PISSED JEANS – “Why Love Now” (Sub Pop)  

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L’incapacità di suscitare attenzioni incattivisce, dando energia cinetica ad una vite senza fine di odio e violenza. E così i Pissed Jeans, che sono forse la più pericolosa mina inesplosa del rock del nuovo secolo, diventano via via più cattivi. Dentro il loro nuovo disco sembra agitarsi l’anima inquieta di uno stalker, di un maniaco sessuale,  di un killer seriale. Il titolo è una domanda senza punto di domanda. Una domanda che contiene già la risposta. E la risposta è quella che tutti immaginiamo da un gruppo di degenerati figli di rednecks come i Pissed Jeans. Un amore prosciugato da qualsiasi emozione, come loro stessi dichiarano lungo questa dozzina di canzoni oscene, rantolanti, misogine. Che è quello che, fuori da Famiglia Cristiana, riempie le cronache dei nostri giorni, che aleggia nei social, che muove il mondo.

La musica di “Why Love Now” è animata da una furia cieca, vorace e convulsa. Una annichilente devastazione del giardino della bellezza. Il soffocamento costante, coatto di ogni suo germoglio.

Canzoni come sofferenza fisica. Un ascolto che è a sua volta sofferenza uditiva rigenerante e ripugnante allo stesso tempo.

Come nei primissimi dischi dei Jesus Lizard, come nei dischi neri dei Black Flag.

Come quando hai le stipsi e chiami tutti i santi di cui ricordi il nome stringendo i denti.

E nessuno di loro ha voglia di aiutarti.

E caghi sangue.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA – Terra (La Tempesta)  

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Aspettavo di vederlo in azione sul palco del Primo Maggio per poter fugare o confermare i dubbi suscitati dal suo ultimo lavoro. Oggi, il Due Maggio, posso dire che i dubbi suscitati dall’ascolto di Terra sono stati confermati.

L’ormai lontanissimo album di debutto aveva, pur nella sua limitatissima formula, definito un territorio visivo/culturale ricco di un fascino decadente e post-industriale che non poteva durare più che lo spazio di un disco. Una sorta di concept sulle vite imprigionate nelle periferie urbane. E infatti Vasco Brondi ha pensato bene di lavorare sin da subito come una talpa. Ha trovato un bel campo coperto di gramigna e ha iniziato a scavare dei cunicoli che da quei quartieri-dormitorio la cui skyline era tagliata dai capannoni industriali e dai tralicci dell’alta tensione lo portasse in altri luoghi.

Luoghi dapprima pensati, immaginati, irraggiungibili e poi via via sempre più vicini, sempre più tangibili, concreti, reali. Il suo tentativo di abbracciare il mondo giunge a completamento con questo Terra, il cui intento viene reso manifesto già dal titolo. Ma è un abbraccio impacciato. Come di un saluto carico di belle intenzioni ma povero di fiducia. Un po’ come quello del suo ufficio promozione che ti manda il link per l’ascolto dell’album ma ti avverte che segneranno il tuo IP. Che insomma si fidano di te ma non del tutto. Come in quegli ipermercati di cui Brondi cantava. Che ti invitano ad entrare ma ti dicono che all’uscita potrebbero essere effettuati dei controlli. Che sono contenti se gli porti i soldi ma sospettano pure che tu possa portargli via la merce. Che sei una merda, insomma. Però se porti la carta igienica nel portafogli e gliene lasci qualche strappo, faranno finta di trattarti bene.

Terra prova a cantare queste città italiane superaffollate, meticce, multietniche loro malgrado. Con le razze messe una di fianco all’altra, come quando le mie figlie disegnavano un abbozzo di Pace nel Mondo per le maestre della scuola d’infanzia e io compravo loro i pennarelli gialli, neri, rossi, rosa e nocciola per dipingere quelle facce avvolte da un sorriso da bocche con le ali all’insù, quelle mani che si stringevano l’un l’altra in una catena di felicità posticcia. Vasco Brondi fa la stessa cosa, mettendoci più parole che colori, forse troppe. Accostate una accanto all’altra come in quei disegni. Peccato però che musicalmente Le Luci della Centrale Elettrica non sia riuscito, ancora una volta, ad andare oltre ad una “ipotesi” di musica. Pluralista negli intenti ma intimamente isolazionista nei risultati, come nei primi dischi di Claudio Lolli. Come nei suoi primi dischi, nei fatti. Dimostrando che alla fine quei cunicoli non erano altro che delle tane.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

EFFERVESCENT ELEPHANTS – Ganesh Sessions (Area Pirata)  

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Gli Effervescent Elephants di Vercelli furono la band che versò spezie esotiche nella grolla della scena neo-psichedelica italiana degli anni Ottanta. Un precipitato di polveri indiane e mediorientali che galleggia dentro una teiera in un intorpidito pomeriggio psichedelico inglese e che viene ottimamente simboleggiato dal Ganesh ritratto in copertina e a cui queste sessions eseguite a valle della collaborazione con Claudio Rocchi pubblicate all’epoca dalla Psych-Out e che sono in larga parte esercizi sul vecchio repertorio della band (Indian Side dal loro album di debutto, It’s Raining da Indian Corn Expasions, My Generation e Goodnight Vienna da 16 Pages, la storica Radio Muezzin e l’altrettanto epocale cover di Maize pubblicate ai tempi d’oro sul piccolo formato cui si aggiungono un lunghissimo raga in memoria di Rocchi, un remix elettronico di Apollo e le muse scritta proprio con il cantautore milanese e un altro paio di cover  come la bellissima rivisitazione della December del nostro orgoglio Strange Flowers e una stravolta Astronomy Domine dei sempre amati Pink Floyd che Ludovico Ellena aveva già interpretato sul suo personale omaggio a Barrett di dieci anni fa). Il risultato è come sempre qualcosa di profondamente onirico, che nonostante tragga ispirazione da certo beat fatato inglese (Barrett, si. Anche se io c’ho sempre più sentito Donovan dentro i loro dischi, ma io la musica la ascolto col quarto occhio, NdLYS) resta fondamentalmente svincolato dai rigidi e compassati schemi di tanta musica occidentale e dentro le cui spire chi mal digerisce i raga alla Ravi Shankar troverà difficile rifugio, ad ulteriore conferma che gli elefanti effervescenti con tutta la scena “neo-psichedelica” da cui quasi tutti sono scappati come i topi quando sta affondando la nave, c’entravano poco. Loro non erano lì per caso. Forse c’eravate finiti per caso voi.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JOHNNY BURNETTE AND THE ROCK ‘N ROLL TRIO – Johnny Burnette and The Rock ‘n Roll Trio (Coral)  

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Nonostante abbia inciso un solo album, nonostante venga spesso trascurato nei bignami enciclopedici e superficiali sul rock, nonostante sia considerato come una copia dei Blue Moon Boys di Presley e nonostante abbia aspettato per più di trentacinque anni di essere inserito, come meriterebbe, nella Rock & Roll Hall of Fame mentre i suoi componenti morivano uno ad uno, il lascito del Johnny Burnette Trio nella storia del rock ‘n roll è di un valore enorme. Il suo assetto chitarra elettrica/chitarra acustica/contrabbasso (più un essenziale drum-kit in aggiunta) avrebbe creato il modello definitivo di tutte le rockabilly-band che sarebbero venute dopo. Con esso nasce, per caso del tutto fortuito, quella distorsione “lacerante” che sarebbe poi stata replicata (con tecniche artigianali diverse e quindi commercializzata con la nascita, ad opera della Gibson, della pedaliera fuzz) da tantissimi altri “pionieri” (Link Wray, Kinks, Rolling Stones, Missing Links, Duane Eddy, Ventures, Yardbirds, ecc.). Su canzoni come Honey Hush e The Train Kept A-Rollin’ al canto singhiozzante e al basso sincopato che sarà l’archetipo di tutto il rockabilly si affianca difatti un ronzio invasivo e crepitante che farà scuola, non solo in ambito “puramente” rock ‘n roll. Quell’unico e omonimo album di cui parlavo all’inizio viene registrato in soli cinque giorni tra New York e Memphis ed è la quintessenza del rock ‘n roll “corazzato” che tornerà con prepotenza, venti anni più tardi, a perpetrare il sogno dell’American Graffiti in tutto il mondo.

Johnny ne avrebbe sentito l’eco dall’oltretomba.

Suo fratello Dorsey gliene avrebbe parlato passeggiando fra i Campi Elisi nel 1979.   

Paul Burlison li avrebbe raggiunti nel Settembre del 2003, per rifondare il Trio dove gli occhi e le gambe non conoscono il peso della stanchezza.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE HELLACOPTERS – Supershitty to the Max! (White Jazz)  

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È il primo Giugno del 1996. Carl von Schewen, già da anni uno dei più amati spacciatori di rock ‘n roll dietro il banco della Sound Pollution di Stoccolma decide di lanciarsi nell’avventura discografica e fare da traino ad una scena musicale diventata, come dieci anni prima all’epoca di Nomads, Stomach Mouths, Backdoor Men e Creeps, nuovamente effervescente. La sua White Jazz esordisce in quella data con il disco di una band incredibile messa in piedi da un ragazzone che da anni gira tra gli scaffali del suo negozio in cerca di dischi da imporre all’ascolto dei suoi amici. Sebbene abbia all’epoca poco più di venti anni, Nicke è uno che le inclinazioni del verbo rock ‘n roll le conosce davvero bene e che per dieci anni è stato dietro le pelli di una band storica della scena metal locale.

Ma quello che Nicke sta preparando adesso è ben lontano dal suono degli Entombed. E’ qualcosa che ha più a che fare con la preservazione del rock ‘n roll più viscerale. Qualcosa che riesca a convogliare in maniera credibile anni spesi all’ascolto di band tossiche come Stooges, Misfits, Kiss, Celibate Rifles, Radio Birdman, MC5, Ted Nugent, Damned, Alice Cooper Band, Heartbreakers, Dead Boys, Motörhead, Sonic’s Rendezvous Band.

Il risultato, ancora aspro rispetto a quello che diventerà il suono “classico” degli Hellacopters ma non per questo meno sanguigno, è Supershitty to the Max! registrato nella medesima frazione di tempo impiegata dai gruppi ska-punk per settare volumi e rientri dei microfoni della batteria. Stampato inizialmente in sole 500 copie, il debutto degli Hellacopters si trasmette in tutta la Svezia come un virus (portandosi a casa il Grammy come miglior album hard-rock dell’anno) e da lì dilaga come la peste medievale in tutto l’Occidente, trascinando con se un’intera scena. Tonnellate di merda hard-rock, street rock ‘n roll, Motor City-sound, punk, glam scivolano giù da Supershitty to the Max!. Se indossate il vestito comprato in outlet a cento Euro l’etto, vi esorto a tenervi lontani da qui.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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JORGE BEN – Jorge Ben (Philips)

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Mi innamorai della musica di Jorge Ben che fuori non c’era il carnevale.

E anche ci fosse stato, non sarebbe stato di certo quello carico di colori, ritmi e sorrisi che attraversava come un fiume le strade di Rio.

Jorge veniva da lì. Era cresciuto ascoltando le musiche dei carri allegorici e delle orchestre di samba, i canti da chiesa e la bossanova di João Gilberto, che era il Sam Cooke della musica brasiliana.

I suoi primi dischi erano tutto questo. Anche il suo disco del 1969 era tutto questo, ma era anche molto di più. Perché nel frattempo la musica brasiliana ha deciso di fagocitare brandelli della musica pop e soul che sta attraversando, proprio come nel carnevale carioca, le strade del resto del mondo. Si chiama Tropicália e fonde l’ortodossia brasiliana, una forte componente di coscienza sociale e di orgoglio di razza e allo stesso tempo si dichiara pronta ad “inquinare” la propria cultura tradizionalista con influenze esterne. Tutti elementi che Jorge Ben, con la complicità del Trio Mocòto, riuscirà benissimo a far penetrare nella sua musica in una quadrilogia di dischi di cui questo omonimo rappresenta l’avvio. Chitarre battenti, fischietti, trombe festose, tucani che cagano sui piedi del Cristo Redentor, donne creole sulla cui pelle bruciano tutti i colori dell’arcobaleno e Jorge Ben che intona un’Ave Maria per ogni alba che arriva ad illuminare Rio de Janeiro. Abbagliante.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

JOHN GARCIA – The Coyote Who Spoke in Tongues (Napalm)  

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Periodicamente gli alfieri del rock più rigogliosamente elettrico degli anni Novanta cedono all’esigenza, probabilmente dettata dagli obblighi familiari, di dedicarsi al proprio lavoro sottovoce, senza turbare il sogno dei pupi. Non sfugge alla regola neppure John Garcia, il corpulento e perennemente “ex” cantante dei Kyuss. Il suo ultimo album è infatti un disco che rivisita in chiave unplugged qualche classico della sua band e qualche canzone tutta sua che non è difficile immaginare scritta durante qualche notte insonne sulla dondola della veranda della sua fattoria. Mentre i pupi e le bestie cui Garcia accudisce da tempo dormono, appunto. Del resto, come dichiarato da John tempo fa “adesso sono fondamentalmente un padre e un marito, tutto il resto è diventato secondario”.

So già cosa vi diranno su questo disco: che si sente la polvere del deserto, l’urlo del coyote, lo strisciare dei crotali, l’odore di cacca dei buoi. Tutta roba scritta mettendo in fila venti e passa anni di recensioni sul desert-rock e di cui qui dentro invece non troverete traccia. Tutto quello che c’è è la sempre bella (ma alla lunga noiosa) voce di Garcia che canta sommessamente, accompagnato da una chitarra folk (e uno sparuto set acustico di contorno, ma del tutto marginale al peso specifico del disco), qualche canzone.

Un paio molto aggraziate.

Ma che ricordano più Everlast che il deserto.

E che se pure non ce le avesse cantate, non ne avremmo sentito la mancanza.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FRANCO BATTIATO – La voce del padrone (EMI)  

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Eccolo, il disco con cui, dopo un decennio di sperimentazione iconoclasta e ascetica e dopo essersi timidamente affacciato alla balaustra della musica leggera con un ermetismo da esteta misantropo e asociale, Battiato si concede totalmente al pubblico regalandogli un disco di pop antropofago di un’immediatezza schiacciante. Il disco con cui, commercialmente, l’artista siciliano si prende la sua rivincita. Ed è una rivincita paralizzante che fa tabula rasa di tutti i cantautori che hanno monopolizzato le classifiche di vendita italiane degli anni Settanta, forti di un consenso popolare che a lui era stato prima negato e che poi aveva egli stesso ripudiato, chiudendosi a riccio dentro dischi impenetrabili come M.elle le “Gladiator” o L’Egitto prima delle sabbie e di cui adesso si prende l’intera porzione, lasciando gli altri a raccogliere le briciole dal suo piatto.

La voce del padrone è un disco dalla luce pop abbagliante. Perfetto per sintesi e sintassi. Capace di ergersi a vessillo di una qualche sorta di musica elevata mentre mesce nella melma della cultura popolare più kitsch in un elenco citazionista ma non didascalico dei suoi luoghi comuni più gretti. Un abile e ruffiano gioco di specchi in cui Battiato afferma la sua identità e il suo spregio per la cultura dominante così come da quella propugnata come sua alternativa (da Vivaldi ad Omero, dalla new-wave alle canzoni per l’estate, dai Beatles a Dylan, da Mina ad Alan Sorrenti, dall’uso dei cori da parata militare a quello del megafono fino allo “sfruttamento” dei canoni estetici narcotizzanti del tormentone) immergendovisi però totalmente. Battiato è abilissimo a muovere le tessere del suo puzzle ma è soprattutto nella furbizia del consegnarle a noi ed illuderci ad essere noi a completare questo mosaico che si gioca la sua partita vincente. Anche quando ci parla di cose lontane nello spazio e nel tempo, ce le porge con disinvoltura elegante ma allo stesso tempo carica di attenzione, invitandoci a fare altrettanto. Come quando vai a prendere un thè dagli amici e te lo versano in una pregiatissima porcellana giapponese del diciottesimo secolo.

Non c’è una sola canzone che non sia strutturalmente costruita ad arte per irretire il pubblico.

Non una sola canzone che non sia passata dai solchi di un disco alle pagine della storia della nostra musica popolare, stazionando ancora stabilmente fra i dischi più amati e più venduti della canzone italiana.

È il 1981. E, dopo aver vinto Sanremo con una canzone affidata ad Alice, con le vendite de La voce del padrone, Battiato si paga le vacanze più belle della sua vita. Per quell’estate e per tutte le estati che verranno.       

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ULTIMATE SPINACH® – Ultimate Spinach® / Behold and See / III (Akarma)

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Non ebbero vita lunga i bostoniani Ultimate Spinach®: i tre album incisi tra il ’68 e il ’69 e adesso ristampati da Akarma ne tracciarono la parabola discendente prima che la “verdura” sfiorisse tornando alla terra.

Formati dal polistrumentista Ina Bruce-Douglas, gli Ultimate Spinach® esordirono con un omonimo album di classica impronta flower-power. L’armamentario è quello tipico dell’epoca con sfoggio di theremin, harpsichord, tablas, flauti e sitar ma usati in modo funzionale ai brani e mai, a dispetto di quegli anni facili al fascino della ricerca strabordante e fine a se stessa, viceversa.

Malgrado il cuore del disco, Hip Death Goddess, si attacchi alla coda del velivolo Jefferson con maestria non certo impari, il debutto di questi vegetali per il cervello si lascia ricordare soprattutto per i brevi quadretti che le fanno da cornice: uno specchio deformante in cui la tradizione si trasfigurava in ritratti buffi, visionari, divertenti o poeticamente bucolici dilatando i propri contorni fino all’alterazione cromatica del proprio corpo.

Intuizioni confermate e sviluppate su Behold and See dello stesso anno, altro albo dal valore indiscutibile.

L’enfasi si smarrisce ma la quota rimane altissima.

Al confronto gli Ultimate Spinach® di III sembrano un’altra band. Oh, pardon…gli Ultimate Spinach®  di III SONO un’altra band.

Rimasta la sola Barbara Hudson a sfogliare l’album di famiglia, l’ultimo atto della band brucia, nell’inutilità dannosa di riutilizzare la vecchia sigla, quanto di buono era stato creato, con un disco stanco ed incapace di spiccare non il volo ma un semplice salto, perdendosi in pallosissimi esercizi di stile e musica da FM eccezion fatta forse solo per l’inaugurale Romeo and Juliette, trafugata dagli archivi delle nuggets americane. Roba pericolosa da cui è meglio stare alla larga.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro