again venti anni dopo.  

Per realizzarla il musicista di origini siciliane si era trasferito ad Hollywood, prendendo in affitto un cottage al 1819 di Bellevue Avenue, a ridosso della Hollywood Freeway e a pochi isolati dal Sunset Boulevard, l’arteria dove fiorivano i locali “in” della città: il Whiskey au Go-Go, il Ciro’s (dove i Byrds suonavano come gruppo “di casa” e dove i Mothers avvicinarono, con successo, la combriccola dei “Freaks” di Vito Paulekas che facevano da coreografia viva e pulsante alle esibizioni della band di Los Angeles), El Mocambo, il Trocadero, il Roxy, il Rainbow, il London Fog, il Ben Frank, il 5th Estate, il Trip (dove i Mothers si sarebbero esibiti accanto ai compagni di scuderia e di produttore Velvet Underground sputandosi quasi in faccia), il Galaxy, il Gazzari’s, l’Action (dove i Mothers ottennero il primo ingaggio per un mese di concerti).

L’incontro con Tom Wilson, reduce dal successo al banco produzione per Dylan e Simon & Garfunkel (e artefice della svolta elettrica di entrambi) e appena nominato A&R dalla Verve-MGM, è determinante nella realizzazione del progetto Freak Out!. La grande considerazione di cui gode Wilson negli ambienti frutta ai Mothers un budget impensabile per una produzione di quel tipo, assecondando le manie di grandezza di Zappa che può così svestire in qualche occasione i panni di burlone per vestire quelli più accademici di direttore di orchestra, pur se vestito come l’Ape Maia.  

Il risultato è un disco dalle anime molteplici. Figlio del surrealismo e delle avanguardie della musica colta così come delle musiche popolari e di consumo (sconfinando nei jingle delle rèclame), degli esperimenti su nastro cui Zappa si dedicherà con dedizione maniacale e della parodia cui si applicherà con altrettanto metodo, rabberciato tra denuncia sociale, cronaca, proclami di appartenenza, squarci di vita privata, sprezzante amore per il cattivo gusto, omaggi satirici (da Dylan a Presley), esaltazione del delirio orgasmico in opposizione al sentimentalismo affettivo da ottuagenario in crisi emotiva, sguardi da voyeur, pop-art e dadaismo.  

È un disco che vaga con nonchalance tra gli estremi del commestibile (i quadretti rassicuranti di How Could I Be Such a Fool, Go Cry on Somebody Else’s Shoulder, You Didn’t Try to Call Me) e dell’assolutamente indigeribile (le pièce quasi paranormali di Who Are the Brain Police?, Help, I’m a Rock, o The Return of the Son of Monster Magnet), dal formalismo più bieco e bigotto all’anticonformismo più dissennato e disinibito. Fra questi due estremi vagano, quasi sperdute, due meteoriti rock come Hungry Freaks, Daddy e Trouble Every Day. Roba che, una volta entrata a contatto con l’atmosfera, si incendia come palla di zolfo.

In quell’universo variegato, plurivalente, a metà fra burla e ossessiva esaltazione dell’orrido Zappa vagherà per tutta la seconda metà della sua breve vita creando, senza droghe, una delle discografie più alterate di tutti i tempi.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro