pUTAN cLUB – Filles de mai (Toten Schwan)  

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Il pUTAN cLUB, ovvero l’indomabile François-Régis Cambuzat e la salentina Gianna Greco, si sgancia da Lydia Lunch e, venendo meno a quanto dichiarato con forza anni fa, decide (finalmente) di mettere su supporto fonografico la musica che porta in giro per l’Europa da ormai venti anni buoni. Quali che siano le ragioni che hanno portato i due artisti a “scendere a patti” col diavolo discografico non sono ancora chiare, ma personalmente non posso che rallegrarmene.

Immagino non sarà lo stesso per chi mi vive accanto, siccome la musica del pUTAN cLUB è quanto di meno commestibile possa oggi essere sistemato su un piatto a meno che non abbiate già dimestichezza con la selvaggina noise e le acciaierie industriali. Musica intransigente ed oltraggiosa, quella del pUTAN cLUB, crossover nel senso più puro del termine. Musica che stritola con la forza di una pressa d’acciaio decenni di rumorismo devastante, snidandolo dalle sue tane e costringendolo ad affrontare nemici dissimili per etnia ma vicini per impeto furioso.

Dentro le macchine del duo italo-francese convivono swamp-blues, noise, techno e musica industriale, rendendo possibile un riaggiornamento del tribalismo licantropo di band come Pussy Galore, Chrome Cranks e dei primi White Zombie ma anche le nenie valpurgiche dei Virgin Prunes e dei Birthday Party.

Il pUTAN cLUB spara ogni volta che passa un borghese. Spara ogni volta che passa un bigotto. Spara ogni volta che passa un politico. Spara ogni volta che passa un diplomatico. Spara ogni volta che passa un soldato. Spara ogni volta che passa un colletto bianco.

Attenti a scansarvi, se sopra le vostre teste avete una qualsiasi bandiera.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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U2 – Songs of Experience (Interscope)  

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Gli ultimi dinosauri viventi.

Gli unici ad essere rimasti fedeli a quel branco messo insieme quaranta anni fa. Più fedeli di quanto lo siano stati molti dei loro ascoltatori storici, spesso disorientati da produzioni discontinue oppure infastiditi, addirittura offesi da repentine rivoluzioni stilistiche disattese e mal digerite. Più fortunati di tanti altri branchi decimati dal tempo, dagli eccessi, dalla malasorte.

Songs of Experience arriva dopo la dovuta genuflessione ai piedi dell’albero di Giosuè, ennesimo omaggio alla memoria. Lo supera e procede verso il futuro. Che non è più il “futuro futuribile” dei dischi degli anni Novanta. Ma è un futuro tormentato, un futuro che si porta addosso tutto il peso del passato che lo ha preceduto, proprio come nei canti di William Blake cui il nuovo album, come il precedente, si ispira. Un futuro poco ottimista. Un futuro avvelenato. Un futuro da cui non è lecito attendere nulla di buono. Un futuro che se ti ci vuoi tuffare dentro e non restare deluso, devi farlo spogliandoti da ogni aspettativa. Così come devi fare quando ti avvicini ad un disco degli U2 a meno che tu non appartenga alla categoria adesso più diffusa che è quella della grande truppa dei detrattori “per partito preso” (i giornalisti stellati a guidare l’armata e sotto di loro l’uomo comune, quello che ha già dei gusti terribili di suo, però trova un piacere al palato quando vomita parole di odio e disaffezione contro una star a caso, purché non sia sua mamma), quelli che sono scontenti sempre tranne quando fanno la coda al botteghino per sentire l’ennesima scaletta in fin di vita di qualche gruppo ormai morto.

E fin qui sembrerebbe che io abbia sguainato la spada per difendere i lord irlandesi, come se fossi il loro cavaliere. Ma non è così. Perché anche ad aspettative azzerate il contenuto del loro nuovo album scivola via senza lasciare solchi profondi sulla pelle nonostante il tentativo di rispolverare, riaggornandone l’aroma, i tanti cliché e trucchi già adoperati lungo la loro lunghissima storia (Red Flag Day, The Showman, The Little Things That Give You Away, Love Is All We Have Left, You’re the Best Thing About Me, Landlady) pur di far breccia in un muro che in realtà è già dilaniato da anni e che rischia pure di crollargli addosso. Si tratta insomma di un rock ammansito e non più in grado di rigenerarsi se non prendendo a morsi se stesso. Rimettere sul piatto un loro disco è un po’ come il rito dell’albero di Natale. Lo piazzi nel salone, lo addobbi, lo accendi. E poi lo sposti nell’angolo perché in fondo ti interessa di più guardare la tv a schermo intero.   

    

Franco “Lys” Dimauro

 

IACAMPO – Fructus (Urtovox/Ala Bianca)  

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Marco Iacampo è cantautore dotato di garbo. Le sue canzoni hanno quel misurato tepore tropicale che abbiamo trovato spesso fra i dischi di Avion Travel, di Fabio Concato o, con più esuberanza, di Mario Venuti e, come quelli, vive di toni educati e colori moderati, primaverili.   

Dentro c’è una cosa come Le mie canzoni che è un pezzo che farebbe mordere le mani a Motta per quel minimalismo cromatico che riesce a penetrare sotto la pelle. Ma la scrittura di Iacampo è ricca di quella tenerezza e di quella fiducia nel futuro e negli altri che manca a Motta e che sfocia nell’ottimismo di pezzi come La vita nuova, Dividi il pane, I demoni, Dormi fino ad un giorno nuovo. La sua musica ha le punte arrotondate come le forbici per i bambini dell’asilo.

Ci rassicura su un amore miracoloso che può ancora aprire le sue ali per proteggerci dalle ingiurie del mondo e sollevarci in alto come l’ombrello di Mary Poppins.

Sulla succosa genuinità dei frutti.

Sull’avvicendarsi prodigioso delle messi e delle stagioni.

Sull’altruismo che ricompensa di ogni atto generoso.

Sui cerotti che rimarginano le ferite. Quando in realtà le nascondono soltanto.           

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PLAYGROUND – “Off” (Vinza)  

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Giusto il tempo per oleare le ruote dentate dopo l’assalto di Kind of Blues (della vecchia line-up rimangono Stiv Livraghi e il fido Alessio Zagatti, passato però al basso in sostituzione di Anna Poiani. Attorno ai due si coagulano vecchi amici come Luca Fusari, Massimo Audia e Luca De Biasi, NdLYS) ed ecco i lodigiani Playground pronti a sputarci addosso “Off”.
Tiratura limitata in 500 copie e copertina ancora una volta bellissima anche se stavolta serve a nascondere un più tradizionale dodici pollici.
“Off” appare sin da subito meno omogeneo rispetto al debutto.

Ma è una scelta voluta, meditata.
Un passo indietro? O uno avanti? Più verosimilmente un passo “laterale” col quale i nostri spostano il tiro allargando la propria visuale e concedendosi ad un repertorio più vario che va dai Doors agli Stooges passando per Slim Harpo, Elevators, Blues Magoos, Zombies, Stones.
Dieci tracce. Dieci folgorazioni. Di nuovo.


Ascoltate Light Bulb Blues degli Shadows of Knight diventare un tizzone d’Inferno con l’armonica di Stiv Livraghi a violentare l’aria.
O lo stomp blues di Get Out of My Life, Woman (rifatta fra i tanti dai Q65 su quel preziosissimo disco che la conturbante Loredana Sbrozzi stringe al petto sul retro-copertina…) o ancora Shake Your Hips di Slim Harpo trasfigurata in un boogie sulfureo, un vicolo umido e salmastro dove confluiscono il rock scritto dai Rolling Stones e quello ri-scritto dai Pussy Galore.
Forse è solo suggestione ma quando i Playground decidono di stuprare il blues, continuano ancora a dare il meglio di se.
Quello che viene fuori dopo più di due anni di attese è quindi ancora vino fermentato con lo sperma del Diavolo. La vena blues che si muoveva dentro Kind of Blues non è andata perduta ma fa da placenta per attutire certi eccessi di rigore filologico che ci hanno riempito gli scaffali di dischi impersonali ed imperfetti nella loro cocciuta vocazione alla perfezione.
Se siete tra quelli che non hanno mai dato una chance ai gruppi italiani vi infilerete un dito in bocca e uno nel culo e vi rosolerete al grill del “mea culpa” per molti mesi a venire. Finchè non vi si saranno fuse le carni.
I Playground sono qui per fare un pompino alla vostra anima, prima che scivoliate giù all’Inferno.

Il diavolo verrà a prenderseli davvero, Stiv e Alessio. Appena l’anno dopo.  

Aveva bisogno di qualche nuova anima dannata e quella maledetta notte gli venne in testa di setacciare le strade della Lombardia.

Da allora dei corvi neri volteggiano sul cielo di Lodi. Quando rischiara, puoi ancora vederne il volo. Quando il traffico zittisce, puoi sentirne il pianto.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FLOR – Aria (Polydor)

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Nell’estate del 1995 le strade di Catania vengono tappezzate da un’insolita carta da parati gialla chiazzata di rosso. Chi si ferma incredulo a guardare da vicino vede che, proprio all’interno di quella macchia rossa, campeggia in bianco una sigla che è davvero, come lasciano intendere i bordi appuntiti che la delimitano, esplosiva.

Catania si prepara a vivere l’evento della stagione. Anzi, dell’anno. Anzi, di più, si prepara a materializzare uno dei sogni di molti rocker siciliani: i R.E.M., lungo il viaggio che da Stoccolma li porterà in Israele, si fermeranno per una data che si preannuncia storica, allo Stadio Cibali di Catania.

È l’apogeo della Catania immaginata (e in larga parte concretizzata) da Francesco Virlinzi della Cyclope. A far da supporto a quella data una band ancora semisconosciuta chiamata Radiohead e una band locale che è diventata l’orgoglio della Cyclope, di Virlinzi, di Catania e della Sicilia tutta. Il nome è stato accorciato per delle beghe giudiziarie con una assonante band romana ma tutti sanno che dietro quei Flor si nascondono loro: i Flor de Mal.  

Hanno un nuovo disco da promuovere. Ma, anche se non fosse, quel palco, quel momento, spettano loro per diritto acquisito e meritato.

Quel disco però c’è.

È stato registrato nel Febbraio di quell’anno ai Waterbird Studios con un nuovo batterista ad affiancare Marcello Cunsolo ed Enzo Ruggiero. Le canzoni sono ancora una volta una mirabile visione Paisley tutta italiana, distese di chitarre acustiche che rincorrono i R.E.M., i Rain Parade e gli inglesi Felt nei loro stessi labirinti, fino a raggiungerli nei mirabili intrecci di Aria, Bambino cattivo, Apri le braccia, Meglio vivere e poi costringerli alla rincorsa al ritmo hoedown di Veri dei e ad affondare i loro piedi tra le zolle del brullo, ispido paesaggio siciliano ne ‘U pizzo, mirabile canzone su una delle piaghe dell’isola, raccontata in cinemascope come in una pellicola di Sergio Leone. Nell’approdo definitivo del desert-rock italiano.

Sono le canzoni che i Flor porteranno sul palco quel 6 Agosto del 1995 in cui tutte le bussole d’Italia spostarono le loro lancette a Sud, come se quel gigantesco magnete chiamato Terra si fosse ribaltato.

E invece, da lì a breve, si sarebbero ribaltati loro. I Flor. Uno dei più rigogliosi e pizzuti arbusti endemici della Sicilia.          

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PLUTONIUM BABY – Blast! – Sci_fi Music for Contemporary Freaks (Area Pirata)  

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La sindaca Raggi non vuole tappare le buche della capitale. E fa bene. Perché è da queste buche nell’asfalto che si accede al rifugio sotterraneo dei Plutonium Baby. Se ci poggi le orecchie, in quelle voragini che hanno dato un nuovo senso alla parola Fori Imperiali, puoi sentire il riflusso gastrico di quella creatura. Se ci guardi dentro, puoi vedere il riflesso fluorescente della loro scorta di materiale atomico.

Ogni tanto emergono da quelle buche per lasciare un disco sull’asfalto e ritornano giù, a sentire i sibili dei vagoni della metro. E ci cantano sopra, come facevano gli Human Switchboard quando l’Ohio aveva la miglior scuola di gladiatori dopo quella della città dei Cesari. Ne viene fuori quel synth-punk androide e magro-magro che è ad un passo dall’anoressia garage, come se i Seeds venissero inghiottiti dal fascio del disgregatore molecolare di un qualche disco volante, salissero al cielo con tutta la loro paccottiglia vintage e venissero sputati su qualche pianeta lontano e costretti a condurre una prima serata per gli alieni vestiti come i B-52’s per insegnare ai marziani a ballare il surf.

Sindaca Raggi, le lasci aperte ancora un bel po’ quelle buche. Hai visto mai che magari ci si diverte più là sotto che quassù, in questo triste mondo di binari di tram e di distratti adoratori del Creato che attraversano la strada guardando il display di uno smartphone, come se dentro c’avessero visto il culo di Tura Satana. E invece stanno guardando la foto di un altro idiota che non ha nulla da dire e vorrebbe farsi ascoltare.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SFERA EBBASTA – Rockstar (Def Jam/Universal)  

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Appartengo a una categoria di eletti.

Ho pianto quando è morto David Bowie e dato un pugno sul muro quando è stata la volta di Lemmy. Ho fatto l’air guitar sui dischi degli AC/DC e suonato quella vera su quelli dei Sonics. Conservo le mie tre copie di Psychotic Reaction dei Count Five come se fossero delle scaglie del Sacro Graal. Poi, cos’altro? Ah si, venero Syd Barrett il sabato mattina e Nick Drake la domenica pomeriggio. A Tom Waits ho riservato il sabato notte e a Leonard Cohen la domenica sera. Riesco a scovare i tritoni nascosti tra i riff dei Black Sabbath e le scale Shepard annidate tra le suite dei Pink Floyd. Della new-wave, del punk e del garage-punk so quasi tutto, anche se non pubblico libri e rido quando ne sfoglio qualcuno in edicola, pensando a quanto sia facile far soldi con quattro minchiate in Italia. Pure col rap sono messo abbastanza bene, con Sangue Misto in pole position e poi via via Cypress Hill, Radical Stuff, Ice Cube, Speaker Dee Mo, A Tribe Called Quest e via rimando. Siamo sempre nel politically-correct, mi pare. O no? Fanno curriculum, no?

Tra i miei idoli di sempre ci sono Mike Chandler, Iggy Pop, Leighton Koizumi, Mick Collins, Jeffrey Lee Pierce, Lux Interior, Shelley Ganz, Keith Richards, Joe Strummer, i fratelli Ramones e le sorelle Quatro. Che, nonostante il (cog)nome erano due e suonavano in una band con le minigonne chiamate Pleasure Seekers. Tutta gente di cui ho scritto per anni per altra gente cui piace quando gli vezzeggiano le band del cuore. Si sentono rassicurati e coccolati. Formano i gruppi su Facebook e si scambiano le figurine come collezionisti degli album Panini. “Ce l’hai la foto di quando i Devo si tolgono le tute per andare a cagare? Postala che ti ci metto il like”. Gente pronta a metter mano al portafogli quando arriva un reunion-tour e alla pistola quando qualcuno usa a sproposito il sacro titolo di rockstar.

Un preambolo lungo, tronfio e roboante per dire che Sfera Ebbasta, l’eroe mascherato dei bimbiminchia, ha osato fare pipì fuori dal vasino e che è stato giustamente redarguito, bacchettato e ingiuriato dagli adulti. Che sono, siamo, pronti a ironizzare su tutto quello che non ci tocca da vicino ma sulla squadra del cuore, sulla mamma e sul termine rockstar proprio no. Neppure quando sono indifendibili. Da qualsiasi lato si stia (dal lato della ragione, come me, come tutti noi veterani del “buon gusto” o dal lato del torto, come i ragazzini che ascoltano “musica di merda”) il re della trap italiana alza un dito (prevedibilmente il medio) e un intero mondo si muove. Anzi, due interi mondi paralleli. Costringendo la FIMI a rivedere le sue classifiche (e nonostante questo a sbancare letteralmente il mercato con ogni singola canzone, in un colossale assalto alla fortezza) e vecchi tromboni come Celentano ad indignarsi, a chiedere giustizia e a trasformarsi in giustiziere di un passato che è ormai davvero fuori tempo massimo.  

Il nuovo disco di Sfera Ebbasta fa dunque parlare di sé ancora prima di uscire, oltre  che per la musica e per il popolo che si trascina dietro (diviso in due file, come dicevo) anche per l’arrogante vilipendio che ha scelto per titolo e per l’immagine di copertina, che ricorda straordinariamente da vicino quelle di Lenny Kravitz. Ovviamente dentro non c’è nulla di rock ne’ dentro il suo disco, ne’ in quelli di Kravitz, con l’unica differenza (che è una differenza inesistente per i ragazzi di oggi ma lo è per quelli della mia generazione) che Kravitz suona praticamente ogni strumento e il ragazzino di Cinisello non sa neppure dove attaccare il cavo della chitarra che mostra in copertina. Kravitz conosce a memoria i dischi di Mayfield, Hendrix, Lennon e Sfera Ebbasta probabilmente di almeno uno di loro non conosce neppure il nome. Oltraggio, affronto, sacrilegio, dieci flessioni con una mano sola e undici Ave Maria. Ma come? Ti senti una rockstar e vai in giro per librerie che magari non hai mai frequentato a fare il firmacopie per quindicenni costretti a comprare il tuo disco per avere il simbolo del dollaro scritto con le tue manine tatuate? Ovviamente potremmo stare qui a parlarne e scriverne per ore e non ne caveremmo un ragno dal buco. L’ostinazione alla difesa dei propri beni è sancita dalla Bibbia, dal codice di Hammurabi e dal diritto romano. Non ce ne usciamo più, credetemi. E dopotutto, perché dovremmo? Be’, ecco, questa è già una domanda più interessante. Dovremmo perché in realtà quello che più scandalizza di Sfera Ebbasta è un altro interrogativo. Perché è qui? Cosa ci vuole dire? Cosa ci infastidisce, al di là di una musica che non comprendiamo e che, per quanto ne sappiamo e per quanto ci hanno educato a credere, non vale artisticamente nulla? Quello che ci dà fastidio è che Sfera è venuto per fare soldi. E ce lo dice senza nessuna remora, abbattendo uno dei tabù più clamorosi della storia. Ci sbatte in faccia un successo raggiunto peraltro in solitaria, senza passaggi in radio ma scegliendo i canali più congeniali alla sua generazione. Prende un mazzo di soldoni e si fa un ventaglio. Che è il sogno taciuto di migliaia di rockstar, da sempre. Di gente che gira(va) con aerei privati, devasta(va) gli alberghi, si porta(va) le minorenni in camerino, sperpera(va) in un’orgia di mignotte, alcol e droghe il guadagno miliardario di una settimana, uomini che volevano elevarsi a Dio non per devozione ma per prenderne il posto, che spesso facevano dischi insulsi solo per ingordigia, che avrebbero molte volte fatto meglio a smettere. Sia di fare dischi che di fare altro, prima di lasciarci le penne. Le rockstar, molte, quasi tutte da Marc Bolan agli Stones, da Kurt Cobain agli U2, dai Sex Pistols ai Led Zeppelin hanno inseguito un sogno di successo e di ricchezza. Del resto, lo dice la stessa parola no? Rockstar è sinonimo di celebrità, non di artista.

Ecco, Sfera Ebbasta è dunque una rockstar a tutti gli effetti, pur parlando un linguaggio che del rock non ha ne’ la sintassi ne’ la forma, ne’ le rughe.

Sfera Ebbasta è altamente concentrato su se stesso, sul suo personaggio. A differenza di molti di noi non parla mai degli altri, parla solo di sé e delle due/tre cose che gli interessano. Figa, soldi e successo. In maniera spudorata, eclatante, assolutamente fuori da ogni etica. Si fa i conti in tasca e ci dice quanto ha guadagnato mentre i nostri eroi arrancano alzando i prezzi dei biglietti dei concerti e autorizzando ristampe e cofanetti celebrativi che vi costringono a chiedere un prestito bancario pur di metterci in casa la loro stessa merda ormai pubblicata da quarant’anni almeno duecento volte, sapendo che noi saremo comunque dalla loro parte e lasceremo a casa mogli e figli per andare a sentire quell’assolo di Gilmour sempre uguale a se stesso come il nonno nella foto che teniamo sulla mensola del salotto e pagandolo dieci Euro al minuto assieme ad altri paladini della purezza del rock che uccide i cattivi e che vorremmo a tutti i costi far amare ai nostri figli, ammazzandolo di nuovo e abbassando il suo livello a quello di un libro per il catechismo: ragazzi, aprite a pagina otto e leggiamo di come il Messia arrivò nella città di Gerusalemme su un asino e la gente gli faceva un tappeto stendendo i rami di palma lungo il suo cammino, poi a lettura finita passeremo con la cassetta delle elemosine che ci serviranno per sistemare l’urna con le reliquie del patrono che da qualche mese ha i vetri un po’ appannati.

Insomma, oltre a fare musica di merda (si, così sgombriamo il campo da inutili commenti a piè pagina che verranno da chi ha speso vita e finanze ascoltando Robert Wyatt, Prisencolinensinainciusol, Claudio Rocchi e i Clash-quelli buoni-non quelli dell’ultimo album, la trap è musica di merda, e che hanno avuto il privilegio di esplorare il lato scuro della luna e sono ancora su questo pianeta a masturbarsi su quella visione, ma vi assicuro che ho gli scaffali pieni di musica altrettanto insulsa senza autotune e con il distorsore più figo del mondo al posto della base digitale) più o meno a costo zero, realizzata dentro un box/cantina di una villetta a schiera della periferia milanese su un Mac e, dunque, a guadagno netto, Sfera Ebbasta si dimostra un tipo affatto simpatico. Fedez e J.Ax fanno roba che è mille volte più vomitevole della sua ma perlomeno fanno le battutine in tv, e cantano insieme, per niente truci ma belli e ridicoli come Cochi e Renato. Sfera invece è impenetrabile, supponente e sbruffone. E dice le parolacce. A volte senza neppure metterle in rima, che per le rime c’è sempre Jovanotti che invece sa fare solo quello.

Edonismo elevato all’ennesima potenza e cultura consumistica spudorata, che è quello che respiriamo oggi. In tv, al Parlamento, in famiglia. Ovunque ci sia un Carlo Cracco messo lì a dare un esempio o a giudicare, una Tina Cipollari ad esprimere un’opinione che conta quanto il due di coppe quando a briscola comanda bastoni ma che eppure fa tendenza.     

L’”io so’ io e voi non siete un cazzo” di Gioacchino Belli aggiornato alla versione 2.0, cioè declamata con l’autotune su una serie di bit digitali pensate per la fruizione moderna (non più lo stereo o impianti hi-fi dove ogni gamma di frequenza è importante e “democratica” ma piccoli riproduttori per file audio dove contano solo le frequenze dei bassi e degli alti, nel mezzo solo la voce e null’altro), in undici atti disomogenei per ambientazioni ed atmosfere (dal cupo beat di XNX per molti versi simile a quello del Salmo di Giuda al bellissimo reggae stilizzato di Bancomat, dal reggaeton di Ricchi x sempre al gioiellino di Sciroppo, dalla banale Cupido che pare pensata per il pubblico di Amici giù fino al Gionata nudo di 20 collane). Undici canzoni dove Sfera fa ancora l’assist solo a se stesso e dice una sacrosanta verità: Sfera Ebbasta piace a tutti, come il McDonald’s, come i soldi e l’erba buona. Come a dire che in Italia niente funziona.

Ce lo dice a venticinque anni. Vendendo a palate. Affermando con sconcertante chiarezza quanto egli non sia portavoce di nessuna qualità, di nessuna abilità se non quella di propagandare se stesso, di vendere il prodotto giusto nel momento giusto. Di saziare appetiti che vanno saziati nell’immediatezza del momento, non domani o fra duecento anni. Adesso. Perché poi passerà anche lui, come sono passate le Spice Girls, come sono passati i Westlife e i Gazosa, come sono passati i Tokio Hotel, come sono passate le Elastica o Cyndi Lauper, come passeranno Calcutta, i  Måneskin e TheGiornalisti e nessuno si farà del male.

E ci dice, pur senza saperlo, che Cupìdo ha come derivato lessicale solo cupidigia. Amore, mai.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE PANDORAS – Hey! It’s The Pandoras (Burger)  

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A voi ogni tanto viene nostalgia delle Pandoras?

A me si. È più la nostalgia di un’epoca e degli eroi che la resero viva. La Voxx, la Midnight, gli Outta Place, gli Unclaimed, i Chesterfield Kings, i Tell-Tale Hearts, i Miracle Workers, i Fuzztones, Lee Joseph, Greg Shaw, tutta quella roba lì che nel recupero del beat-punk degli anni Sessanta aveva trovato la sua ragione di vita e ce ne aveva ritrasmesso l’euforia. Poi in molti avrebbero/avremmo abdicato, le Pandoras per prime. Ma quel momento ha conservato, per chi c’era, la sua magia.

Hey! It’s The Pandoras riporta le Pandoras e noi indietro nel tempo, un attimo prima di quella abiura. Ai tempi di Stop Pretending. Anche la formazione è quasi identica, con gli opportuni aggiustamenti del caso: Kim Shattuck è adesso impegnata nel ruolo che fu di Paula Pierce mentre Karen Blankfeld si occupa adesso del basso e Melanie, come sempre, delle tastiere. Hillary Burton è invece la nuova batterista, incontrata sui social e chiamata a rilevare il ruolo originario di Kim. Sempre in rete la band ha ritrovato l’entusiasmo dei fans che l’hanno spinta a serrare nuovamente le fila per lavorare al nuovo disco. Che è breve e conciso ma suona davvero, tra cover (It’s Getting Harger All the Time dei Mindbenders e You Burn Me Up and Down dei We the People) e brani vecchi e nuovi, come un gradito ritorno alle origini. Non so se queste sette canzoni riusciranno ad attirarne di nuovi, ma sono certo che fra i vecchi estimatori il ritorno delle Pandoras non deluderà l’imprevisto incontro. Preparatevi ad abbracciarle. Sopra o sotto la cinta, fate voi.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

PETER PERRETT – How the West Was Won (Domino)            

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Vieni qui Peter, fatti abbracciare.

Dove sei stato? Perché sei andato via senza dire un cazzo di niente a nessuno?

E questi sono i tuoi figli, Peter? Che ragazzoni che si sono fatti!

Ti trovo bene, anzi benissimo.

Sai che mentre non c’eri è passata una tua canzone in tv? Così tante volte che qualcuno ha finalmente comprato quel disco. E lo so che avrebbe dovuto farlo molto tempo prima, ma lo sai com’è fatta la gente, no?

Sai che invece adesso la tua nuova etichetta ha mandato assieme al disco una bella cartella stampa per spiegare ai giornalisti chi sei, cos’hai fatto, quello che hai scritto? Sai che l’hanno usata per scrivere del tuo nuovo disco un po’ dappertutto? Sai che continuano a paragonarti a Lou Reed, nonostante tutto?

E tu, invece?

Hai ripreso la chitarra?

Hai risolto quei problemi alla voce?

E quegli altri di cui si diceva in giro?

Non importa. Siediti e fammi sentire le tue nuove canzoni.

Sai che mi piacciono? Le trovo eleganti, le trovo confidenziali.  

E sai che sono felice di non averle dovute consumare in fretta, come tutti, di non averle dovute umiliare con una sveltina, solo per scriverne nei tempi previsti, nei modi previsti, in maniera prevedibile?  

Mi hanno fatto compagnia per mesi. Hanno rispettato i miei tempi e io ho rispettato il tempo che loro meritano. Hanno assecondato i miei sbalzi di umore e io ho trovato rifugio nei tuoi, come si dovrebbe da buoni amici.

Sai che sono canzoni che sembrano essere state lì da sempre, che aspettavano solo tu le raccogliessi da qualche cassetto, da qualche pattumiera, da qualche piega di quel letto dove forse sei stato per anni bruciando in polvere quegli spiccioli di diritti d’autore che meritavi?

Sai che sembrano davvero piovute da un altro pianeta?

Quindi ci sei andato alla fine?

Non importa. Vieni qui, fatti abbracciare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SICK ROSE – Someqlace Bettɘr (Area Pirata)  

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I Sick Rose stavolta se la sono presa comoda. Ben sette anni separano infatti Someqlace Bettɘr dal precedente No Need For Speed. Un silenzio discografico addolcito da un unico singolo inedito e da una prescindibile serie di ristampe e di raccolte consacrate all’ormai più che trentennale periodo garage della band torinese, lo stesso descritto con dovizia di particolari da Maurizio Campisi sul suo libro dello scorso anno.

Da quel passato i Sick Rose si sono staccati consapevolmente ormai da tantissimo tempo, creando una frattura con quel pubblico che li avrebbe voluti eternamente armati di fuzz, organo anni Sessanta e coltelli affilati come quelli dei pomodori sanguinari del loro primo fumetto.  

Le “nuove” coordinate sono state tracciate da Blastin’ Out già nel lontano 2005 e si concretizzano adesso in quello che è il lavoro più compiuto della loro “trilogia” power-pop. La prestigiosa produzione affidata a Ken Stringfellow (Posies, Game Theory, Big Star, R.E.M. ma anche i misconosciuti e dimenticati Chariot con Javier Escovedo e Pat Fear nel suo CV) non deve distrarre da quello che sono diventati i Sick Rose OGGI: una formazione in grado di scrivere canzoni che hanno il dono dell’atemporalità e della classicità. E della familiarità. Nel senso che sono impregnate di quel gusto che sei certo di aver già assaporato cento volte, su cento dischi diversi anche se non sai quando, non sai dove, non sai esattamente se ti sono piaciute ne’ perché, ma le riconosci subito non appena ti stringono la mano, ancora prima che ti dicano il loro nome.

Certo, qualcuno dirà che sanno di pomata power-pop, con tutti quei cori che sembrano leccare la melodia come fosse una fica ben lubrificata. E io non mi sento di contraddirlo. Perché ovviamente stiamo parlando di musica ammiccante.

Ricorda molto quella dei Jetz di Den Pugsley e Tony Skeggs e a tratti, soprattutto vocalmente, quella di certi Hoodoo Gurus (come sulle belle Anyway e Sweet as a Punch) e più in generale di tutto il guitar-pop australiano che dagli Stems arriva, a ritroso, fino ai fondamentali Easybeats che mi sembrano a livello attitudinale una delle più grandi influenze del disco, nella sua ostinata e riuscita ricerca del dettaglio perfetto, del riff asciutto, della melodia raggiante da dopo-lavoro.

Someqlace Bettɘr è insomma l’ennesimo tassello di una formazione in perenne rinascita, tenacemente incernierata al passato ma con gli occhiali da sole ben inforcati per guardare con tranquillità ad un futuro ancora abbagliante.

Passando da qui, lasciate un obolo affinchè ci regalino ancora dei dischi e delle canzoni su cui sperare.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro