NOT MOVING – Black ‘n’ Wild (Spittle)  

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Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male.

E infatti il disco italiano più velenoso uscito nel 1985 viene da Piacenza, seppur stampato in Toscana dalla neonata Spittle Records che proprio con questo disco si avvia alla pubblicazione di produzioni di gruppi indipendenti italiani. Dopo due uscite su piccolo formato e l’abortita pubblicazione di Land of Nothing, per i Not Moving è  il momento di confrontarsi col grande formato e la grande distribuzione, garantita da Toast. Il disco in realtà dura appena una manciata di secondi in più rispetto alle due produzioni d’esordio per la Electric Eye ma le sue ali nere, in quel formato dodici pollici ci sembravano ancora più maestose ed inquietanti. ERANO più maestose ed inquietanti.

E il repertorio, a differenza dei primi due 7” che pescavano a piene mani dalla vecchia demo che circolava già dal 1981 e che mescolavano confusamente  irruenza psychobilly e fraseggi surf-punk, era stavolta del tutto inedito e torbidissimo.

Sudicio come il cesso del CBGB’s.

Organo Farfisa e armonica si aggiungono alla miscela creando piccoli capolavori di asfissiante rock ‘n roll gotico (i Cramps  certo, ma anche i primi Christian Death sebbene nessuno forse ce li abbia mai davvero voluti dentro) divorato da un fuoco garage-punk e percorso da quella tensione che avevamo avvertito sui solchi di band come Gun Club, X, Alley Cats. Quattro canzoni che rappresentano ognuna per sé una delle differenti anime della band piacentina. Più una piccola coda affidata ad un vecchio spiritual africano che nelle mani dei Not Moving trasmuta l’incrocio dannato di Robert Johnson in quello non meno diabolico di Papa Legbi e fortemente voluta dal produttore Federico Guglielmi per legare gli spiriti voodoo di Black ‘n’ Wild a quelli di Sinnermen.

Nero e selvaggio, appunto. 

Dannato e dannoso. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PRESSION X – Pression X (Electric Eye)  

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Delle dieci band finite dentro la betoniera di Eighties Colours della Electric Eye i milanesi Pression X furono la meno longeva. Il loro lascito è di soli sei pezzi, cinque dei quali finirono, sempre sotto la produzione esecutiva di Claudio Sorge e con il logo della sua etichetta, sull’omonimo mini-LP pubblicato nel 1986. Un’eredità di pochissimo conto, non fosse che quel disco era urticante come pochi altri di quella stagione. Una piccola pianta di ortiche gettata nel giardino colorato della fioritura neo-sixties. Se le foto della band tradiscono un innamoramento all’estetica beat ancora acerbo, le cinque canzoni di Pression X si allineano perfettamente alla corrente di band come Fleshtones, Primates e Yard Trauma, con un organo che fischia come dentro una galleria texana del Douglas Quintet, una ritmica scoppiettante, una voce sfrontata e adolescenziale che ti salta addosso, una chitarra triviale, un’armonica che ogni tanto fa capolino da un qualsiasi grattacielo milanese per scendere a buttare la spazzatura. Anche le due cover del disco sono piegate al loro stile acquistando in vigore quello che perdono in sinuosità blues.

È tutto quello che serve in quel momento, in quel momento in cui agguantammo un sogno da cui poi ci saremmo presto ridestati, come avviene sempre coi sogni.

Mai più riformati, e Dio li benedica anche per questo, i Pression X restano fra i migliori testimoni di quel sogno, di quell’epoca, di quel desiderio di declinare il punk costringendolo a genuflettersi davanti alla statura del Re Question Mark, venuto da Marte per ballare lo shake coi dinosauri.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AC/DC – Dirty Deeds Done Dirt Cheap (Albert Productions)  

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In America e in Europa, nonostante un contratto di distribuzione internazionale siglato con la Atlantic, i loro dischi arrivano ancora solo d’importazione e Angus Young deve ancora varcare la porta dell’asilo, eppure con Dirty Deeds Done Dirt Cheap gli AC/DC hanno già canonizzato il loro stile, lo stesso che li renderà delle star di primissima grandezza tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo e che ne farà degli eroi del metal senza in realtà averne mai abbracciato la fede e senza aver mai tradito quella essenziale ricetta fatta di tre accordi (come dite? Quattro? Okay, quattro), voce al vetriolo, volumi altissimi, assoli elementari ma senza sbavature, elevazione alla potenza enne di ogni prurito adolescenziale.

Zero virtuosismi, zero abbellimenti, zero omaggi a Poseidone o al Re dei Nibelunghi.

Una versione altrettanto volgare e proletaria del rock ‘n roll senza fronzoli e altrettanto pruriginosa dei Dr. Feelgood.

Jailbreak, Dirty Deeds Done Dirt Cheap, R.I.P., Ain’t No Fun, Problem Child, Squealer e il lascivo blues di Ride On sono già robaccia che può far morire d’invidia ogni band del pianeta. Sono già una lingua di bava che cola giù dalla bocca di ogni rocker. L’umore pelvico che bagna ogni paio di jeans.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

KING KHAN – Murderburgers (Khannibalism)  

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Non ci sono gli Shrines a coprire le nudità del Re Khan su questo disco del 2014 che torna adesso sul mercato in veste ufficiale.

A porgergli il mantello e dividere con lui gli hamburger sono Greg Ashley e Oscar Michel, ovvero due/quarti di quelli che furono i Gris Gris. E il risultato, ahimè, si sente. L’energia positiva e travolgente dei dischi con gli Shrines è quasi del tutto dissipata, soffocata da una rilassatezza che non concede al ritmo che pochissimi Joule di energia (il tiro garage scriteriato di Teeth Are Shite, il suono dei Saints replicato quasi alla perfezione su Born in 77).

Murderburgers non ha insomma la stessa spettacolarità dei dischi con gli Shrines, preferendo adagiarsi su un folk rock che tenta addirittura l’assalto alle fortezze di Dylan (It’s Just Begun) e di Beck (Too Hard Too Fast), scivolando in realtà molto prima di aver raggiunto la salda certezza di una balaustra. Anche la carica esplosiva di Born to Die soccombe alla psichedelia sgraziata di Greg Ashley.

Un diversivo che concediamo con piacere a King Khan, per tutto quello che ci ha regalato in quindici anni di dischi.

Ma adesso ridateci gli Shrines, per favore.

E qualcuno dica al Re che è nudo.

 

    

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

MADRUGADA – Industrial Silence (Virgin)  

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Il cielo d’improvvisto si fece gonfio di nuvole fino ad esplodere in una pioggia incessante chiamata Madrugada.

Era la fine degli anni Novanta. Si era quasi consumato un decennio che ci aveva regalato i dischi di Grant Lee Buffalo, Tindersticks, Jeff Buckley, Mark Lanegan. Dischi da cui analogamente pioveva. Eccome se pioveva.

E adesso, proprio poco prima di spegnarsi, Industrial Silence ci riappendeva sui fili del bucato e ci lasciava inzuppare di nuovo in quel distillato di vapore.

Che disco bellissimo avevano fatto questi norvegesi dal nome astruso. Così pregno di malinconia e di inchiostro blu da restare incantati.

Proprio come certe nuvole che sembrano arrivare dal nulla per ingombrare il cielo in un preludio di pianto, i Madrugada erano arrivati e avevano srotolato il loro metro. Ce lo avevano consegnato tra le mani per immergerlo nel serbatoio delle nostre angosce e misurarne la morchia che ne rivestiva il fondo. Avevano portato canzoni che potevano riempire lo spazio libero che ne restava, senza obbligarci a forzare un sorriso, a vestire in maniera inadeguata agli stracci che portavamo dentro.

Si erano adunati nella nostra stanza e avevano intonato quello di cui avevamo bisogno, come una catasta di ceppi che se non ci avrebbero scaldati, ci avrebbero comunque concesso lo spettacolo giallo del fuoco e quello grigio del fumo che ne viene.

Come adusi alchimisti, avevano trasformato la pioggia in zaffiri.  

                                                                                 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE NEW CHRISTS – La sacra fenice della terra di Oz

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Io me la ricordo l’attesa per l’album di debutto dei New Christs.

Dal 1981 al 1989 fu come l’attesa del Messia, imparando a memoria i salmi che ne annunciavano l’arrivo.

Sei singoli uno più bello dell’altro: come sgranare un rosario.

Poi alla fine arrivò Distemper, come i profeti avevano predetto.

Il Messia Younger aveva dovuto cambiare tutti gli apostoli.

Ora accanto a lui c’erano Charlie Owen, Jim Dickson, Nick Fischer.

Erano in quattro ed erano venuti a prendersi il mondo, i New Christs, come i quattro dell’oca selvaggia.

E potevano prenderselo per davvero.

Distemper era un disco roccioso e torbido.

Un rivolo di piscio che scorre tra i canyon delle Blue Mountains, a uno sputo da Sydney, capitale orientale dell’impero rock australe. La carica di dinamite dei Radio Birdman piazzata dentro i cunicoli più bui ed impervi di quelle montagne, pronte a saltare come il grisù.

Nonostante tutti si aspettino una Born Out of Time e nonostante Born Out of Time non ci sia, Distemper non fallisce un solo colpo.

I New Christs sparano senza alcun timore.

E di cosa cazzo puoi avere paura quando hai un arsenale stracolmo di armi come Black Hole, Face a New God, Like a Curse, I Swear, Born out of Time, Dead Girl, Headin’ South o le nuove No Way On Earth, There’s No Time, The Burning of Rome, Bed of Nails, Afterburn? Un plotone d’esecuzione schierato davanti al vostro petto.

Nessuno lascerà vivo il deserto australiano, statene certi. Neppure voi e i vostri cari.

In ginocchio adesso. Preghiamo….

 

I New Christs compaiono e scompaiono dalla cronaca del rock senza in realtà andare mai via per davvero. I quasi dieci anni che separano il loro album di debutto dall’album successivo sono costellati da una serie di scioglimenti, reunion e rimpasti di formazione. A tenere vivo l’interesse attorno alla band ci pensa la californiana Lance Rock Records che pubblica una raccolta di materiale degli anni Ottanta e due E.P. in formato 10”nuovi di zecca intitolati Pedestal Woe Betide. Se  il primo è un lavoro messo su proprio per esigenze di “visibilità” per il quale vengono recuperate un paio di ruggenti demo cui Rob si limita a ri-registrare le tracce vocali e scelte due cover in cui per la prima e unica volta nella storia dei New Christs fa la sua apparizione una tromba (in sostituzione del flauto della She Comes in Colours originale) ma cantate in maniera leggermente maldestra, il secondo (senza più Bill Gibbons, finito a dare manforte ai Lemonheads prima, ai Celibate Rifles dopo e prodotto dallo stesso Younger) si mostra lavoro più compiuto, con la The Half That’s Left a farla da padrona ammantata nella sua cappa scura, nonostante siano brani d’assalto come Woe Beside e Only a Hole a scaldare i cuori. Entrambi gli E.P. verranno ristampati quasi in contemporanea dalla Citadel e quindi fusi assieme proprio a ridosso della pubblicazione del terzo album ufficiale su questa raccolta di stracci usati intitolata These Rags.

Provate voi a dire che il mondo non vi piace, quando passa la processione dei Nuovi Cristi, che io proprio non riesco.     

                                                                                 

 

 

Tra Distemper e Lower Yourself passano nove anni.

I matrimoni spesso durano molto meno.

Quelli di Rob Younger con i suoi compagni non fanno eccezione: per il secondo album la formazione dei New Christs è completamente cambiata attorno a Rob, l’unico vero Cristo del rock australiano, nuovo e non.

Per Lower Yourself vengono assoldati Christian Houllemare già negli Happy Hate Me Nots e accanto a Dom Mariani nei Someloves al basso, Peter Kelly dei Vanilla Chainsaws alla batteria e Mark Wilkinson dei Lime Spiders alla chitarra.

John Hoey e Sunil De Silva si occupano di tastiere elettroniche e percussioni.

È il 1997 e Rob è disgustato dalla sua città e dalle poche attenzioni che riserva alla sua band che viene invece accolta sempre con grandissimo entusiasmo dai fans europei. Ed è proprio poco prima di imbarcarsi nell’ennesimo tour oltreoceano (che stavolta li porterà anche in Italia per ben tre date, NdLYS) che Rob decide di mettere su la nuova line-up e scrivere qualche nuovo pezzo da affiancare ai classici del gruppo. Il titolo è invece mirato a denigrare l’eccesso di autostima di cui i suoi conterranei fanno spesso sfoggio. Molto probabilmente tra i bersagli ci sono anche i vecchi compagni dei primi dischi, colpevoli di non aver avuto la tenacia di credere fino in fondo nel sogno rock ‘n roll dei New Christs sottraendosi al tavolo da gioco una volta realizzato che il banco era truccato e che le poche fiches con cui si erano seduti a giocare non si sarebbero forse mai trasformate in dollari veri.

Tutto il disgusto di Rob diventa nero catrame rock ‘n roll mostrando l’ennesima rivincita di Rob sul rock ‘n roll, la rivincita di chi, fedele al suo cognome, si rifiuta di invecchiare e gabba ancora una volta il tempo e le sue leggi, sputando veleno su pezzi come We Have Landed, Jenny, Here & Now, When, Words Fail We, Fuzz Expo, Annalise, I Come Cheap e Party Time capaci di tenere acceso il vecchio fuoco detroitiano dei Birdman grazie alla forte fisicità dell’ assalto chitarristico, alla ritmica potente e alla voce sempre sudicia e scura di Rob.

Benvenuti in Australia, la seconda terra promessa del rock ‘n roll.

 

Ti mette bene sapere che Rob Younger si ostini a respirare la muffa di qualche cantina, è una sorta di riscatto morale per i risparmi spesi comprando dischi di lercio rock ‘n roll ignorando le centinaia di cazzate che dal 1974, anno di nascita dei Radio Birdman, a oggi ci sono state propagandate come l’ennesima rivoluzione. Rob era lì quando l’aussie-rock era appena una larva, era lì quando diventò una delle solite next-big-thing pronte a mangiarsi il pianeta, è ancora qui ora che nessuno ne parla più e che l’Australia pare inghiottita dai suoi deserti. Ok, vi diranno che non c’è nessuna Born Out of Time qui dentro, ed è una considerazione stronza visto che  non ce n’era una nemmeno in Distemper o nel più recente Lower Yourself ma come quelli anche il  travagliatissimo We Got This!  del 2002 è disco che trasmette l’ansia e il vigore che i New Christs hanno sempre tirato fuori,  appena un po’ velate dall’amarezza che spesso Rob lascia filtrare dai testi di queste 15 canzoni e che la sua voce abilmente annoiata sembra enfatizzare a dismisura. Ci sono solo due cose rotonde e con un bel buco al centro che amo, e la seconda sono dischi come questi.

 

 

Le novità post-album si chiamano Brent Williams (sei corde nei Two Headed Dog) e Dave Kettley (dei Dead Set, prodotti proprio da Rob Younger): sono loro le nuove chitarre ad affiancare Rob da We Got This! in avanti. L’altra cosa nuova, quando nel 2009 arriva sui tavoli Gloria è la label: piccola, fiera e indipendente. Quella che resta intatta è la furia grezza dei New Christs. Torbida come la loro storia, iniziata quasi 30 anni prima e sputata fuori a singhiozzi:

uno scaracchio di sangue ogni volta che Rob sentiva il bisogno di espettorarsi dalle sue ulcere di rock ‘n roll. Gloria è un disco dove le chitarre marcano il territorio, forse anche in maniera eccessiva. La prima parte del disco rimane quasi “schiacciata” dalle sei corde mentre a mio avviso i New Christs danno il meglio di se quando questo muro di suono si sgrana, come quando su Psych Nurse fa capolino un malinconico piano a rendere tutto un po’ più sofferto. Il tour a valle chiarirà il sospetto che fosse solo un “vizio” di produzione. In quel frattempo, Gloria ci fece comunque da ottima compagnia.

