PAUL WELLER – On Sunset (Polydor)  

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Si apre e si chiude come un disco di Bowie il nuovo album di Paul Weller, uno che in comune con l’altro intoccabile inglese, oltre al comune passato mod, ha proprio questa sorta di incolumità che lo rende inattaccabile e che, anche se provassi ad accerchiarlo con un’abile mossa da scacchista professionista, ha schiere di alfieri pronti a sguainare la spada.

Del resto Weller ha fatto pochi passi falsi nella sua vita artistica (che pure ci sono stati, con tutto il rispetto per la magnanima benevolenza dei suoi difensori) e non ha mai perso la voglia, l’esigenza, di cambiare e sperimentare. Lo dimostra ancora una volta con questo On Sunset che tuttavia non verrà annoverato fra i suoi capolavori. Un disco “rilassato”, pieno di garbo e di carezze soul come quelle che amava dispensare Bill Withers che cercano di raggiungerci nuotando tra qualche tronfia tastiera prog, qualche arrangiamento d’archi, ancheggiando con quell’andatura buffa tipica dei film muti come quella sfoggiata su Equanimity, qualche azzardo elettronico figlio bastardo del trip-hop bristoliano e di qualche camionista crauto. Carezze che però in realtà ci raggiungono solo sporadicamente, diciamo nella bella, placidissima Village tutta straboccante di morbide sontuosità funky e nella (inutilmente) lunga title track, che è un po’ fusion, un po’ colonna sonora di Laguna Blu e anche un po’ rottura di cazzo, che le carezze troppo lunghe non le gradiscono neppure i gatti. Il resto scivola via un po’ come la pioggia sui parka, con tutto il rispetto per Weller e per gli applausi in sala.

                   

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

THE PRIMEVALS – Second Nature (Triple Wave)  

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Il gioco grammaticale/algebrico fra nome della band, titolo dell’album ed etichetta è spettacolare, nonostante dubito sia volontario.

I Primevals sono una band che invecchia bene pur senza mai uscire da quello stato di cult-band guadagnatisi fin dagli anni Ottanta. Questo Second Nature ne conferma le qualità segnando uno sconfinamento più deciso verso quell’aussie sound che ha fatto spesso capolino soprattutto nella seconda stagione della loro attività, nonostante si trovino geograficamente agli antipodi. Pezzi come Hardcore, User, Best Days, Wanton Destruction viaggiano sicuramente con la bussola a sud-est scandagliando gli abissi meridionali dell’Oceano Indiano alla ricerca di barracuda come Hoodoo Gurus, Hitmen, Died Pretty o New Christs.

Fieri delle loro rughe, i Primevals di Second Nature ci deliziano con un album onestissimo e poderoso, pieno di una rabbia misurata e della giusta dose di mestiere e di umile devozione al rock ‘n’ roll. Senza abbassare la testa come quelle band che fissavano le loro scarpe. Mai.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NEIL YOUNG – Homegrown (Reprise)  

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Le tracce sulla sabbia di Separate Ways sono nitide e profonde e ci assicurano che siamo sulla pista giusta: quelle impronte sono quelle, riconoscibilissime, degli zoccoli del destriero dal passo placido del cavaliere solitario del nord Neil Young, sfuggito alla cattura più e più volte, inseguito in ogni dove per cinquant’anni e oltre e che ora invece ci conduce direttamente alla sua vecchia casa natale facendosi trovare sulla sua veranda, su una vecchia sedia a dondolo scricchiolante, armato di chitarra, armonica e fucile a canne mozze.

Homegrown ci riporta nella terra di Harvest, dentro quel mondo che odora di corsa all’oro, di pionieri, di sterco e paraffina, di mercenari e fuorilegge, di polvere e carbone anche se tra le crepe delle assi di legno comincia a fioccare quel tormento che porterà a far sbocciare quei fiori ammalati della trilogia del dolore, affrontando separazione, malattia e morte sotto un mantello funereo pesante come lastre di cemento armato. Registrato, ci dicono le note, a ridosso del Natale del ’74 e in seguito abortito dallo stesso cantautore canadese come un figlio non gradito Homegrown (prima pubblicazione tattile di quel pozzo liquido che sono i neilyoungarchives attivi in rete da un paio di anni) ci riporta nella comfort-zone delle ballate intimiste e scarne risolte secondo i canoni della musica tradizionale americana, ecco così ad esempio quella White Line che sarebbe finita sul ruggente Ragged Glory mostrarsi ancora implume e disarmata così come una Homegrown che ricorderete corale sul palco del Farm Aid qui tutta vestita di stracci, con la lap steel di Ben Keith e quella a tracolla di Neil a duettare con complicità assoluta. E poi inediti da studio come la dolente Try, la filigranata fragilità di Kansas, l’esuberanza elettrica di Vacancy, sporadicamente portate su un palco e qui fotografate nude come erano state pensate, a fianco agli spartiti di Mexico e Love Is a Rose dove l’amore muore accartocciato anch’esso come una bozza sbagliata destinata alla pattumiera. E noi, quaranta cinque anni dopo, ci chiniamo a raccoglierlo, trovandolo agonizzante ma vivo. Col ginocchio sull’asfalto, ma stavolta per aiutarlo a respirare.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

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BANANAGUN – The True Story of Bananagun (Full Time Hobby)

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Come il Rio delle Amazzoni infestato dai caimani, ad inizio dell’estate 2020 ci piove in testa il disco di debutto dei Bananagun, australiani col cuore che dimora in Brasile e il culo che poggia sul ventre d’Africa.

Musica coloratissima come il mantello di un’ara macao quella del quintetto di Melbourne, una psichedelia (Nick Van Bakel, principale autore del gruppo, era il leader dei Frowning Clouds, NdLYS) rimodulata secondo i canoni della Jovem Guarda brasiliana, della salsa del re dalle mani callose Barretto, della plena portoricana e dell’afro-beat del Presidente Kuti e dei suoi discepoli nigeriani Funkees che ci porta in dono la leggerezza del miglior Sérgio Mendes e l’incenso fumante dei Beach Boys ormai lontani dalle spiagge ma ancora zuppi fradici d’estate. Un disco che forse non sopravviverà alle piogge autunnali o che forse si, chi può dirlo. A noi basta che ci faccia sopravvivere a questa estate e ai suoi tormenti radiofonici. Poi, ne riparleremo.    

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

MARK LANEGAN – Straight Songs of Sorrow (Heavenly Recordings)  

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Per quanti, me per primo, desiderano che Mark Lanegan torni dentro lo stereotipo del cantante maledetto, del folksinger un po’ gotico alla Jeffrey Lee Pierce, Straight Songs of Sorrow potrebbe assurgere a capolavoro della sua lunga discografia. Quindici ballate al rallenti dove la morte si staglia sull’orizzonte con la sua lama adunca. Canzoni che sono scheletri diabolici e dune di sabbia sulfurea, quindici sabba in forma di folk-songs. Un sussidiario cinereo di parole, sospiri, memorie che prendono la forma di origami blu come Stockholm City Blues, Ballad of a Dying Rover, Churchbells, Ghosts, Ketamine, At Zero Below, Daylight in the Nocturnal House.  

Terra che si apre e che ci inghiotte.

Nodi scorsoi che galleggiano nell’aria in attesa di colmare la loro sagoma vuota a forma di lacrima.

Spettri che vagano senza posa, cercando dimora per le loro anime stanche.

Lanegan sgrana un rosario uggioso sotto una pila di ricordi che rischia di franargli addosso e di seppellirci con lui. Senza aprire le finestre, senza accendere altre luci che non siano quelle fioche di una qualche candela, di un qualche lampo elettrico color pervinca. Soffocandoci un po’ alla volta. Come se il solaio dei Bunnymen ci franasse addosso una volta sganciato dalle ali che lo tenevano in quota.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

OASIS – Modchester United

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Prima che si convincessero veramente di essere la miglior band del mondo, gli Oasis ERANO la miglior band del mondo.

Quel preciso momento va dal Maggio del 1993 all’Agosto del 1994.

Dal loro debutto al King Tut di Glasgow all’esplosione elettrica del loro album di debutto.

Uno di quei dischi dove tutto sembra perfetto, sin dalla copertina.

Un disco definitivo, insomma. Forse.

Ora che nessuno credeva più nella reunion degli Smiths, che Paul Weller potesse riformare i Jam e che gli Stone Roses potessero riuscire a pubblicare il loro secondo album, eccoli arrivare, i nuovi teppisti di classe inglese, incorniciati in una copertina elegante come solo in Gran Bretagna potrebbero concepire.

Il salotto è quello di Paul Arthurs. Dentro c’è una TV sintonizzata sugli spaghetti. Non quelli del Sig. Pietro Barilla, quelli del Sig. Sergio Leone, una foto di Rodney Marsh davanti al camino e una più distante che ritrae George Best, l’attaccante del Manchester United diventato quinto Beatle senza saper nemmeno imbracciare una chitarra. Appoggiata al divano una gigantografia del genio pop Burt Bacharach, un gigantesco mappamondo in carta di riso, calici di vino e chitarre. Roba in parte portata lì da casa di Mark Coyle e da quella dei fratelli Gallagher appositamente per quello scatto in cui qualcuno vede subito dei rimandi alla posa plastica dei Pink Floyd di Ummagumma ma che invece è un omaggio pop al Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck. Addirittura.

Chi conosceva il temperamento dei fratellini Gallagher giurava fosse già un miracolo farli stare assieme nella stessa foto, figurarsi nella stessa band. E invece gli Oasis mettono su un disco che scardina le porte che imprigionano il rock inglese. Immediato e sbruffone. Fiero e appiccicoso. Stereotipato e ruffiano.

Carico di quella scortesia così gradevole che è tipica dei britannici, soprattutto se di origini irlandesi. E con un padre che picchia tutto ciò che si muove dentro casa, figli e moglie compresa.

Noel e Liam sono quei ragazzini lì che si trovano davanti la solita scelta: diventare dei teppisti o mettere in piedi la miglior band del mondo. Decidono di fare entrambe le cose: scrivere una cosa come Live Forever e il giorno dopo sfasciare una chitarra in testa a un fan. Oppure rubare un pezzo ai Seekers e uno ai T. Rex. e metterci sopra un titolo come Shakermaker o Cigarettes & Alcohol e farla sembrare la cosa più figa del mondo. Erano le prime prove di furto, fino a raggiungere l’abilità e la faccia tosta di penetrare fin dentro la villa dei Beatles e portare via tutto il trasportabile. Però le undici canzoni di questo disco qui le abbiamo cantate tutti.

Perché quando Liam canta, con quell’amorevole accento da figlio di puttana “In my mind my dreams are real. Are you concerned about the way I feel? Tonight I’m a rock ‘n’ roll star” lui è Massimo Decimo Meridio e noi i gladiatori.

Definitely Maybe ci vende l’illusione che i nostri cinque minuti di gloria possano durare un’eternità e che la mediocrità sia un affare che non ci riguarda.

Tutti hanno diritto ad una vita fantastica. Forse.

 

Eravamo nell’autunno del 1995.

Ad un anno esatto dal folgorante debutto, gli Oasis sono già ad un palmo dal culo di Lennon e McCartney.

A dimostrazione che supersonici, i fratelli Gallagher, lo sono per davvero.

(What’s the Story) Morning Glory?, arrivato sugli scaffali il 2 Ottobre del 1995 e già praticamente sold out in prevendita, diventa in un batter di ciglia il secondo disco più venduto in Inghilterra, proprio dietro Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (i primi due sono due inutili raccolte dei Queen e degli Abba, per cui non fanno statistica ma solo tante sterline), appagando in fretta le ambizioni dei due fratellini inglesi mai troppo sazi di ego.

Nel frattempo, nei pochi mesi che separano Definitely Maybe dal nuovo disco, ci sono stati tre singoloni come WhateverSome Might Say e Roll With It, tanti concerti, tante apparizioni televisive e il riadattamento in chiave brit-pop della vecchia bagarre tra Beatles e Rolling Stones messa su dalla stampa britannica che, grazie all’ esplosione del fenomeno Oasis e alla lenta affermazione del successo dei Blur, torna a respirare e a vendere qualche copia in più.

C’è stata una pioggia di soldi che li ha costretti a stringersi dentro i parka e qualche azzuffatina che ha subito chiarito che, nella guerra contro i rivali, erano loro ad interpretare la parte degli Stones, nonostante la loro musica pendesse pericolosamente dalla parte dei quattro scarafaggi di Liverpool.

Quando arriva, (What‘s the Story) Morning Glory?, arriva per fare male.

Il tempo e il pubblico sono dalla loro parte.

Liam e Noel non possono fallire, mentre chiusi ai Rockfield Studios preparano il disco definitivo del brit-pop.

E infatti non falliscono.

(What’s the Story) Morning Glory? non tradisce l’istinto del primo disco ma si avverte, subito, un’esigenza diversa. Che è quella, magari un po’ megalomane, di convogliare ogni energia per tirare fuori un disco “classico” fatto di grandi canzoni e di tanta cura nei dettagli.

Cambia, rispetto all’esordio, l’approccio alla stesura dei pezzi e alla registrazione usando come canovaccio il sistema usato da Marc Bolan per i suoi successi degli anni Settanta: un abbozzo acustico su cui poi innestare la ruota dentata degli arrangiamenti che, nonostante siano curatissimi, non tendono quasi mai ad “aggredire” il bozzolo originale.

Anzi, sovente lasciandoli nudi come quando sono stati partoriti e limitandosi ad abbellirne la grazia implume con fiocchetti o nastri colorati.

Gli spazi all’interno dei pezzi si fanno dunque più ampi, i dettagli più ingombranti e allo stesso tempo più ricercati, ogni scelta melodica (spesso “rubata” con la faccia di bronzo che li ha sempre contraddistinti) ponderata e risolta con gusto, anche se ad un passo dallo stucchevole, con grandissima abilità e una fortissima eco di pomposa grandeur beatlesiana che avvolge tutto sin dalla copertina che mostra Brian Cannon e Sean Rowley (e un quasi invisibile Owen Morris che stringe fra le mani il master dell’album, NdLYS) che si “scontrano” sulla Berwick di Soho.

Niente è messo lì per caso, dentro il secondo album degli Oasis.

Ogni canzone è stata costruita non per affiancare ma per sostituire quelle dei Beatles nel cuore degli inglesi comuni.

Hooligans, buskers inghiottiti dalla metropolitana londinese e innamorati abbracciati tra i viali dell’Holland Park aggiornano i loro canzonieri.

Gli Oasis diventano i padroni del mondo.



Il trucco era far suonare i dischi degli Oasis non solo più spesso degli altri, ma più “forte” degli altri in modo che scorrendo con aria svagata la pista della modulazione di frequenza l’ascoltatore cadesse nella trappola. In pochi se ne accorsero. Ma noi che facevamo radio e non solo la subivamo ce ne accorgemmo eccome.

I dischi degli Oasis erano “costruiti” per sbaragliare la concorrenza.

Per annientare qualsiasi rivalità.

Non solo quella dei Blur che era stata costruita per fare gossip, ma tutto ciò che passava per l’FM occidentale.

Lo stesso “trucco” di iper-equalizzazione fu usato per Be Here Now, il terzo album della band di Manchester. Quello destinato ad imporli definitivamente come la band più importante del mondo. Oltre a questo, l’uscita venne “blindata” limitandone in tutti i modi la pre-diffusione in rete (i promozionali vennero inviati in pochissimi esemplari “tracciati”). Insomma, era il 1997 e il mondo era prigioniero degli Oasis.

I fratelli Gallagher hanno percorso velocemente il primo tratto di binario della montagna russa del pop. Adesso, si trovano in cima. Forse non sanno ancora che dopo ci sarà una discesa sempre più rovinosa. O forse si. Ma per adesso, cosa importa? A voi importerebbe?


Be Here Now suona presuntuoso da subito. Anzi, più che presuntuoso, invasivo. Costruito, e costruito bene, per catalizzarsi sul nervo vestibolococleare dell’ascoltatore. Costruito a mo’ di spot pubblicitario: lo ascolti un paio di volte e ti sembra che quelle canzoni siano state lì da sempre. Tu, devi solo raccoglierle.

Il suono delle chitarre è pastoso e vagamente onirico, le vocali dei ritornelli tirate perché ti abbraccino, le consonanti viceversa pesanti, austere, orgogliosamente mancuniane e figlie del lessico proletario e volgare della working-class, gli arrangiamenti sontuosi, talvolta al limite del kitsch beatlesiano (All Around the World), le ballate avvolgenti con cambi di accordo prevedibili ma efficaci, la durata media delle canzoni insopportabilmente lunga. Ovunque, una sensazione spiacevole ma concreta che tutto sia stato fatto con lo stampino ed impastato col Bimby®.

Una bella cartolina dall’Inghilterra.

Ma pur sempre una cartolina.

Fuckin’ in the Bushes, il pezzo di apertura di Standing on the Shoulder of Giants ci illude del fatto che gli Oasis abbiano deciso di abbandonare la loro “comfort zone”, che è storicamente la living room adiacente al salotto dei Beatles. Un inganno subito tradito da Go Let It Out, che sprofonda in uno dei due stereotipi dei classici brani degli Oasis, ovvero quello della ballata melensa in salsa beatlesiana. Un cliché abusato che si ripete stancamente lungo tutto il disco e che pare annoiare ormai gli stessi Oasis e che si traduce, in pezzi come Where Did It All Gone Wrong?, Sunday Morning Call, Gas Panic!, Roll It Over o Little James, in una parodia dei Tears for Fears di Seeds of Love. Non si salvano, sul versante più acceso, Put Yer Money Where Yer Mouth Is (un mascherato aggiornamento della Roadhouse Blues dei Doors) e I Can See a Liar, sferzante come ai vecchi tempi di Rock ‘n’ Roll Star se non suonasse come una decina di cose già sfornate quando sembrava davvero che i fratelli Gallagher fossero stati mandati dal Dio Tyw per conquistare i popoli a sud di Albione.

Gli Oasis sembrano diventati la replica di uno spettacolo di Broadway. Con l’orchestra naufraga nel golfo mistico e, sul palco, attori sempre più svogliati. Sopra di loro, ad abbagliare tutti, un grandissimo impianto luci. E tanto, tanto fumo. Che l’arrosto è già finito da un pezzo.


La sensazione che il cerino Oasis ci si stia spegnendo in mano viene confermata da Heathen Chemistry. Cresce insieme alla consapevolezza che forse avevamo sopravvalutato l’impatto di un disco come Definitely Maybe e che quell’uccello piumato che aveva nidificato tra i comignoli di Manchester continui a svolazzare tra le pareti di casa, incapace di alzarsi in volo oltre gli arazzi e gli specchi che ne coprono le mura. E che pure quella scortese usanza di cagarci in testa sia infine diventata una consuetudine che non sgomenta più, che dà solo fastidio.

Quel che difetta ai fratelli Gallagher non è ovviamente la capacità di scrivere canzoni ma il soffocante peso dell’iceberg Oasis che hanno costruito cercando di ingaggiare guerra con altri grandissimi piattaforme vaganti nel mare inglese, Beatles su tutti. Un’ambizione coltivata con dedizione e metodo che rischia però appunto di tenerli prigionieri di sé stessi. Il tentativo di uscire da quella gabbia vede uno sforzo complessivo, con Noel (il più fedele al modello-Oasis, con brani come Little by Little e Stop Crying Your Heart Out) che stavolta si limita a scrivere metà del repertorio lasciando al fratello Liam e ai comprimari Gem Archer ed Andy Bell lo spazio necessario per tentare l’operazione e invitando Johnny Marr ad allungare lo sciroppo quando il livello di saccarosio beatlesiano rischia di diventare esagerato (come in All in My Mind, versione raddrizzata di Tomorrow Never Knows).

Sembra non tutto sia perduto.

Ma davvero bisogna girare per casa con diligente prudenza nel tentativo di non far spegnere quel moccolo che ci sta incrostando le mani di cera.


Proprio quando gli Oasis rischiano di essere fagocitati dal sottomarino giallo dei Beatles proprio come Pinocchio dal tonno, ecco arrivare Don’t Believe the Truth a rimescolare un po’ le carte.

Un inatteso e solido colpo di coda, quello della band di Manchester che col sesto album assesta un colpo da fuoriclasse in grado di mettere a tacere metà dei suoi detrattori, ovvero metà della popolazione europea.

The Meaning of Soul e l’inaspettatamente velvettiana Mucky Fingers (volendo passare senza approfondire sugli sferzanti venti tardo-sixties di Lyla e di The Importance of Being Idle debitrici tanto agli Who che ai Soundtrack of Our Lives, da sempre una delle influenze più taciute quanto più evidenti nello strumming di Gallagher, NdLYS), tanto per fermarsi alla prima facciata del disco, sono canzoni coraggiose in grado di lanciare la palla ben oltre la riga di bordocampo in cui la band si è spesso vista costretta a mantenere la propria posizione. Bella pure Part of the Queue, dolcissima ballata semiacustica che sparge tutt’intorno profumi di La’s e Gene, una di quelle robe che ti fa essere ben disposto anche quando i fratelli Gallagher sembrano voler usare la stessa brillantina di Robbie Williams, come sul finale svenevole di Let There Be Love.

Bravi Oasis. Mi cospargo il cranio di cenere per aver confuso una fenice con dei pettirossi di città.


Forse l’ultimo grande evento collettivo registrato su Myspace prima di venire del tutto surclassato da altri canali social è il preascolto di Dig Out Your Soul degli Oasis in assoluta anteprima.

È il 3 Ottobre del 2008 e ancora non tutti sanno che in quel momento si celebra l’inizio dell’ultimo, rovinoso anno della band. Un anno che i fratelli Gallagher attraversano in picchiata, beccandosi in volo fino a spaccarsi il becco al suolo.

Dig Out Your Soul, uscito tre giorni dopo quella data, resterà l’atto conclusivo di un’avventura iniziata con le scazzottate nel giardino di casa e finita a scazzottate davanti a milioni di persone. Un disco in cui le citazioni più o meno nascoste, più o meno furbe, più o meno sincere ai Beatles e a Lennon in particolare si sprecano.

Ce ne sono tracce un po’ ovunque, da High Horse Lady a Nature of Reality, da The Turning a Falling Down. Neppure troppo mascherate. Così come è fortissima l’influenza sempre più evidente della psichedelia pesa dei Soundtrack of Our Lives, palpabile in pezzi come Ain’t Got Nothing, To Be Where There’s Life. E poi ancora Who, Doors (Waiting for the Rapture è Five to One anche se non ce l’hanno detto), Rolling Stones e un occhiolino ai contemporanei Kasabian.

E ovviamente tanto scazzo modulato tipico degli Oasis che ci lasciano con un album di cui non avremo nostalgia ma solo un po’ di rammarico. Come se il pallone di gonfio di Don’t Believe the Truth si fosse scoppiato e giacesse ora sotto il maggiolino LMW 281F. Inutile a loro e al resto del mondo.


Franco “Lys” Dimauro

 

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POTTERY – Welcome to Bobby’s Motel (Partisan)  

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Una di quelle band minuscole che mi fanno ben sperare sul riscatto dell’indie-rock sul corporate-rock di regime.

Vengono dal Canada e suonano con lo stesso groove funky che fu dei Medium Medium. Un po’ come i Talking Heads di inizio carriera, per facilitarvi il compito ma anche, in alcuni passaggi, come una versione da orgasmo disco dei Redskins.

Chitarre che si imbrigliano come matasse di rame sottilissimo, che si spezzettano e si riassemblano sotto una pioggia di percussioni caraibiche e africane dando forma e sostanza a canzoni come What’s in Fashion?, NY Inn, Hot Heater, Down in the Dumps, Texas Drums, Take Your Time, Bobby’s Forecast, Under the Wires che potrebbero accendere i dancefloor alternativi oppure sbattervi giù dalle poltrone su cui siete ingrassati negli ultimi mesi e poi ammonirvi con due brutture kitsch come Hot Like Jungle e Reflection che suonano più anni Ottanta dei Suede e dei Pulp che provavano a suonare anni Ottanta illudendovi che una volta fuori possiate trovare ancora i Talk Talk e che invece no, sono andati via sdegnati molto prima che il vostro sdegno diventasse messinscena egocentrica plateale.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MEGANOIDI – Mescla (Master Music)  

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Sono stato presidente di una stella cadente”, cantano ad un certo punto del disco i Meganoidi. Ed è un po’ poesia e un po’ racconto biografico.

Che i Meganoidi siano stati una delle band italiane più applaudite dei primi anni zero è innegabile. Una tribù di alieni che pensava il ritmo della terra fosse in levare e che ogni qualvolta atterrava su un palco, costringeva centinaia, migliaia di terrestri col naso e gli occhi all’insù. Poi ad un certo punto la band genovese si è rotta i coglioni di camminare disarticolata e storpia come i Madness, di lottare contro la polizia municipale o contro Putrid Powell, di vestire le tute da supereroi. E ha deciso che la vera lotta non è scazzottarsi contro qualcuno ma aprire la gabbia anche quando ti stanno dando le noccioline glassate di zucchero e tornare libero costringendo il pubblico dello zoo a chiedere il rimborso del biglietto.

La stella dei Meganoidi ha iniziato a curvare la sua traiettoria da lì, continuando a brillare per un pubblico sempre meno numeroso e sempre più deluso di non potersi pestare i piedi facendo lo skankin’, di non poter trasformare un concerto in una sorta di perenne Oktoberfest. Hanno deciso, in sintesi, di non sentirsi costretti a raccontarsi come degli eterni adolescenti facendo della loro musica lo specchio in cui vorremmo vederci sempre uguali e in cui ci ritroviamo invece sempre diversi.

Dopo un periodo di dischi turbolenti, Delirio Experience rivelava la ritrovata serenità dell’età di mezzo, quella in cui la consapevolezza placa gli animi finendo per trasformarci un po’ in guardiani e un po’ in guardoni di una rivoluzione trasmessa in tv, ben sapendo che nonostante patteggi per lei sarà destinata a spegnersi, quella in cui ti costruisci un fortino per far crescere la tua piantina di felicità facendoci delle Persone nuove, pronte a lasciarsi sorprendere da un nuovo entusiasmo costruito sulle macerie delle vecchie delusioni.

Mescla si allinea alla leggerezza di quel disco e vibra di una amarezza vestita bene, tutta “delirante” di pop luccicante e “impastata” di funky bianco, un disco dove la spensieratezza arriva in soccorso a una vita già di per sé troppo complicata. Un disco senza supereroi, ché ci siamo accorti che basta fare il proprio dovere per essere tali.

I Meganoidi lo fanno.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE SONIC DAWN – Enter the Mirage (Heavy Psych Sound)  

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Torna il soffice cuscino psichedelico dei danesi Sonic Dawn.

L’alba sonica che rischiara il Nord Europa come fecero in California gli arcobaleni di Jefferson Airplane, Santana, Tim Buckley e Love e che invece qui risplende sulle acque e sulle piattaforme galleggianti del Parkipelago di Copenaghen come fossero enormi chiazze di acrilico e loro degli artisti dell’Ebru. Un suono largamente acustico, quello messo in mostra su Enter the Mirage, in dieci canzoni che stavolta lavorano “a mantello”, evocando in questo le suggestioni delle nevi più o meno perenni delle loro latitudini. Che tuttavia quando si sciolgono producono qualcosa di molto simile allo sgocciolio liquido di una canzone come quella che dà il titolo a questo loro quarto lavoro, il meno elettrico del lotto. 

Musica avvolgente e rassicurante, quella dei Sonic Dawn. Che lascia filtrare raggi di sole funky e che stende tappeti folk senza mai diventare gioco di cattivo gusto, senza mai strafare, ben conoscendo il senso della misura oltre che il valore terapeutico della libertà e degli spazi aperti.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE GENTLEMEN’S AGREEMENTS – “Understanding!” (Soundflat)  

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Calzature e musica di gran classe in questo debutto dei francesi Gentlemen’s Agreements, sorta di super-band allestita da svariati componenti di band come Hawaii Men, Sheetah et Les Weissmuller, Towerbrown e Penelope (dei quali risuonano, alla grandissima la loro Eden Rose proprio come “sigla” conclusiva di questo “Understanding!”) che suona un ballabilissimo Hammond-beat che potete immaginare come una via di mezzo fra i Prisoners e il Link Quartet prima maniera.

Bellissime le versioni di Calamity Jane con tanto di fiati e spari sintetici e quella sporcata di fuzz di I Take What I Want, esplosive la cover di Swim di Jack Hammer e della perla freakbeat degli Adams Recital No Place for the Lonely People, divertente come lo era già in origine la Buzz Saw dei Turtles/Fabulous Dawgs.

Insomma, roba per temperare come si deve le punte degli stivaletti e darsi alla pazza gioia.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro