CHUCK BERRY – ..Berry Is on Top (Chess)  

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Nel 1959 Chuck Berry è davvero al top. Cosicchè quando la Chess allestisce quello che è il suo terzo album (ma che in realtà non è altro che un best of dei suoi primi quattro anni di incisioni) ha scelta facile nel giocare con le parole e le immagini porgendo la sua coppa di panna con, sopra, le fragole. Le berries, appunto.

Aveva varcato la soglia degli studi di Leonard Chess nel Maggio del 1955 con in mano dell’esplosivo. Chiuso dentro una custodia che ha le curve di una donna.

Trafficando con la sua chitarra e il suo amplificatore, Berry aveva trovato il modo per far convergere la musica bianca, quella nera e quella meticcia dentro un unico cono valvolare. Fatte salve le oasi hawaiiane che Chuck si concederà sovente il lusso di disseminare lungo il cammino, il songwriting del musicista del Missouri sarà una lunga, interminabile, doppia elica di DNA che replica all’infinito la medesima identica sequenza. Un filamento genetico fondamentale per determinare la natura biologica del rock ‘n roll. Sarà a quella struttura basilare che si affideranno tutte le band “restauratrici” dello status quo, quando si renderà necessario intervenire sul corpo del rock. Dai Beatles agli Stones, dai Flamin’ Groovies ai Kinks, dagli AC/DC ai Sex Pistols.

Proprio come un qualunque adolescente del dopoguerra, Chuck Berry infila le mani nel portafogli dei genitori (il blues di Chicago, il country & western della comunità bianca) per dilapidare quanto sottratto spendendolo in quello che a lui piace.

Che è il rock and roll.

Proprio il termine già ampiamente usato da Fats Domino e da altri cantanti neri e sdoganato al grande pubblico da Alan Freed dai microfoni della WJW di Cleveland mentre promuove il primo singolo di questo smilzo ragazzone dall’aria di figlio di puttana e baffetto da mozzo di nave mercantile. Sarà proprio grazie alla spinta di Freed (non esattamente a titolo gratuito, visto che il famoso DJ chiederà, ottenendolo, di essere accreditato come autore nelle successive ristampe del disco, NdLYS) che Maybellene, un riadattamento di un vecchio standard bluegrass “rivestita” con i pochi ma decisi tratti della “poetica” di Berry fatta di donne e motori, conquisterà il pubblico e il rispetto dei croupier seduti al banco della “musica da ballo” di quegli anni.

Donne e motori, dicevamo. Per tutta la sua lunga carriera, Chuck Berry non parlerà d’altro se non di una lunghissima catena di “relazioni” carnali con femmine e auto, spesso difficili da distinguere le une dalle altre. È questo il più grande elemento di rottura con la tradizione della musica nera e, insieme, di raccordo con la cultura bianca. Berry usa la struttura e la forza del blues elettrico di Chicago e la innesta in un immaginario che non è più quello dei canti di lavoro o degli struggimenti dell’uomo abbandonato e dedito al vizio ma del ragazzo che vive le istituzioni familiari e scolastiche come una prigione da cui può scappare metaforicamente solo a bordo di auto veloci o allusivamente nella liberazione sessuale.

Spinto, in entrambi i casi, da una musica altrettanto inquieta e veloce. Un suono che si appropri del giradischi di casa, che rovesci il corpo di Beethoven e imponga a Tchaikovsky l’esilio.  

Che usa un linguaggio, una ritmica “tribale” in quanto portatrice di un segno distintivo, peculiare, caratterizzante dell’appartenenza alla stessa tribù: quella degli adolescenti. L’automobile (spesso “presa in prestito” da papà) rappresenta in quegli anni lo status-symbol di una indipendenza acquisita. Fa da garante di un’ambizione inseguita e raggiunta. Diventa salotto, letto, bar, juke-box, casa. Dimostra, insomma, di essere “abbastanza cresciuto”, come canta Berry sulla Almost Grown che apre in chiave R ‘n B questo suo Berry Is on Top che scodella più avanti tutti i pezzi-chiave della sua prima parte di carriera, da Johnny B. Goode a Carol, da Around and Around a Roll Over Beethoven, da Little Queenie a Sweet Little Rock ‘n Roller. L’abbecedario del rock ‘n roll.  

L’uomo nero che invece di mangiarsi i bambini, inghiotte in un solo boccone i loro genitori.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

ORNETTE COLEMAN – The Shape of Jazz to Come (Essential Jazz)

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Pochi capivano il jazz….”non si capisce il motivo”.

Duemila enigmi nel jazz.

E più di mille sono chiusi qui dentro.

È il jazz che si libera dalle sue gabbie e prende il volo.

Non è il jazz che lusinga, quello che io chiamo da “attico chic”.

Quello che serve da colonna sonora per circumnavigare le gambe delle vostre prede, intendo. E nemmeno quello che dovrebbe alleviare gli spasimi nelle sale d’attesa dei dentisti.

Coleman è un cane sciolto, da sempre.

L’incidente al Baton Rouge lo ha reso ancora più cattivo, ancora meno ortodosso.

È sceso dal suo cavallo e ha sciolto le briglie.

Negli anni proveranno a riacciuffarlo. Ma lui starà sempre mezzo miglio più avanti.

Cambiando faccia come dentro un film di Bond. James…Bond.

Fino a rendersi irriconoscibile, ineffabile.

The Shape of Jazz to Come è un po’ l’inizio di questo viaggio. Il suo cavallo attraversa le giungle del jazz e ne esce sano e salvo, con la criniera al vento.

Non improvvisa, come molti pensano. Studia, sfida i suoi comprimari.

E provano ogni volta che possono. Come una garage band.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BO DIDDLEY – Bo Diddley / Go Bo Diddley (Rattle & Roll/Disconforme)

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Il rock and roll fu l’estrema urbanizzazione del blues. Esportato dai campi di cotone verso le metropoli, come la manodopera nera delle periferie agricole.

Io lo chiamo la “rivoluzione industriale” del blues.

Venne fuori una ridda di impresari, dirigenti di azienda, operai, capireparto e onesta manovalanza.

Poi arrivò un tale con due occhiali improbabili e mise su un sindacato.

Senza iscritti.

Rivendicando la natura tribale, istintiva del blues.

Il suo obiettivo è riportare il r ‘n r in Africa. Si presenta al responsabile della Chess, accorda la chitarra come quel vecchio pezzo scritto in ricordo della Guerra di Sebastopoli (ora comunemente chiamato D Tuning, NdLYS), mette in mano a Jerome Green due maracas e attacca a suonare un pezzo che parla di se stesso.

In terza persona, come fosse un re, sopra un groove che è puro ritmo della giungla. La sua non è una rock ‘n roll band, è una tribù Masai che suona il blues.

Tutta la vicenda artistica di Diddley girerà attorno a questa idea di base. Scrivendo all’infinito la stessa canzone. Rivoluzionando le idee darwiniane di evoluzione, riportando l’uomo alla sua condizione di primate. Qui dentro ci sono le origini di quel concetto. Che vi piaccia o meno, una delle tre/quattro cose sulle quali si è costruito sessanta anni di musica rock.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVE BRUBECK QUARTET – Time Out (Essential Jazz Classics)

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Scippare la vetrina del Time a musicisti come Charlie Parker o Miles Davis non è roba che capita tutti i giorni ad un jazzista. Soprattutto se ha la pelle bianca. O forse proprio per questo, chi può dirlo.

Fatto sta che, vai a vedere, su quella copertina del 1954 Dave fu ritratto con un’improbabile pelle scura. Ma il successo, quello vero, arrivò solo qualche anno dopo e proprio con questo album che elaborò due intuizioni geniali. La prima fu quella di “importare” alcuni elementi della musica classica dentro il contesto jazz, la seconda gli venne ispirata dai frequenti tour in Medio Oriente e India: è qui che vengono a contatto coi musicisti locali e Joe Morello ha la possibilità di suonare con percussionisti che sconoscono la forma in 4/4 tipica del mondo occidentale. Fondere questi due elementi con il proprio background jazz fu la chiave del successo di Take Five e Blue Rondo a La Turk, i due classicissimi di Brubeck che portarono il jazz alle masse.

Ad integrazione di questa ristampa l’intero Brubeck Time, disco del ’55 ispirato proprio alla copertina del Time e pieno di standard altrui.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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