 

 

Il 7 Maggio del 2011 il Surry Hills Excelsior di Sydney, dopo essere stato rilevato da Justin Hemmes, sparecchia i tavoli, spurga le spine della birra, ripulisce la cucina e chiude le sue porte alla musica dal vivo dopo aver ospitato ogni band della città per sette sere a settimana. È qui che i Radio Birdman si esibiscono per la prima volta, nel 1974. È qui che 37 anni dopo i New Christs si esibiscono per la serata finale, assieme a Leadfinger e Cool Charmers. Rob Younger, che è un patito dei dischi dal vivo, ha registrato una parte del set dei Cristi e se lo porta in giro per venderlo durante il nuovo tour sotto il semplice titolo di Live 2011. Quattordici i pezzi selezionati, soprattutto dal repertorio più recente, copertina essenziale, equalizzazione a livelli non altissimi (soprattutto per quanto riguarda la voce, spesso schiacciata dal muro di suono della band). Insomma, un bootleg legale appena appena ripulito da Brent Williams con la band sempre in gran forma, qualche omissis sacrilego (Jenny da Lower Yourself per esempio, NdLYS) ma energia da vendere. O da comprare, fate voi.

 

In Australia gli eucalipti piangono lacrime blu.

Se dalla baia di Sydney giri le spalle al mare, puoi vederli tingere di blu una fascia di rocce che si staglia sull’orizzonte.

Sono le Blue Mountains.

Stanno lì, a due ore di macchina dalla città e sembra vogliano proteggerla separandola dal resto del mondo.

Un esercito di roccia a guardia della città.

Il Capitano Piddington. Il Colonnello York. Il Maggiore Boyce. Il Sergente Wilson.

E, a fianco a loro, il Tenente Colonnello Younger. Classe 1953. Una carriera militare cominciata a venti anni e ancora fulgida e brillante.

Da trentacinque anni è alla guida dei New Christs, nonostante il logo dei Radio Birdman sia ancora in bella vista fra le mostrine.

Se avete fatto la naja nella caserma giusta, sapete di che/chi sto parlando.

Incantations è il quinto album dei New Christs in 35 anni. E io amo la gente che si fa vedere poco. Younger è uno di questi. Nonostante il suo nome, dicevamo, non abbia mai smesso di proiettare la sua ombra su Sydney, rendendolo un posto migliore. Malgrado gli avvicendamenti nella line-up (l’ultimo è quello che registra l’arrivo di Paul Larsen dei Celibate Rifles, NdLYS), il suono dei New Christs è rimasto fondamentalmente invariato: un compatto e minaccioso power-rock che non ama gli eccessi ma si muove quasi sotto il ciglio delle dune sabbiose del deserto australiano, come un serpente che striscia tirando di tanto in tanto fuori la testa per farci sentire i suoi sonagli sintonizzati a quelli di altri animali striscianti come Only Ones e Magazine.

Se avete idea di cosa vi aspetta, non resterete delusi.

Se non ne avete neppure il sospetto restate pure dove siete.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE RIVINGTONS – Papa Oom Mow Mow (SHOUT!)  

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Leggenda vuole che Turner Wilson, il nuovo acquisto dei sopravvissuti di quelli che erano stati fino a pochi mesi prima i Lamplighters e gli indisciplinati “ribelli” della Rebel-‘Rouser di Duane Eddy, si aggirasse per lo studio durante la registrazione di Moonlight in Vermont, secondo e ultimo singolo inciso sotto il moniker di Crenshaws, balbettando un incomprensibile scioglilingua gutturale. E che Kim Fowley, che stava presidiando il banco del mixer, avesse avuto in un attimo, in un solo attimo, una delle sue tante illuminazioni.

I Rivingtons nascono quel giorno, assieme alla leggenda della loro Papa-Oom-Mow-Mow. Con uno scioglilingua senza senso (“il suono più divertente che abbia mai sentito e del quale non capisco una sola parola” canta Al Frazier, non appena il volume sul baritono di Wilson glielo consente) che avrebbe contagiato il mondo come aveva fatto cinque anni prima il Wop-bop-a-loo-mop alop-bom-bom di Little Richard. Uno scioglilingua la cui eco avrebbe risuonato ancora e spesso sui successivi singoli dei Rivingtons: Kickapoo Joy Juice, Mama-Oom-Mow-Mow, The Bird’s the Word, la buffa cover di Slippin’ and Slidin’ erano ritagliate fondamentalmente su quel modello. Folli novelty songs per far scuotere a dovere culetti e uccelli nelle feste del liceo. Selvaggi neri che cacciavano la loro selvaggina bianca.

Un gruppo da prendere poco sul serio, non fosse che le modulazioni delle loro quattro voci oltre a quei gorgheggi da scimpanzè in calore erano anche in grado di spalmare badilate di grazia soul sulle ballate che, come da tradizione, occupavano le facciate B dei singoli. Bastino qui due cose enormi come Deep Water e Waiting per capire quanto.  

Oppure rendere oltremodo divertenti classici trafugati dai camerini di Ray Charles o Little Richards.  

Un gruppo da portare ad ogni festa.

E, visto che non lo si può più fare, portarci almeno i loro dischi.

Come questa irrinunciabile raccolta di tutto il loro materiale inciso dal quartetto originale (Frazier lascerà per diventare il manager della band) per la Liberty tra il 1962 e il 1964 e liberare in sala il mitico uccello dei Rivingtons.

A-well-a everybody’s heard about the bird!

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

UFFE LORENZEN – Galmandsværk (Bad Afro)  

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La progressiva metamorfosi di Uffe Lorenzen in Roky Erickson ha del prodigioso e del trascendente. Non mi riferisco ovviamente solo al lato squisitamente musicale dell’artista danese ma ad una trasformazione fisica che lo ha portato, a 46 anni, a dimostrarne venti di più. Il suo volto barbuto come quello di un Santa Claus, tenuto celato sulle copertine dei suoi Baby Woodrose e degli Spids Nøgenhat, fa ora bella mostra di sé su questo suo debutto solista che Uffe ha riempito di canzoni che , a parte un paio di eccezioni, potranno cantare solo in Danimarca siccome è il danese la lingua prescelta per presentarle. Galmandsværk ha dentro tutto quel respiro che forse faticava a venire fuori dai dischi incisi con le sue band anche se il marchio di fabbrica della “penna” di Lorenzen rimane indelebile, così come la sua scrittura resta permeata dagli elementi dei suoi eroi di sempre, Erickson, Fred Cole, Arthur Lee in primis ma anche l’India galvanizzata dai suonatori di sitar e tablas. Tutto il mondo allucinato del musicista danese (sviscerato e documentato un paio di anni fa dal regista Palle Demant sul suo lungometraggio Born to Lose, NdLYS) si riverbera mesmerico dentro queste dieci tracce che inseguono il suo personale concetto di trance e di meditazione estatica ed alterata. Questo senso di spiritualità è trasposto musicalmente in composizioni mantriche avvolte da tenere e dilatate tessiture di chitarra acustica, flauto, sitar, vibrafoni, sintetizzatori e altre diavolerie esotiche che ne liberano gli aromi panteisti e la forza quasi liturgica.

Musica per spazi, mentali e geografici, vasti come le terre che l’hanno ispirata.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE TRIP TAKERS – The Trip Takers (Area Pirata)  

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MERAVIGLIA!

Limitante, superfluo, inutile rivelare la provenienza di questa band al suo debutto.

Tutto ciò che vi si chiede è di chiudere gli occhi e proiettarvi negli anni Sessanta del Merseybeat che bussa alle porte della Swingin’ London. Nient’altro.

Lasciate perdere tutto il resto.

I Trip Takers sono degli autentici, credibili temponauti in grado di trascendere il limitante concetto di revival per ridefinire uno stile carico di suggestioni di chiara ascendenza beatlesiana. Il loro mini album sembra una proiezione assiale di una visione caleidoscopica del beat/folk del ’65. (Sole) sei canzoni che sono come l’aria fresca del mattino quando apri le imposte. O meglio, quando le aprivi cinquant’anni fa.

Melodie cristalline, chitarre arpeggiate come se stessi accarezzando le gambe di Jane Birkin avanzando con i polpastrelli come fossero i tentacoli di una medusa trasparente.

Canzoni che scendono giù come la manna, leggere come le piume dei Byrds (o, nella conclusiva You Are Not Me, come il loro tappeto, NdLYS) e degne delle raffinatezze dei loro compatrioti Beau Brummels.

Per i palati fini del vintage-sound, uno dei gruppi-rivelazione di quest’anno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FATS DOMINO – Out of New Orleans (Bear Family)  

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Faccia paciosa e sorridente, un’acconciatura impomatata a taglio vagamente trapezoidale, cravatta, scarpe di vernice, l’immancabile lembo di fazzoletto che fa capolino dal taschino di un impeccabile vestino nero o grigio. L’immagine di Fats Domino è quanto di più lontana dall’archetipo del cantante rock trasandato, appariscente o eccessivo che altri pianisti dopo di lui avrebbero regalato all’immaginario rock ‘n roll (Jerry Lee Lewis, Little Richard, Esquerita). Eppure, inconsapevolmente, quell’uomo dall’aria bonaria ed elegante avrebbe avuto un ruolo pioneristico fondamentale per la nascita del rock ‘n roll. Nell’immediato dopoguerra la musica nera è fondamentalmente jazz e blues. Big band e bluesmen si formano soprattutto nel sud degli Stati Uniti, allietando le giornate degli schiavi. Le radio sono pochissime. E quasi tutte trasmettono musica country. Non esistono ancora star con un colore di pelle diverso dal bianco. Eccetto Louis Armstrong e Fats Domino. Sono loro due i dominatori della scena, i veri eroi del popolo nero che piano piano si fanno spazio nelle programmazioni delle radio, con il loro carico di sporcizia. Fats viene da New Orleans, Louisiana. E ha imparato a suonare il piano guardando all’opera Fats Pichon e Fats Waller e copiando il picchiettio boogie woogie del primo. Uno stile che applicherà alla perfezione su brani come The Fat Man, Good Hearted Man e I’m Ready, tra gli altri, assieme ad una ritmica incalzante (che all’epoca viene definita “dance blues” e che è solo uno dei tanti immissari che confluiranno nell’enorme fiume del rock ‘n roll) e all’immancabile assolo di sassofono. E che è uno, ma non il solo, dei generi con cui Domino si cimenta, inflazionando le classifiche di vendita e piazzando negli Hot 100 ogni cosa che incide, su qualunque lato di un disco. Conquistando alla fine anche il pubblico bianco con ballate come Blueberry Hill, Fell in Love on Monday e la superba Walking in New Orleans che trasforma coi suoi violini una pericolosa passeggiata tra i vicoli voodoo della sua città in una romantica passeggiata lungo la Senna.

Tutto ciò che tocca con le sue mani paffute e che canta con il suo accento creolo, diventa oro, almeno finchè l’apertura delle miniere britanniche ispirate in parte dalle sue fatiche (Beatles su tutti) non distrarrà il pubblico fino a dimenticarlo e a fare del suo catalogo una paccottiglia da vendere nei cassoni in metallo delle edicole, a 5000 Lire prima, a 5 Euro poi. Fregandovi due volte.  

Un peso massimo, anche se avesse pesato la metà.

E del quale vale la pena recuperare, non volendo rischiare di cadere giù dalla tavola surfando sulla sua discografia ufficiale, questo dignitosissimo box pubblicato dalla Bear Family.

Due chili di materiale firmato Fats Domino.

Un peso adeguato a quello di un gigante.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro