THE EMBROOKS – We Who Are (State)

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Mi accorgo solo adesso che gli Embrooks mancavano dai miei scaffali di dischi da più di un decennio. Devono aver litigato mentre ero distratto, mi auguro da una bella donna. Apprendo adesso, grazie a questo disco arrivato caldo caldo, che hanno però fatto pace. Beati loro, che io ho gente che non saluto da un ventennio.

La rinnovata sintonia dà vita a questo We Who Are, quarto album in venti anni di carriera. E a vederli, confrontando la foto di copertina con quella del disco di debutto, direi che non se ne può nascondere neppure uno. La loro musica che, per così dire, era nata già “vecchia” ne esce fuori invece in maniera gagliarda.

Una dozzina di pezzi quasi tutti farina del loro sacco e tutti di ottima fattura sono il repertorio allestito per We Who Are.

Come se da quel ’67 non fossero passati cinquant’anni suonati, gli Embrooks ci offrono un tour sul Magic Bus per guardare le meraviglie dei rigogliosi cespugli dei giardini freakbeat, andando a finire un paio di volte (Nightmare ad esempio ma soprattutto l’Hammond-groove di Hang Up) e con mio sommo piacere sulle aiuole dei Prisoners.

Sembrano fare tutto senza il minimo sforzo e al massimo dell’entusiasmo, mentre qui da noi facciamo ancora i referendum per sapere a chi affidare i nostri, di trasporti. Oppure, come aveva predetto Gaber, per sapere dov’è che i cani devono pisciare.

Bravi Embrooks, ancora una volta la vostra macchina del tempo ha funzionato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GREEN RIVER – Rehab Doll (Sub Pop) 

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L’ultimo concerto era stato allo Scream di Los Angeles, di supporto ai Jane’s Addiction che, malgrado non avessero ancora pubblicato una sola nota, erano già degli eroi locali. Quel 24 Ottobre il malumore serpeggia mostrando la sua lingua biforcuta e rivelando una sorta di visione profetica della spaccatura non solo dei Green River ma di tutto il grunge che arriverà. E lo fa sottoforma di biglietti omaggio che Mark vorrebbe distribuire ai suoi amici e che invece il resto della band impone di voler offrire a qualche discografico che, puntualmente, non se li caga nemmeno di striscio e usa l’invito come segnalibro nella propria agenda gravida di impegni. L’ostinata volontà di una buona metà della band di vendersi all’industria del disco mostrata in quell’episodio diventa palese dichiarazione di scioglimento pochi giorni dopo: Gossard, Ament e Fairweather hanno già una band pronta e un passpartù per ottenere l’ingaggio major che desiderano. Arm incassa il colpo e l’anno successivo mette in piedi i Mudhoney, restando in casa Sub Pop.    

La settimana successiva dunque i Green River non esistono già più. Rehab Doll esce postumo, quando il grunge non è ancora esploso, quando nessuno sa ancora cos’è, neppure loro. Quello che sanno è che la loro è una musica bastarda, come lo è quella degli Electric Peace o dei Miracle Workers. Una musica che ha assorbito la lezione del punk, che ostenta le sgraziate linguacce del metal e a cui piace certo acid-rock guasto. Take a Dive, Porkfist e Swallow My Pride sono le cose migliori di questa miscela che soffre ancora di una produzione inadeguata, soprattutto per quanto riguarda il suono della batteria, ancora ostaggio di certi plastici tipici della scultura abominevole di certi anni Ottanta.

Un treno che corre e deraglia veloce quello dei Green River.

Qualcuno si sporge dal finestrino e vomita mentre i vagoni passano ai bordi dei cimiteri d’auto dell’immensa periferia americana.

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SLEAFORD MODS – Eton Alive (Extreme Eating) 

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Onestamente i consensi raccolti dagli Sleaford Mods in Italia, dove il livello medio di comprensione delle lingue straniere è di poco inferiore a quello di conoscenza della grammatica italiana (quindi viaggiamo non oltre la soglia di 4/10), mi lascia perplesso.

Ben venga, per carità, ma ho l’impressione (sono in cattiva fede oltre che in cattività) che in molti casi si tratti di un hype di facciata. Teoricamente non ci sono motivazioni che possano giustificarlo: i loro live sono tra le cose più noiose della storia (un tizio che parla, tanto, in una lingua di cui noi afferriamo due parole su dieci e un altro con le mani in tasca che ogni tanto gli passa una birra), musicalmente il loro impatto si auto-estingue al terzo brano e non sono per nulla alla moda ne’ nel look ne’ tantomeno nell’ideologia di cui si fanno portavoce (questo vale per chi riesce magari seguendole sulla copertina che le riporta, e non è questo il caso, ad afferrare le liriche delle loro canzoni).

Sono certo che calorosa e ossequiosa accoglienza verrà riservata anche a questo loro nuovo Eton Alive. E io sono felice per loro perché quella del duo di Nottingham è una delle proposte più sincere degli ultimi anni. Sincere e di confine.

La terra calpestata è sempre quella di un crossover urbano circondato da mura di elettronica tenuti assieme da sincopi funk, bassi dark-wave, pattern figli del motorik e della disco teutonica che assumono una forma scheletrica, atrofica e molto politicizzata dei Prodigy (Kebab Spider) o una altrettanto illogica e allegorica creatura metà Bauhaus e metà Fall (Firewall) oppure metà Gang Starr e metà Cure (Top It Up). Ed è una terra piena di ciottoli ed erbacce, di graffiti e bottiglie di alcolici dove qualcuno ha pisciato dentro.

Eton Alive, che piaccia a tanti oppure no, conferma gli Sleaford Mods come piccolo elemento di disturbo nella catena di montaggio della musica pop inglese.

Forse è il caso impariate l’inglese e che cominciate a fare a meno delle chitarre.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DEXYS MIDNIGHT RUNNERS – Searching for the Young Soul Rebels (Parlophone) 

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Qualcuno, me compreso, lo ricorda coperto da un’orribile salopette in jeans e unto d’olio motore ma Kevin Rowland aveva una vera ossessione per gli abiti sartoriali e le scarpe eleganti. Kevin era un mod già alla fine degli anni Sessanta, ovvero molto prima che mettesse in piedi la sua prima band. Che non erano i Dexys Midnight Runners. Prima c’erano state altre band, improbabili formazioni country&western, marginali gruppi glam e proto-punk e dozzinali ensemble punk. E nel frattempo arresti a iosa, quasi sempre per rissa, fino all’improbabile sogno di mettere su una soul band e quell’annuncio pubblicato sul Melody Maker con cui lui e il suo amico aprono la caccia ad “un trombonista e un trombettista per un gruppo soul/new wave” con cui nell’Ottobre del 1978 nascono ufficialmente i Dexys Midnight Runners così come avremmo imparato ad amarli: una soul-band bianca e proletaria con un repertorio pieno zeppo di classici Stax, Atlantic e Motown e che quando è davvero su di giri, cosa che capita spesso, si diverte a suonare qualche recente tormentone disco-funk.

Rispetto a tutte le prelibatezze degli innovativi e avanguardistici gruppi new-wave del periodo cui qualcuno li volle associare in qualche modo, i Runners erano qualcosa di completamente old-fashion e retrò: Geno, il loro primo successo, è una sorta di Vorrei la pelle nera tornata a fiorire in qualche impronta lasciata dalle suole degli anfibi indossate dai punk e tutto il loro album di debutto sembra la scaletta di una serata qualsiasi al Wigan Casino. E in effetti da quella scaletta proviene direttamente Seven Days Too Long, successo Northern Soul di Chuck Wood che i Runners riprendono con il medesimo groove d’assalto, come fossero venuti per conquistare quei giovani ribelli del soul che sono venuti a stanare con un’arsenale che prevede marce R&B (Burn It Down, There There My Dear), ballate da lacrimoni soul (I’m Just Looking, I Couldn’t Help If I Tried), strumentali caldi come i corpi sudati di Soul Train (The Teams That Meets in Caffs) e siparietti cantati in falsetto come se si trattasse dell’ultimo successo disco (Thankfully Not Living in Yorkshire It Doesn’t Apply). Piuttosto che in un autoscontro post-punk o new wave siamo dunque dentro un vagone metropolitano che condivide le stesse rotaie di quello degli Specials, quantunque le stazioni di destinazione siano distanti.

Nel cuore della Gran Bretagna i Dexys Midnight Runners vigilavano sulla musica nera armati fino ai denti.

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE ZEN CIRCUS – Vivi si muore 1999-2019 (Woodworm/La Tempesta)  

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Anche a voler fare i progressisti a tutti i costi il pezzo portato a Sanremo dagli Zen Circus era davvero poca cosa. Rivoluzionario solo nella misura in cui potrebbe essere davvero innovativo sovvertire le classiche rime sanremesi o abolire un ritornello e chiudendo tutto con un finale corale strappato alla Catene dello scorso anno che a sua volta lo strappava a Figlio di puttana di dieci anni prima e via così.

Noiosi come gli altri, insomma.

Solo un po’ più belli da guardare, anche se attraverso le spade sguainate delle guardie svizzere della musica indie levate in loro onore.

Di quel popolo di strenui difensori di quella che una volta, prima che trovasse il modo per penetrarvi e ambire a loro volta al trono, veniva considerata musica “alternativa” gli Zen Circus sono ormai da anni venerati al pari di bovini sacri. Esattamente da quando, prima tentennando e poi in maniera risolutiva, hanno svoltato verso la lingua italiana, come da tradizione ormai consolidata (vedi alla voce Afterhours). Il taglio col passato è diventato così via via più profondo, tanto da tenerlo ben nascosto anche in questo Vivi si muore, fatto salvo per l’omaggio a fine scaletta al loro debutto, negli anni in cui si divertivano a fare le boccacce alle Violent Femmes e a farle talmente bene da riuscire a coinvolgere Brian Ritchie in persona per la realizzazione di Villa Inferno.

Questa raccolta celebrativa ci ricorda di quante canzoni degli Zen Circus abbiamo cantato in venti anni e di quanto molte di queste, soprattutto quelle che hanno sposato il gusto dilagante per la mezza parolaccia e la mezza imprecazione (ma anche quelle che abusano della consueta ovvietà di voler fornire un identikit sociale della propria giovinezza ben sapendo quanto questo abbia dei tratti comuni, condivisibili, sentiti, generazionali che ben fungono da furbo “specchio emozionale” per gli ascoltatori), siano diventate di pubblico dominio.

Canzoni che ho visto cantare in coro in piazza a Faenza proprio nel giorno in cui il mio piccolo sito veniva riconosciuto come il miglior blog personale dell’anno e a cui quindi anche io ho legato qualche bel momento della mia vita.

Canzoni contro qualcosa o qualcuno, come quelle di Alberto Fortis che nel frattempo sono state dimenticate. Perché la nostra memoria ha sempre bisogno di essere rieducata. Anche quella degli Zen Circus, che nel frattempo sembrano si siano dimenticati del tutto di D.Boon e del suo fantasma.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BAZOOKA – Zero Hits (Inner Ear) 

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I Bazooka mettono un po’ d’ordine in garage. Zero Hits mostra una band determinata ad affrancarsi dal classico garage in bassa fedeltà degli esordi e decisa allo stesso tempo a rivendicare l’orgoglio delle proprie origini. La lingua greca è infatti diventata di assoluto predominio dentro una musica che ha ormai allargato il proprio raggio d’azione esondando verso un punk insieme epidemico e concettuale con un innesto fiatistico (Void, Prison, Night Shift) che non mi stupirebbe se riuscisse a far breccia nel cuore di chi segue la scena ska-punk.

Ma il meglio il gruppo di Atene ce lo riserva nella seconda metà dell’album, quando sembra girare come uno sciame di mosche attorno al corpo in preda alle convulsioni di certo post-punk di scuola Swell Maps/Undertones (ma anche Orange Juice, Woodentops e That Petrol Emotion) che si agita nervoso e pronto allo scatto epilettico nella zona pelvica del disco: In the City, Something I Have Betrayed, Soultana, I Break Everything, Indifferent Glances.

I Bazooka continuano a sparare. Stavolta con una mira più precisa del previsto.

                                                                                                         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ROYAL TRUX – White Stuff (Fat Possum) 

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Mentre la Wikipedia italiana, sempre in ritardo clamoroso su tutto, riporta ancora “I Royal Trux furono un gruppo rock statunitense”, il duo Herrema/Hagerty torna sul mercato dopo quasi venti anni di divorzio pubblicando White Stuff, disco di morbosissimo funky-glam che suona come mille lingue che leccano la sagoma di Marc Bolan immortalata su Electric Warrior. O come quelle ciambelle del water imbottite di tessuto, che scaldano il culo e assorbono piscio, se con le immagini più crude riuscite a far volare meglio la vostra fantasia.

Un glam-rock che è, sorvolando sui dischi più enigmatici e avanguardistici del duo, la cifra stilistica preferita dei Royal Trux. Camuffato, mascherato, deformato come nei peggiori incubi di Ty Segall o nei sogni sfocati di Beck ma tutto sommato facilmente individuabile su gran parte dei brani di questo loro nuovo album, da White Stuff a Suburban Junky Lady, da Whopper Dave a Every Day Swan, vicinissimi se non sovrapponibili a quanto prodotto dalla Herrema coi suoi Black Bananas, compresa la fascinazione per le musiche delle tribù urbane qui esibita in pezzi come Sic Em Slow e Purple Audacity #2.

La musica dei Royal Trux tuttavia procede a sbuffi, e qui sta la sua forza.

Non ci sono carezze ne’ pugni ma solo sbuffi di noia tossica.

Hagerty e la Herrema si muovono quasi in assenza di ossigeno, come in quel gioco erotico in cui il culmine orgasmico coincide col momento di asfissia quasi letale. Chissà che adesso non vi tocchi di doverlo provare.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

TRIO LESCANO – Trio Lescano (Alpharecord)  

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Aspettavano Tazio Nuvolari.

E invece arrivarono i fascisti, a ricordarle che erano brave e carine ma che erano ebree. E che dunque erano fuorilegge per difetto di nascita e che erano gradevoli sì, ma non gradite.

Le sorelle Leschan furono il prodotto più fresco e sorprendente dell’era del 78 giri, dell’EIAR e del primo dopoguerra. L’epoca delle canzoni alla radio e dei grammofoni. Della spensieratezza come merce di consumo e propaganda. Salvo poi, nella torva e contorta mente dei fascisti, ritrovarsi accusate di sospetta irriverenza al Regime solo perché qualcuno aveva visto del torbido dentro le acque cristalline di Maramao perché sei morto o Pippo non lo sa.

E poi… beh…poi c’è sempre e comunque quella questione dell’origine ebrea che proprio non andava bene.

E così le tre sorelle Lescano, ormai naturalizzate italiane ma con quel marchio di onta incancellabile, furono costrette a correre più di Nuvolari e a nascondersi al confine con la Svizzera, nascoste in una pensione d’alta montagna, iniziando un lento tramonto che anche a conflitto terminato e con le camicie nere ormai stese a rovescio non riuscirà a riportare il Trio Lescano alla popolarità stratosferica degli anni ’30. Gli anni in cui le Lescano diventarono le sirene incantatrici dello swing italiano con canzoni come Ma le gambe, Tulipan, C’è un’orchestra sincopata, Oh ma ma, Signorina grandi firme, Valzer della fisarmonica, Camminando sotto la pioggia, gonfie di elio e cariche di buonumore.

Contagiose come la febbre gialla. E gialle come la stella di David che per vent’anni prese il posto della cometa nel presepe degli italiani di razza ariana.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE DRONES – Draghi senza ali

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Il posto è Perth, almeno all’inizio.

L’appetito è quello del blues, quello che ti sale quando il languore ha finito di divorarti le viscere e cerca di arrampicarsi verso il cuore.

Il posto successivo è Melbourne, duemila miglia ad Est, sempre nella terra dei canguri. È qui che i Drones trovano casa: un monolocale malmesso nei locali della Spooky Records, che è nata da poco ed è già sommersa di debiti ma che decide di investire qualche quattrino sul gruppo. Il risultato esce nel 2002 e si intitola Here Come the Lies: un disco così colmo di drogatissimo blues fagocitato dal calor bianco da indurre i conati di vomito. Siamo esteticamente lontani dallo speculatissimo rigore lo-fi del blues/punk fatto di chitarra e batteria che in quegli anni sta inondando il mercato. Qui il blues, inteso come catarsi emotiva (ascoltatevi le confessioni di I’ve Been Told I Walked Across the Dam, con quello spleen disperato che potrebbe far pensare ai Gun Club, NdLYS) viene completamente annegato in un’orgia dolorosa di feedback. 

The Cockeyed Lowlife of the Highlands, l’abisso che si apre sotto i nostri piedi non appena parte l’album, è il perfetto manifesto di questa attitudine allo stupro: la voce spiritata di Gareth Liddiard simile a quella di uno David Yow in pieno orgasmo blues e sotto un tappeto di chitarre che stridono e si contorcono, spasmodicamente. Bestie che ti azzannano il culo (ascoltate come evergreen quali Downbound Train Motherless Children vengono abbattuti e credo vi ricrederete sul vostro concetto di cover versions), altro che “elefanti” in bianco e rosso.

Il secondo album ha un titolo chilometrico, Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By, ed è un disco incredibile:

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.

È un blues straziante e tormentato quello montato stavolta dai Drones. Sempre meno figlio del rock ‘n’ roll deforme che pure li ispirò in origine quando recuperavano gli stomps mortuari di Cramps e Gun Club e sempre più vicino a una forma barbara di revivalismo caustico di musiche tradizionali. Gospel dannati che dicono di storie estreme. Sotto, un effluvio di chitarre inacidite dal sole e impolverate dalla terra del deserto, capaci come sempre di sottendere una sorta di epica drammatica che di tanto in tanto esplode in sofferenza lancinante.           

 

Gala Mill conferma i Drones come gli eredi naturali di band come Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Crime + The City Solution. Ovvero la parte più malsana dell’aussie-sound. Artisti cui il blues ha bruciato la carne come fosse candeggina.

Stavolta la formazione australiana preferisce avanzare con passo lentissimo, quasi narcolettico, attraverso il suo deserto: su Dog Eared, I’m Here Now, Words from the Executioner to Alexander Pearce, Work for Me hanno costretto ad un passo lentissimo, quasi al punto di fermarsi da un momento all’altro, fino a scomparire del tutto sulla lunghissima traccia conclusiva. Un disco avvolto in una sorta di bucolismo-noir probabilmente evocato e ispirato dalla fattoria sperduta in Tasmania che è stato teatro della registrazione di questo loro terzo disco “in studio”.

La tensione elettrica dell’introduttiva Jezebel viene però dispersa man mano che il disco vira, in maniera anche abbastanza evidente, verso il country, con nomi come Neil Young e Bob Dylan come padri tutelari.

Ma quando il disco si riaccende come su I Don’t Ever Want to Change, tutta percorsa da chitarre sbriciolate e condotta da una voce da sbronzo riemergono i vecchi cari Drones. E i fantasmi di quei gruppi che fecero dell’Australia l’ultima frontiera orientale del blues.

I Drones mi hanno conquistato subito, diventando con il passare del tempo uno dei gruppi irrinunciabili del decennio, in compagnia di pochissimi altri. E sebbene il country catalettico del disco precedente mi abbia in qualche modo deluso, il calamaio blues di Havilah torna a lusingarmi lambendo gli stessi abissi infernali toccati con Here Come the Lies e quel Wait Long… che ha permesso loro di vincere l’annuale Australian Music Prize e di rubare i fans a Jason Molina in due semplici mosse. E che con Havilah potrebbe farlo con una mossa soltanto: Cold and Sober. Ovvero i cadaveri dei Crazy Horse trascinati a faccia in giù per le Monaro Grasslands.

Un album scuro, denso e bellissimo questo quattro dei miei eroi australiani, diapositiva a rovescio di tutto il Paisley che traversammo e che se Dio ci darà modo riattraverseremo non appena avremo bisogno di dare un altro giro al pendolo della nostalgia.

 

Rabbia e dolore distribuiti in egual misura dentro I See Seaweed, disco pieno di alghe e tormentato dai venti tropicali e dall’ombra mefistofelica di Nick Cave che pare incombere su tutto. I suoni sono sghembi, deformi (basti il solo di How to See Through Fog per farsene un’idea), il canto sgarbato, disilluso, catartico e a volte violento come un deepthroat. Anche quando la voce di Fiona Kitchin interviene per tentare di portare Gareth Liddiard a più miti consigli o quando la tempesta sembra placarsi lasciando il posto alla pioggia rarefatta di un pianoforte rimane una costante sensazione di pericolo, di cattività indomabile, di inquietudine e di straziante sfacelo.

Laika, A Moat You Can Stand In, Nine Eyes, They’ll Kill You sono mostri dalla testa spinosa e col corpo a placche che si muovono nelle acque marcie australiane dragandone gli abissi, nati da un incestuoso accoppiamento tra i Beasts of Bourbon e chissà quale altra ripugnante creatura marina.

Dal già prestigioso tributo allo swamp blues di Gun Club e Birthday Party che fu il loro debutto di ormai quindici anni fa, la musica dei Drones ha assunto una fisionomia morfologicamente via via sempre più indefinibile e personale.

Libera dalle melme blues degli inizi la musica del gruppo australiano si è andata gradualmente ad impigliare tra i rovi di una giungla krauta fino a generare un disco sghembo e perverso come Feelin Kinda Free.

Una sorta di immagine al negativo e meno evanescente dei Radiohead, se riesce a rendervi l’idea. E so che non riesce.

Allora forse provate ad immaginare i Portishead costretti a dare forma e sostanza a degli inediti di Nick Cave cercando di accontentare i fan propri e quelli altrui e scontentando alla fine entrambi.

Un disco brulicante di piccoli pattern ritmici, qualche sferzata di chitarra usata come un’arma aguzzina per dare tormento, sintetizzatori azionati dall’accidia e voci che sembrano provenire dalle registrazioni del Dottor Azzacov.

Nessuno ride qui dentro.

E nessuno ride davvero neppure fuori di qua, se non per mascherare una qualche cova di uova di serpente.

Attenti a chi soffia sul piatto della vendetta aspettando che si raffreddi.

Attenti agli amici.

Attenti a me.

Attenti ai Drones.

Franco “Lys” Dimauro

 

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SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Hyæna (Polydor)  

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Una cassapanca fin-de-siècle, il disco che i Banshees allestiscono al giro di boa degli anni Ottanta. Uno di quei pezzi d’arredo che, vuoi per il lato affettivo, vuoi per tanta di quella roba analoga che hai visto spacciare in tv a prezzi esorbitanti, sai che vale qualcosa ma che, ti rendi conto mentre la spingi a fatica per stanze e corridoi, starà male addossata a qualsiasi parete, ai piedi di qualsiasi letto, sotto qualsiasi quadro.

Il suono “voluminoso” di A Kiss in the Dreamhouse si fa, su Hyæna, ingombrante, pieno di una maestosità un po’ artefatta, in parte irrisolta e a tratti boriosa, coi suoi archi petulanti e i suoi sassofoni blateranti.

In campo, a dar man forte all’amica di sempre, è arrivato Robert Smith, già rodato durante la tourneè che avrebbe prodotto Nocturne, che sfrutta l’occasione per sussurrare all’orecchio si Siouxsie qualche idea che gli frulla in mente (la somiglianza tra Swimming Horses e la Six Different Ways che pubblicherà l’anno successivo su The Head on the Door è disarmante così come certamente opera sua sono le arie da danza del ventre di Blow the House Down che ricordano, pur senza replicarle, le atmosfere mediorientali di The Wailing Wall e Bananafishbones).

La voce della vecchia strega si approssima sempre più a quella di una sirena, mentre accenna il suo sorriso da iena.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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